Cose da maschio, cose da femmina... E se fossero stereotipi?

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rubrica Psicologia

DA BAMBINI...
Anna amava fischiare, lo sapeva fare bene, aveva imparato ad imitare gli uccelli. Da lì aveva provato a fischiare delle canzoni. La sua voce, che era abbastanza leggera, con il fischio riusciva a produrre un suono potente.
Anna da bambina dovette farlo di nascosto e poi smise, perché le rimproveravano che fosse una cosa da maschi. Così Anna, che aveva un buonissimo orecchio musicale, si chiuse a riccio e riuscì ad esprimersi soltanto con testi scritti.
Giovanni aveva provato, come tutti, a far parte di una squadra di calcio, ma ogni volta piangeva, non riusciva a essere competitivo. Lavorava bene per la squadra, ma non ce la faceva a contrastare, anche fisicamente, i suoi avversari sul campo. “Non sei un maschio, sei una checca”, così veniva apostrofato.
Aveva una passione che lo coinvolgeva molto, Giovanni. Disegnava fumetti. Aveva imparato da solo, copiando le strisce dei classici del fumetto, e poi inventando dei suoi personaggi, ma non poteva vantarsene; gli dicevano sempre, divenuto ormai undicenne: “Che fai sempre con carta e matita, vai fuori, vai a tirare due calci a un pallone, vai a correre, vai a fare un qualche sport. Questo non è per te. Questo è da maschi, secondo te?”
E poi c’è Andrea, che aveva ottenuto, a pianti e strepiti, di essere iscritto a danza, quando tutti andavano a basket o a calcio. “Amava la danza come Nureyev”, dicevano le sue insegnanti, ma la volta che lo misero a svolgere nel saggio un ruolo da ragazza (era dodicenne e il suo corpo non era ancora così definito), i genitori lo ritirarono, con molti strepiti, affermando che le insegnanti lo stessero spingendo a diventare omosessuale.
E ANCHE DA ADULTI...
Valeria, che è robusta e di poche parole, guida il trattore dell’azienda agricola di famiglia e ripara gli attrezzi, sa usare la saldatrice, la mola, la fresa. Lo ha imparato dai suoi zii, e se ne vanta. Perché quando porta l’auto dal meccanico, nessuno osa dirle “lei non ci può capire nulla, è una donna”. Nel paese in cui vive è considerata una “strana”, “né carne né pesce”. “Brava, gran lavoratrice, certo, ma è evidente che ha qualcosa che non va se a quarant’anni non si è ancora mai fidanzata”, “Sembra che abbia un amante straniero, un fornitore dell’azienda agricola, uno che viene dalla Germania, dove, dicono, non si fa tanto caso al fatto che lei è un mezzo uomo”.
E ancora Giorgia, grande organizzatrice, dotata di una leadership naturale, ovunque vada diventa ben presto un punto di riferimento. Fa squadra, fa gruppo, realizza risultati. Ma nella compagnia di assicurazioni dove lavora da vent’anni, ora che si è liberata una posizione superiore, la hanno spostato di settore e hanno preferito un uomo, uno che vale la metà di lei, che non ha mai brillato, ma almeno, si sa, saprà farsi meglio rispettare. Alle proteste di tutte le sue sottoposte, in gran parte donne, che con Giorgia come leader si erano trovate più che bene, i vertici della compagnia hanno risposto che “Certo, lei si dava da fare per coprire i vostri permessi per la figliolanza, ma ora è finita la pacchia, chi tra voi non ha voglia di stare sul pezzo può anche cercarsi un nuovo lavoro”.
E Nicola, che ha diretto l’ufficio acquisti di una grande azienda per tanti anni, ma ora che è sulla cinquantina, si è liberato dall’immagine di Maschio Alfa, a cui aveva aderito fino ad allora, una maschera che lo aveva protetto da critiche e discriminazioni. Ha deciso di rendere palese la sua omosessualità, pensando ora di poter essere valutato su una competenza e una produttività comprovate. Invece è stato il primo ad essere chiamato quando la sua azienda ha deciso il taglio del personale. Gli sono stati proposti dei bei denari di buonuscita, gli è stato fatto capire che aveva deluso l’azienda, e che questa era una offerta davvero generosa.
