Rosella De Leonibus "Trauma e resilienza"

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rubrica Psicologia

In condizioni estreme, quando tutto intorno sembra andare nella direzione della morte, e gli spiragli per l’uscita sembrano tutti soffocati, là nel cuore elle esperienze traumatiche possono iniziare i processi di resilienza. Processi, appunto, non caratteristiche già presenti, non la pepita d’oro che avevo già in tasca, ma la perla che formo pian piano per curare la ferita delle esperienze traumatiche.
Si parla ovunque di resilienza oggi, perfino nel PNRR, la si invoca anche, in modo da esorcizzare le conseguenze amare delle situazioni estreme. E proprio perché è diventata una parola perfino abusata, allora vale la pena di definirla ancora una volta.
Viene dalla fisica dei materiali, il concetto di resilienza, e racconta la capacità di un corpo, di un materiale, non solo di resistere agli urti, ma di riprendere la sua forma.
In termini umani o sociali, resilienza è la sequenza dei passaggi o delle condizioni che possono attivare questa vicenda, quella che sosterrà la voglia di vivere e la capacità di recupero, pur in presenza di un trauma che potrebbe distruggere il presente e il futuro di quella persona o di quel gruppo...
È un gioco difficile, quello della resilienza, perché tiene insieme gli opposti: paura e coraggio, disperazione e speranza, lasciarsi andare e lottare, sognare ed agire, arrendersi al dolore e ritrovare lo slancio vitale.
IL SEGRETO È NELL' OSSIMORO
L’ossimoro è una figura retorica che accosta concetti opposti in una stessa espressione, creando un cortocircuito logico, e uscendo, proprio per questo, da una visione ordinata e razionale della realtà. L’ossimoro evidenzia la tensione che vive chi, avendo subito un trauma, si protegge attraverso uno dei meccanismi di difesa più arcaici e massicci: la scissione. Da una parte la vita si è spenta, disseccata dall’esperienza traumatica, dall’altra ha raccolto e tiene nascosta la scintilla di energia che può rigenerare ancora la forza di vivere. Lo psichiatra Boris Cyrulnik, uno di massimi esperti mondiali di resilienza, ha dato ad un suo famoso libro un titolo che contiene questo ossimoro: “Il dolore meraviglioso”. Non è certo il dolore ad essere in sé meraviglioso, ma lo è la forza vitale che si è generata dentro quella sofferenza.
Il punto di partenza è quella gemma di forza vitale che è rimasta verde, e poi deve trovare nutrimento e luce per svilupparsi, e solidi sostegni negli ambienti affettivi e sociali.
Essersi sentiti amati, essere stati nutriti da un attaccamento sicuro, è già una potente assicurazione che si attiva davanti agli eventi traumatici. Ma non sempre questo capitale di amore è sufficiente, oppure questa pre-condizione non si è mai verificata…
UN TETTO E UNA STORIA
Il primo passaggio, se la garanzia di base non era stata stipulata, impatta con la vastità della ferita, e allora l’anima si anestetizza con la scissione. Non servono parole per incoraggiare, in questo frangente. Serve un attento e sensibile silenzio, servono cure materiali, serve assicurare un riparo, riposo, un pasto caldo, e serve una presenza che non interroghi, che non offra consigli, ma solo una mano sulla spalla, a volte anche solo uno sguardo discreto. Perché con la ferita del trauma ancora sanguinante, c’è ottundimento dei sensi e delle emozioni, il corpo è desensibilizzato, il pensiero è rallentato, ma tutto ciò è sano, perché protegge la psiche dalla consapevolezza piena del dolore.
Più tardi, in una cornice di fiducia, può arrivare il tempo dell’espressione e della rielaborazione, magari nel gruppo, per non sentirsi soli. Comincia la condivisione dell’esperienza, e poi arrivano le emozioni e le immagini che l’hanno accompagnata. Ecco le parole, le fotografie, i disegni, linguaggi per narrare l’indicibile, per ricostruire quel ponte, tra l’esperienza e la rappresentazione mentale, che l’emergenza traumatica aveva spezzato.
Sulle ceneri ancora calde del trauma si comincia a costruire una narrazione e la vicenda indicibile, il dolore, possono diventare racconto.
Da un lato l’allinearsi del materiale psichico che crea il racconto, e dall’altro lato l’ascolto di un “testimone privilegiato”, come lo chiama Cyrulnik, possono farsi contenitori del flusso emozionale che intanto avrà ricominciato a sgorgare. Il racconto narrato e ascoltato diventa ricordo, e il ricordo è materiale psichico. Che può essere elaborato, ordinato secondo un altro criterio, completando i vuoti, definendo sequenze, fino a che non sarà diventato un insieme coeso, maneggiabile, una storia che posso condividere.
È attraverso questo processo che qualcosa dentro di me si riconnette, si collegano filo a filo le trame spezzate dal trauma. Ciò che era indicibile, ciò che la mia mente non era capace di rappresentare, è transitato nel registro delle storie narrate.
Il semplice atto di raccontare “a qualcuno” scongela l’emozione legata all’esperienza traumatica. Ma lo fa da una angolatura diversa, ora per allora, una posizione più libera, svincolata dalla necessità di fronteggiare gli eventi, dove l’urgenza di sopravvivere chiedeva invece di trattenerle, le emozioni. Ora ci si può permettere di sentire davvero, si può lasciar risuonare l’eco profonda del vissuto.
La presenza dell’altro mi contiene e mi sostiene, la sua partecipazione emotiva mi fa da specchio, e quel che in me si era bloccato perché io potessi sopravvivere, adesso può essere sciolto, diluito, consegnato, lasciato andar via.
SIMBOLI PER RICOMPORRE
Le esperienze traumatiche producono una frattura, una cesura di senso.
