Massimo Recalcati: “Ho messo Mosè sul lettino dell’analista”

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Famiglia Cristiana, 9 gennaio 2022  
di Antonio Sanfrancesco

Massimo Recalcati non ama le interviste vis-à-vis: «le risposte», dice, «vengono spesso stravolte». 
Non è stato facile vincere le sue resistenze, ma ne è valsa la pena insistere. Tra i circa 50 libri che ha scritto negli ultimi anni spiccano diversi titoli legati alle Sacre Scritture, come La notte del Getsemani (2019), Il gesto di Caino (2020), Il grido di Giobbe (2021) fino allo spettacolo Amen, il suo primo testo per il teatro scritto quando infuriava la pandemia. Tutti indizi di una costante attenzione verso il problema della fede che è poi quello della nostra vita e del nostro destino nel quale, piaccia o meno, siamo tutti “imbarcati”, come direbbe Pascal. 

Una volta ha detto che da bambino aveva due eroi, Gesù e Telemaco, ed entrambi avevano problemi con il padre. Qual è il nesso tra i due? 
«Sono due figure di figlio che hanno vissuto in maniera diversa l’assenza del padre. Telemaco all’inizio della sua vita, Gesù in maniera radicale nel Getsemani e sulla croce. Per entrambi, però, l’esperienza di questa assenza è ciò che li rende autenticamente e pienamente umani» 

Cos’è per lei il padre? 
«E’ il simbolo della Legge, o meglio di come si possa unire e non opporre la Legge al desiderio. Ma, per certi versi, è anche sempre un’assenza nel senso che non può essere uno scudo e un rifugio assoluti di fronte all’atrocità della vita. Nella domanda di padre c’è sempre una domanda di senso e di riparo. Gesù ne sperimenta la mancanza nel momento più drammatico della notte del Getsemani, quando fa esperienza dell’abbandono assoluto non solo del padre, ma anche dei suoi discepoli che non lo sostengono nemmeno nella veglia. Telemaco invece fa esperienza dell’assenza del padre quando comprende che il padre non può salvaguardare la sua vita di fronte all’arroganza dei Proci. Per questo egli si decide a iniziare il suo viaggio singolare assumendo pienamente la sua solitudine. L’Odissea si inaugura con il viaggio di Telemaco, non di Ulisse» 

La sua lettura della Bibbia si concluderà con un’ampia opera. Di cosa si tratta? Una lettura dei Vangeli alla luce della psicoanalisi sulla scia di Francois Dolto? 
«Dolto ha letto psicoanaliticamente la Bibbia. La mia operazione è più scabrosa e, probabilmente, molto più discutibile perché si tratta di dimostrare che vi sono delle radici bibliche della psicoanalisi, la quale si è nutrita di alcuni grandi concetti che possiamo reperire nella lettura delle Sacre Scritture, sebbene nella sua storia la psicoanalisi abbia sempre negato questo debito». 

In che senso? 
«Nessun psicoanalista autorevole riconosce che vi sia un’eredità biblica della psicoanalisi, neanche Jung. La psicoanalisi sarebbe un’emancipazione illuminista, diciamo così, dall’oscurantismo del discorso religioso. Freud è stato un ateo rigoroso, figlio del positivismo scientista del suo tempo. Lacan ha un rapporto più complesso con la tradizione giudaico-cristiana. Un concetto fondamentale come quello di Nome del padre è chiaramente attinto da quella tradizione. Ma nel mio lavoro sulla Bibbia cerco di dimostrare che alcuni grandi temi come quelli della Legge, dell’amore, dell’odio e della discendenza provengono direttamente dal logos biblico. Sia la psicoanalisi che la Bibbia affrontano la condizione umana senza mai fare della retorica. Non fanno sconti. E questa condizione ha nell’esilio la sua cifra di fondo. Il problema è come abitare in modo generativo e non depressivo l’esilio. Tutto questo però cerco di mostrarlo non applicando la psicoanalisi alla Bibbia, ma leggendo la Bibbia per comprendere meglio la psicoanalisi stessa». 

Nella difesa dell’umano psicoanalisi e cristianesimo non sono oggi dalla stessa parte 
«Sì, condividono un punto fondamentale: la resistenza allo scientismo dilagante, al feticismo del numero che lo caratterizza, al materialismo volgare degli algoritmi, ma anche la resistenza nei confronti del mito del consumo per il consumo, del profitto, del cinismo e del nichilismo che caratterizzano il discorso del capitalista. Contro l’oggettivazione dello scientismo e contro la mercificazione neoliberale, la psicoanalisi e il cristianesimo rivendicano il fatto che la verità ha sempre un volto singolare e un nome proprio. Questo è il cuore più profondo della psicoanalisi e del cristianesimo: non dimenticare mai la cura per il nome. Il problema non è tanto quello di dire la verità, ma di fare la verità. Il sistema dei consumi e lo scientismo sono due grandi avversari che cancellano la verità del nome: il primo attraverso un godimento senza limiti e il secondo attraverso la riduzione impersonale del nome al numero. Non a caso il profeta Isaia dice: “Non temere, io ti ho chiamato per nome”». 

Dedicherà un approfondimento alla figura di Maria? 
«Sì. Maria incarna veramente l’essenza della madre, perché mostra com’è possibile amare un figlio sapendo che il suo destino è già segnato con la morte sulla croce. Tutti i figli, in fondo, assomigliano al figlio di Maria perché tutti sono destinati a morire sulla croce, cioè a separarsi dalla madre... E’ quello che rende la figura materna non tanto un’ esperienza di sacrificio, ma di donazione. Una madre insegna al figlio a vivere e in un certo senso a morire. Se ne prende cura ma solo per abbandonarlo al proprio destino». 

Il KUM! Festival di ottobre, di cui è direttore scientifico, era dedicato alla cura. Un atto sempre più insidiato oggi, quando, ad esempio, si parla del fine vita e dell’eutanasia. 
«Io sono profondamente cristiano, ma non sono affatto contrario all’eutanasia. Anzi. Il prossimo anno dedicheremo KUM! al tema del fine vita. Io penso che bisogna avere cura della vita fino all’ultimo respiro e che la cura si prolunghi ben al di là della terapia: anche quando la terapia si rivela impossibile, la cura resta sempre possibile. Ma detto questo, ci sono situazioni drammatiche dove la vita è sprofondata in una condizione di sofferenza senza speranza. Ecco allora che in questi casi mi sembra umano, come segno di pietas, riconoscere il limite, la resa della vita. In questi casi la morte può non essere la brutale soppressione della vita, ma un dono che ne riconosce l’immensa sacralità. 
E’ sbagliato concepire l’eutanasia come l’autorizzazione a liberarsi dalla sofferenza e dalla responsabilità della cura. Se fosse cosi, io sarei radicalmente contrario alla sua legalizzazione. 
Dobbiamo invece pensare che ci sono circostanze particolari – lo dico da cristiano – nelle quali, paradossalmente, la morte può assumere scandalosamente la forma del dono. L’ideale di una resistenza senza resa è un ideale hitleriano. Noi conosciamo la vulnerabilità dell’umano, la vita che lotta e resiste al male ha la stessa dignità di quella che di fronte all’assenza di speranza e ad una sofferenza che la sommerge decide per la presa. Non si tratta tanto di rivendicare il diritto di fare della propria vita quello che si vuole ma di riconoscere che la morte può essere un dono».
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