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“Ratzinger è un grande teologo. La sua rinuncia atto di umiltà”

intervista a Enzo Bianchi 
a cura di Silvia Truzzi

Il Fatto Quotidiano 29 dicembre 2022

per gentile concessione dell'autore

“Amico” è la prima parola che Enzo Bianchi, fondatore e a lungo priore della Comunità di Bose, pronuncia quando gli chiediamo di papa Ratzinger, le cui condizioni di salute si sono aggravate. “Ci siamo conosciuti nel 1976, durante un seminario teologico. Durante il suo pontificato mi ha nominato esperto in due sinodi, più volte mi ha ricevuto in udienza. È stato uno dei papi più importanti dal punto di vista teologico. Ricordo che intervenne come esperto al Concilio Vaticano II e già allora emergeva nel mondo come teologo. Tutta la sua vita è stata nel segno dello studio, incessante e rigoroso. L’enciclica Dio è amore è un testo eterno”. 

Benedetto XVI nel 2013 prese una decisione storica, dimettendosi. 

Altri papi prima di lui avevano rinunciato, non solo il Celestino V che Dante ha reso celebre nella Commedia. Credo che un tratto umano poco compreso di Papa Ratzinger sia l’umiltà: quando ha capito che con le sue forze non era più in grado di governare la complessità della Chiesa e che aveva di fronte tempi che si annunciavano nuovi a cui non si sentiva preparato, allora ha rinunciato. La scelta non è dipesa né dal timore, né dagli scandali come spesso si è detto: sentiva di non essere all’altezza per l’età e le condizioni di salute. Il suo è stato un gesto di grande generosità verso la Chiesa, un gesto che definisce la sua grandezza di uomo e di pontefice. Con le dimissioni ha liberato il papato da un eccesso di sacralità, rendendolo un servizio umano, necessario per volere di Cristo, ma a cui si può rinunciare se le forze vengono meno. 

Quali erano gli aspetti di modernità verso i quali non si sentiva attrezzato? 

La società attraversa una rivoluzione antropologica e culturale che impone al cristianesimo di trovare una collocazione nuova, riformulando non solo il linguaggio esteriore ma anche la fede. Allora lui aveva 85 anni e una formazione tale che non gli consentiva di capire e affrontare i nuovi problemi posti da un contesto in rapidissima evoluzione. Non solo quelli dell’uomo, ma anche quelli interni alla Chiesa, alla sua organizzazione. Penso per esempio al tema dell’ordinazione delle donne, che prima o poi andrà affrontato da una persona che non porti il peso di un mondo passato. 

Si è a lungo discusso delle differenze tra Benedetto XVI e Francesco: sono davvero tanto diversi? 

In realtà papa Francesco è un conservatore, anche se l’atteggiamento pastorale è aperto, misericordioso e umano. Ma a livello di fede e di morale non è cambiato nulla. Francesco non è una persona rigida, ha aperto a percorsi di riconciliazione dei divorziati con la Chiesa: resta vero però che a livello di dottrina ed etica è un conservatore, non fosse altro che per età e formazione. 

Papa Ratzinger è stato molto attento ai temi del Concilio Vaticano II, che ha ritenuto sempre attuale e che non interpretava come una rottura rispetto alla tradizione. 

Sia Francesco che Benedetto XVI hanno voluto essere fedeli al Concilio. Ma mentre Ratzinger, che ha partecipato ai lavori, ne dà un’interpretazione più letterale, credo che Bergoglio guardi più all’evento in sé, come un evento spirituale con cui lo Spirito Santo ha creato una nuova Pentecoste nella Chiesa. 

Qual è l’eredità più importante che Benedetto XVI lascia alla Chiesa e ai cattolici? 

Le sue omelie sono davvero dei capolavori di fede, del mistero cristiano, che anche i fedeli hanno sentito. Non parlo delle pur importantissime opere perché quelle sono riservate, per la loro complessità, alle élite intellettuali. Le omelie, che spesso vado a rileggermi, sono una grandissima rivelazione dei misteri cristiani, fedeli alla patristica ma con una straordinaria capacità di toccare il mistero della fede. 

Lei ha dedicato a papa Benedetto due libri. C’è un episodio del vostro rapporto personale che vuole ricordare? 

Non sono sempre stato d’accordo con lui: ho preso le distanze dalla sua scelta di liberalizzare la messa in latino, dicendo che facevo obbedienza ma restavo perplesso. È stato aspramente e ingiustamente criticato per il discorso di Ratisbona, che avrebbe fomentato l’odio dei musulmani: ma lui aveva detto che vera religione e fede sono inconciliabili, perché senza la ragione la fede può diventare violenza o magia. Sono andato a trovarlo che già si era dimesso, abbiamo fatto una lunga passeggiata nei giardini del monastero dove si era ritirato. Mi ha sempre colpito l’interesse che aveva verso l’apporto che avevo dato alla Chiesa sulla lectio divina. In quell’occasione mi ha interrogato a lungo sul rapporto tra parola di Dio e vita della Chiesa. Mi ha commosso.

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