Ma senza cogliere un senso di interezza in ciò che sperimentiamo, noi umani cadiamo in preda all’angoscia… i riti privati e i rituali sociali, le celebrazioni collettive, e più che mai l’espressione creativa che ora posso permettermi, raccolgono i residui dell’angoscia e distillano una nuova unità, un raccordo tra il prima e il dopo, un senso di continuità che riappare, si rigenera.
Un oggetto simbolico, celebrato in un rito, restituisce ordine al mondo, e soprattutto ripristina un sentimento di padronanza che ripara quella sensazione terribile, di essere preda inerme degli eventi, che ha caratterizzato l’esperienza traumatica.
Un rituale, una celebrazione collettiva, mi ricollegano alla comunità da cui il congelamento emotivo mi aveva tagliato fuori. In quanto sopravvissuto, ho bisogno di riconnettermi al consesso umano. La rinascita del mio sé comprende anche l’appartenenza alla comunità. Ho viaggiato giù fino agli inferi e ritorno, e come gli antichi viaggiatori, che tornavano tenendo in mano il frammento di un coccio che avevano spezzato a casa prima della partenza, mi farò riconoscere, mi potrò riconnettere a ciò con cui posso combaciare.
L’azione creativa che avrò prodotto, e la riconnessione con la comunità cui appartengo, reinventa e sostiene la continuità del sé, mi aiuta a risaldare il prima con l’adesso e con il domani, ricompone l’unità della mia psiche che per difendersi si era frammentata.
Non tutte le esperienze traumatiche ammettono processi di resilienza: a volte il trauma resta bloccato nella storia della persona, la spacca dal di dentro, si cronicizza, e gli esiti del trauma sono la distruzione del sé, la ripetizione del dramma vissuto, il rovesciamento dei ruoli tra vittima e persecutore.
FATTORI DI PROTEZIONE E FATTORI DI RISCHIO
La struttura del trauma è il primo elemento di differenziazione. Se un evento tragico è conseguenza di una azione umana deliberata, e se è perpetrato all’interno di una relazione affettiva che dovrebbe essere connotata dalla fiducia, allora l’esperienza traumatica è molto più profonda e dura di quanto non sarebbe quella causata da eventi fortuiti, o naturali, e comunque non per mano umana. E se un trauma “con la T maiuscola” è devastante e imponente, mi offre il vantaggio comunque di essere riconoscibile, di avere una presenza singolare e identificabile nella mia vita: inizia e finisce. Non sarà certo di impatto minore una esperienza traumatica “con la t minuscola”, ripetuta nel tempo, non facilmente riconoscibile, inframmezzata alla quotidianità di cui entra a far parte e attraverso la quale si normalizza, si sfuma, diventa indefinita, e allora divento io quella o quello che è fuori centro, che si sbaglia, che esagera, che non vuole dimenticare… L’impatto di una tale vicenda è meno visibile all’esterno ma proprio perché è ripetuto e si presenta in forma anodina lascia le tracce più profonde e durature.
Il secondo fattore è il modo in cui è organizzato il supporto postraumatico. Se posso sentire rispetto e comprensione nella fase di anestesia emotiva, se posso facilmente accedere ad un ascolto professionale qualificato, se il gruppo non mi emargina, se posso ricevere sostegno e solidarietà dal consesso sociale quando elaborerò il mio rituale di riconnessine, allora l’esito di una esperienza anche gravissima sarà positivo. Al rovescio, se resto in solitudine, se non ricevo ascolto né empatia, se il contesto mi stigmatizza e mi emargina, allora la condizione di fragilità che vivo a causa del trauma si amplifica, si cronicizza, e diventa l’inizio di una nuova discesa agli inferi senza speranza di ritorno.
Il terzo fattore è la storia evolutiva della persona o del gruppo prima dell’esperienza traumatica. Solide relazioni, una rete di appartenenze che mi sostiene e non mi dimentica, una certa flessibilità e allenamento davanti ai cambiamenti, un senso forte del futuro che qualcuno coltiva e tiene in serbo per me, sono potentissimi fattori di protezione. Così come sono fattori di rischio molto rilevanti l’età molto piccola, lo sradicamento affettivo e sociale, lo stigma, il pregiudizio di cui sono stato o sono il bersaglio, a causa della mia condizione esistenziale o sociale, o causa delle ferite stesse del trauma che ho subito. Allora anche un evento che per altri sarebbe poco rilevante mi ferisce a morte.
Davanti a questi fattori predittivi dell’esito delle esperienze dirompenti, si impone una assunzione di responsabilità collettiva nei confronti non solo di chi è più fragile e indifeso, ma anche nei confronti delle comunità sociali e del clima che in esse viene alimentato. Perché, volenti o nolenti, siamo tutti connessi in una unità inscindibile attraverso il contagio emotivo, e le persone traumatizzate che restano senza adeguato soccorso, o peggio intere categorie o intere comunità che subiscono esperienze fortemente critiche e ne portano a lungo le ferite, sono un fattore di tensione, di dolore, di sgomento, di impotenza e di insicurezza per ognuna e ognuno di noi. Non una né uno di meno, diremmo, parafrasando lo slogan del Movimento delle donne, perché specchiandomi nella tua vicenda di disperazione e negli esiti che ne porti addosso, tu sei me e io sono te.
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Per saperne qualcosa in più su Boris Cyrulnik e la sua ricerca:
Cyrulnik B., Autobiografia di uno spaventapasseri, strategie per superare un trauma, (2008), Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
Cyrulnik B., Il dolore meraviglioso, (1999) Frassinelli, Milano, 2000.

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