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Alberto Melloni "Benedetto XVI, il coraggio di un Papa conservatore"

La lunga vecchiaia di Joseph Ratzinger ha dimostrato quanto sia stata coraggiosa e tempestiva la scelta di rinunciare al papato il 12 febbraio del 2013. Perché quel passo indietro, che richiedeva forza d’animo intatta e perfetta lucidità, non avrebbe potuto essere fatto quando la debolezza dell’uno o dell’altra lo avrebbe reso necessario. E gli anni che hanno separato quella rinuncia dalla scomparsa dell’ex papa ormai vegliardo, dicono che senza quelle dimissioni, la chiesa cattolico-romana avrebbe avuto al suo vertice un uomo riluttante al governo, trovatosi al centro di una fase di disordine sistemico nella chiesa cattolica che non aveva precedenti dall’inizio del Cinquecento e che nel 2013 aveva visto solo l’inizio della tempesta.

Benedetto XVI – prete immacolato, teologo timido e vendicativo – era salito al papato per un accordo di un blocco conservatore di cui s’era fatto garante lo stesso Giovanni Paolo II il 6 gennaio del 2005: aveva accettato di correre per vincere e aveva vinto (contro Bergoglio). Persuaso dal Sessantotto che i mali della chiesa e del mondo venissero da quell’anno-cerniera, papa Ratzinger aveva perfetta coscienza dei processi degenerativi cresciuti nella chiesa wojtyliana. Ma era convinto di poterli dominare con i propri strumenti intellettuali: e se necessario di intimidirli, ritraendosi con lo sdegno di uno uomo candido davanti alle turpitudini, al malaffare, alle miserie morali del clero, dell’episcopato, dei movimenti, della curia. Mali che anziché spaventarsi dall’arretrare del papa, invece tendevano ad allargarsi ovunque si lasciasse loro spazio – giungendo così fino all’appartamento pontificio, dove un cameriere rubava carte e le vendeva a ricettatori protetti dalla dicitura benevola di “giornalismo d’inchiesta” e parte di un indebolimento della voce internazionale della chiesa cattolica.

In più lo scandalo dei vescovi omertosi davanti a crimini pedofili commessi da chierici poneva un problema specifico a Ratzinger. Giacché nel 1996, quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, era stato lui a bloccare il tentativo dei vescovi americani di fissare delle Guidelines comuni sugli abusi, per difendere il cardinale Law che, prima di Spotlight, rivendicava il diritto del singolo vescovo di decidere il da farsi (sic!). Quel veto, motivato teologicamente da una tesi sulla antecedenza ontologica della chiesa universale sulla chiesa particolare, si era rivelato tragicamente sbagliato da tutti i punti di vista: e divenuto papa, Benedetto XVI si rendeva conto che l’omertà episcopale – durata pochi decenni in più rispetto a quella della cultura borghese e di molte legislazioni novecentesche – aveva distrutto la credibilità di intere diocesi e di intere chiese in un disastro di cui il pontefice assumeva pubblicamente una responsabilità che ricadeva sul papato ed esprimeva una “vergogna” tanto sincera, quanto antipodica rispetto alla ricerca di cause che non potevano essere ritrovate, come invece credeva lui, nel Sessantotto.

Stretto dalla morsa fra la sua riluttanza al governo e il disdoro di cui la sua cultura conservatrice non vedeva l’uscita, Benedetto XVI aveva così deciso di rinunciare al ministero petrino, coprendo con l’enormità della sua fine un papato nel quale aveva ripreso un dialogo con la chiesa in Cina e nutrito una cultura conservatrice a corto di idee proprie. E poi nei dieci anni del suo emeritato ha creato, senza bisogno di norme, una prassi perfetta per l’ex-papa: si è consegnato in una forma di arresto volontario nei domini temporali del successore, s’è imposto un silenzio a cui non era tenuto, non ha scritto se non cose brevissime e sostanzialmente ripetitive di quanto aveva già detto, ha respinto ogni tentativo di usarlo contro Francesco.

Tuttavia, tanto quanto il papato del successore è stato da subito un papato del “primo” – primo uomo dell’emisfero sud salito ad un posto di rango mondiale, primo papa gesuita, primo papa figlio di migranti, primo papa mai liberato dagli Alleati, primo ragazzo nato in una metropoli, primo papa diventato prete dopo il concilio, primo papa con una sorella divorziata, ecc. – quello di Ratzinger è stato un papato “ultimo”.

Ultimo papa ad aver sognato una centralità intellettuale dell’Europa nel mondo; ultimo papa ad aver respirato da dentro l’aria del Vaticano II e cresciuto in un sistema teologico strutturato come quello tedesco; ultimo papa ad aver indossato una divisa della Seconda Guerra mondiale; ultimo papa con una relazione personale con un partito democratico-cristiano al potere. L’ultimo papa a non aver respinto l’idea di dimettersi...

Nel mondo post-bipolare l’utopia conservatrice ratzingeriana – un cattolicesimo di minoranza creativa che prepara una rinascita cristiana conservatrice per il momento in cui crollerà la dittatura del relativismo e la tirannia del desiderio – non ha trovato successo. Ma non perché un pensiero progressista lo abbia battuto in breccia, ma perché quella destra di cui sottovalutava i rancori animali, ha preso forza con i populismi e i nazional-populismi ben oltre i ricami del suo moderatismo stile CSU.

Ratzinger vedeva nelle legislazioni sui diritti LGBT una cultura anti-cattolica e nelle mille teorie sul gender una ideologia unitaria: ma senza rendersi conto che la “culture war” che lui disegnava sulla carta, diventava un vero disegno di potere con varianti sostanziali nell’America di Trump, nella Germania dell’Afd, nella Francia di Le Pen, nella Russia di Putin: e il fondamentalismo familista che dopo l’elezione di Bergoglio assumerà toni sedevacantisti (un leader politico italiano indossò la maglietta “il mio papa è Benedetto”) avrebbe usato quelle sue posizioni con un piglio che non avrebbe saputo governare.


Alberto Melloni


Fonte: Ispionline

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