GLI STEREOTIPI DI GENERE NON SONO “NATURALI”
Tutte storie vere, con nomi e circostanze modificati, sono la quotidiana esperienza che le donne e gli uomini fanno degli stereotipi di genere. Di come questi forniscano la giustificazione, in nome di una presunta “naturalità”, per reprimere l’individualità, per stigmatizzare, per definire anche l’immaginario e per permettere prevaricazioni e umiliazioni. Chi non rientra in queste griglie di genere, chi non aderisce allo stereotipo è automaticamente sbagliato, emarginato, umiliato.
Più è grande la distanza, maggiore sarà il prezzo da pagare.
Chi ha definito quali sono le caratteristiche universali giuste per un uomo e per una donna? Chi definisce quali sono le coordinate entro le quali una persona di genere (e sesso) maschile e di genere (e sesso) femminile possa esprimere le sue potenzialità umane?
Leonardo non subisce stigmi, ma viene guardato e additato come una specie di fenomeno. Ha una compagna che lavora come lui, e due bambini, di cui lui si occupa esattamente quanto la madre. Li aiuta a lavarsi, a vestirsi, li accompagna a scuola, alle attività sportive, legge fiabe per loro, si occupa di insegnare le regole e di farle rispettare, collabora alla pari nella vita domestica. Sia lui e che la sua compagna riescono a ricavarsi una sera a settimana per i propri hobby. E, poiché hanno un bel cerchio di amici, un giorno a settimana hanno istituito lo “scambio figli”, per godere di una serata in coppia, mentre i bambini sono a dormire dagli amici e viceversa. Prendono le decisioni insieme e riconoscono l’una le eccellenze e i talenti dell’altro. Ma sono una tale rara eccezione che al lavoro non vengono loro risparmiate né battute né sarcasmo. I colleghi chiedono a lui se ha pettinato bene la sua bambina. Le colleghe chiedono a lei come ha potuto stregare un uomo fino a fargli fare la spesa settimanale senza la lista: “Semplice, quando siamo andati a vivere insieme abbiamo deciso che avremmo fatto qualcosa di meglio rispetto alle famiglie di origine”. Un padre assente per lui e una madre votata al sacrificio per lei. “All’inizio ci siamo dati il compito di sorvegliarci strettamente a vicenda, per non ricadere nelle abitudini ereditate”. Certamente per i loro figli sarà più facile, perché intanto il mondo sarà cambiato, e soprattutto sono diversi i modelli ereditati dai genitori.
Quali sono gli specifici luoghi, i contesti nei quali viene diffusa e perpetuata la rappresentazione stereotipata da attribuire al maschile e al femminile?
Un enorme spazio è occupato dai vari media, col loro potentissimo influsso sulla costruzione di immagini mentali, di modelli, del maschile e del femminile, con meccanismi di persuasione subliminale e pervasivi, non sempre decodificabili.
Un ruolo fondamentale lo ha l’educazione ricevuta nelle famiglie, non soltanto nella componente esplicita, ma anche, molto concretamente, nella esposizione ad una quotidianità dove, fin dalle origini della vita, avviene l’assegnazione, sulla base del sesso genetico, a uno status di appartenenza che comporta una gerarchia implicita.
Da qui in poi, rileva la scelta dell’abbigliamento appropriato, dei giochi, dei gesti dell’accudimento, dei modelli, dei simboli, delle parole con le quali un bambino o una bambina viene cresciuto/a. Immediatamente dopo saranno le forme di socializzazione a cui il bambino aderisce a ribadire questi stereotipi.
Dentro e fuori dalla famiglia il bambino o la bambina ricevono esempi e indicazioni tali da predisporre un mondo condizionato dall’appartenenza al genere maschile o femminile. Di conseguenza gli atteggiamenti e i comportamenti che i bambini sviluppano rispondono al criterio della identificazione e anche della omologazione agli stili propri della categoria sessuale di appartenenza.
INDIVIDUI, SOCIETÀ E VICEVERSA
La famiglia, quindi, e poi la scuola, e tutto intorno i media, trasmettono un sistema di prescrizioni e regole che realizzano una vera e propria istruzione sessuale rispetto ai modelli del maschile e del femminile veicolata attraverso gli stereotipi di genere.
