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Vito Mancuso "Un’etica che ci cura dall’Io"

Sono alla ricerca di un'etica per questi giorni difficili che stiamo vivendo, o forse meglio patendo. 
Sento che ne abbiamo un bisogno estremo, direi disperato, vista la disperazione che pervade le menti e arriva talora a stringerci le viscere. Più dell'energia del gas russo o di quella del sole e del vento; più dell'ennesimo vaccino; più di una legge elettorale che finalmente funzioni generando governi stabili; più di ogni altra urgenza economica, sociale e politica, io penso che noi abbiamo bisogno di etica. Credo sia solo l'acqua a essere più urgente, quell'acqua fonte della vita di cui Francesco d'Assisi diceva «e molto utile et humile et pretiosa et casta». 
L'etica è l'acqua della nostra anima, senza la quale essa inaridisce e alla fine muore. Quante sono le anime morte in corpi ancora vivi che si aggirano per le nostre città? 
Qualche volta per questa mia esigenza mi sento come una voce che grida nel deserto, «vox clamantis in deserto» come dice il Vangelo; oppure come l'uomo folle di Nietzsche che accese una lanterna in pieno giorno e si mise a cercare Dio nella piazza del mercato suscitando le più divertite risate: «Si è perduto come un bambino?». 
Non so infatti quanto sia attuale e condivisa questa mia ricerca di etica: a volte ho l'impressione che interessi a pochi, a volte, invece, a molti. Quando non mi sbaglio? Quando penso che il bisogno di etica sia ignorato dai più? Oppure quando avverto che siamo in molti ad avere questo bisogno per non sentirci più tra noi «stranieri morali»? In genere propendo a pensare che non siamo in pochi a essere «alla ricerca della morale perduta», come scrisse Eugenio Scalfari. 
Penso che siamo in molti a voler sottoscrivere il manifesto in forma di battuta di Alessandro Bergonzoni: «Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno». Sì, chirurgia etica! Ma come ci si rifà il senno? Da quale chirurgo andare? È nota la risposta con cui l'uomo folle di Nietzsche ammutolì coloro che lo deridevano: «Dove se n'è andato Dio? Ve lo voglio dire! Siamo stati noi a ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!». Spiegando poi così le conseguenze: «Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?». 
Poco più di mezzo secolo dopo, Heidegger commentava: «Il mondo sovrasensibile dei fini e delle norme non suscita e non regge più la vita. Quel mondo ha perso da sé solo la vita: è morto. Questo è il senso metafisico dell'affermazione "Dio e morto"». La morte di Dio, quindi, equivale alla morte del Bene, alla morte dell'etica intesa come il valore più alto per cui vivere. 
Sento già l'obiezione: «Ma ci sono moltissimi atei che sono persone eticamente esemplari!». 
Verissimo, rispondo. Sono da sempre convinto che non occorra la fede in un Dio trascendente per essere buoni, veri, giusti, come pure da sempre constato che ci sono persone che dicono di avere fede in Dio e dell'etica fanno regolarmente scempio. Ma il punto non è la fede nell'esistenza di un ente personale e trascendente detto Dio; il punto è, per riprendere Heidegger, «il mondo sovrasensibile dei fini e delle norme». 
Provo a tradurre esistenzialmente la questione rivolgendomi a chi legge: tu ritieni che per te ci sia qualcosa più importante di te? Più importante, dico, del tuo successo e del tuo piacere? Conosci qualcosa di fronte a cui senti che ti devi fermare e conformare l'agire? Esiste per te qualcosa di indisponibile, rispetto a cui sei piuttosto tu che ti metti a disposizione? Sì, no? Se sì, chiamalo come vuoi questo qualcosa più importante, magari utopia, legge morale, bellezza, verità, scienza, giustizia, ideale politico, forse ancora Dio; il punto essenziale però è che tu vivi per un valore che supera l'orizzonte del tuo semplice io, e i tuoi fini e le tue norme ti derivano da altrove. Se è cosi, tu conosci qualcosa più forte e più meritevole di te in base a cui decidi cosa tu debba fare e cosa no, per cui non sei un sistema chiuso su di te, ma aperto. E fu per denominare questa apertura della loro vita che gli esseri umani di tutte le civiltà giunsero a parlare del divino, in qualunque modo poi lo concepissero, se politeista o monoteista, maschile o femminile, personale o impersonale. 
Occorre perciò che ognuno risponda alla domanda sulla propria coscienza chiedendosi se riconosce un valore più importante di sé oppure no. La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi supera se stesso per servire valori più alti e chi invece riporta tutto a sé. 
Un dio immanente 
L'etica nasce qui: sulla base del sentimento di un valore più alto dell'io. Per questo essa si presenta strutturalmente all'imperativo e senza imperativo semplicemente non c'è, ma nel migliore dei casi lascia il posto ad atteggiamenti quali calcolo, utilità, interesse, compromesso, adeguazione, gentilezza, e nel peggiore dei casi solo alle voglie e ai capricci dell'io. Perché vi sia etica in senso proprio vi deve essere la percezione di trovarsi al cospetto di qualcosa di più importante del proprio personale interesse e il desiderio di obbedirvi: come la voce del daimonion che Socrate sentiva dentro di sé e che gli ordinava cosa non fare («è come una voce che mi dissuade, allorché si manifesta, dal fare quello che sono sul punto di fare»); come la voce divina che Mosè sul Sinai sentì dentro di sé e che lo portò a scrivere le due tavole della legge con i dieci comandamenti; come l'imperativo categorico di Kant; come il principio responsabilità di Jonas. 
Questo peculiare statuto dell'etica venne riconosciuto con acutezza anche da Nietzsche, il più grande avversario dell'etica e del suo primato con il quale combatto da anni la mia personale battaglia: «Ingenuità, quasi restasse ancora una morale quando manca un Dio che la sancisca! 
L'"aldilà" è assolutamente necessario, se si conserva la fede nella morale». L'aldilà: come ho già osservato, tale concetto non è da intendersi necessariamente in senso fisico o metafisico, l'essenziale è che lo si avverta in senso esistenziale concependolo come superiore orizzonte di valore rispetto all'immediato interesse personale. Si può non credere nell'aldilà come dimora di un Dio trascendente, e tuttavia avvertire l'esperienza di un aldilà valoriale che conduce al superamento di sé: ed è precisamente in questo autosuperamento che consiste la condizione imprescindibile, sine qua non, dell'etica. Essa nasce dalla percezione di trovarsi al cospetto di un valore più importante del proprio interesse immediato, per esempio in ambito politico quando si privilegia la tutela del bene comune rispetto al populistico aumento dei consensi. Perché vi sia etica, si può fare a meno di un Dio trascendente, non però di un dio immanente. Ma oggi come siamo messi al riguardo?

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