È attraverso queste prescrizioni, più implicite che esplicite, che si strutturano i ruoli di genere, le linee guida che regoleranno il ruolo sociale legato al genere, con le norme da osservare rispetto al proprio sesso di appartenenza.
Il tutto, naturalmente, non può essere senza costi, perché ognuno, nel momento in cui vive un forte vincolo sulla rappresentazione di sé, è chiamato a dover gestire delle emozioni molto complesse, che sono più o meno contraddittorie a seconda che la propria struttura di personalità sia più o meno lontana dal modello proposto. Tutto ciò appartiene ai primissimi momenti dello sviluppo, dove certi comportamenti, anche soltanto con un’occhiata, vengono definiti buoni o cattivi.
La scuola fa la sua parte, dicevamo, perché ripropone spesso, in moltissimi libri di testo, tuttora, l’idea di una mamma dedita alle faccende domestiche e di un papà dedito, invece, ad attività sociali o produttive.
I processi che formulano gli stereotipi di genere devono essere letti come prodotti specifici della organizzazione dei rapporti, della comunicazione e delle relazioni tra i generi in un determinato contesto storico.
L’identità di genere, quindi, e i conseguenti stereotipi che devono mantenerla, si mostra come una struttura di ordine psicosociale, che è il risultato di una transazione tra individuale e collettivo, dove l’individuale influenza il collettivo e il collettivo, a sua volta, influenza la percezione individuale.
Queste rappresentazioni socialmente condivise vanno a incidere pesantemente sui vissuti e sulle percezioni che le persone hanno di sé in quanto esseri sessuati e discriminano, attraverso i tratti di personalità, le peculiarità e i modelli comportamentali, le attitudini e le capacità che ognuno può ritenere adeguate o riferibili al modello maschile o al modello femminile.
Gli stereotipi di genere diventano leggibili tenendo presenti tre livelli. Prima di tutto il livello individuale: in che modo io mi percepisco soggettivamente come maschio o come femmina.
Poi il livello culturale: in che modo io sono maschio o femmina sulla base dei modelli dominanti di mascolinità e femminilità che ho semplicemente introiettato, che ho invece negato o che ho rielaborato.
Infine il livello di interazione: come io mi percepisco in quanto maschio o femmina nella relazione con l’altro e, soprattutto, come mi percepisco in riferimento al ruolo che svolgo e alle funzioni insite nel rapporto con l’altro.
LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA
Il problema più delicato di tutto questo ancora non lo abbiamo nominato: è lo stereotype threat, ossia la minaccia legata agli stereotipi. È l’idea di base attraverso la quale le persone che appartengono a un gruppo sociale il quale definisce con molta precisione gli stereotipi di genere, tenderanno a confermare lo stereotipo stesso sulla base di precise profezie che si autoavverano. Se, per esempio, alle donne vengono attribuite minori capacità intellettive o organizzative, ecco che esse finiranno per aderire a questo modello e nelle prove di abilità linguistica o matematica seguiranno le previsioni dello stereotipo. Purtroppo, molti esperimenti hanno confermato la forza di queste trappole mentali. La consapevolezza del pericolo di essere giudicati in base a uno stereotipo produce uno stato di allerta che indurrà a mettere in atto dei comportamenti che produrranno la conferma delle concezioni stereotipiche esistenti. Le interazioni sociali sono il contesto in cui si definiscono i rapporti intersoggettivi, in cui si strutturano le relazioni e in cui si costruiscono le rappresentazioni. Ciò comporta una profonda incidenza sulla psiche individuale e sul comportamento soggettivo il quale, a sua volta, influenzerà il sistema di relazioni e il modo in cui una persona vivrà la sua identità in relazione con l’altro.
Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti quando guardiamo il modo circolare e ricorsivo in cui prende forma e si esplica la processualità sociale.
Uno qualunque degli anelli di questa catena può essere quello dal quale cominciare. Quello individuale: aiutare i bambini e le bambine a percepirsi come persone prima e accanto al percepirsi maschi o femmine; un livello culturale: mettere in discussione, rielaborare, ridefinire i modelli ai quali ci si ispira nel decidere ciò che è “giusto” per un bambino, per una bambina; e infine un livello di interazione: ridefinire e rinegoziare i ruoli e le funzioni tra i generi.
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