Vito Mancuso "Senza merito non c’è giustizia"

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In seguito alla decisione del governo di rinominare il Ministero dell’Istruzione “Ministero dell’Istruzione e del Merito” si è immediatamente manifestata da parte di molti un’esplicita avversione al concetto di merito. Perché? Perché esso metterebbe in pericolo l’uguaglianza e la giustizia in quanto favorirebbe i più forti e i privilegiati, mentre l’uguaglianza e la giustizia hanno a cuore il bene di tutti, a partire dai più deboli e dagli svantaggiati. In realtà, a mio avviso, tale contrapposizione tra merito e giustizia non ha nessun fondamento. Anzi, è proprio la tutela del merito a promuovere davvero la giustizia, la quale consiste nel dare “a ciascuno il suo”, unicuique suum, come recita l’aurea massima del diritto romano, laddove questo “suo” è il corrispettivo del lavoro svolto, il quale non viene invece rispettato se a tutti viene assegnata la stessa misura a prescindere dal lavoro svolto. È come se alle Olimpiadi si desse a tutti la medaglia d’oro a prescindere dai risultati della competizione … 

Il merito è il corrispettivo della libertà che si esprime come responsabilità e come laboriosità, premiandone nella giusta misura il concreto esercizio. Per questo esso è sostenuto da tutte quelle filosofie e quelle spiritualità che affermano la libertà e il valore dell’agire umano, e non c’è minimamente da stupirsi né tanto meno da opporsi al fatto che venga applicato alla scuola, dove del resto è sempre stato in uso fin dall’antichità. Il punto, piuttosto, è un altro: è che tale concetto venga esteso non solo alla scuola ma a tutti gli ambiti dell’agire umano, e in particolare proprio alla politica e alle cariche che essa distribuisce. E a questo riguardo io chiedo: siamo proprio sicuri che tutti i ministri dell’attuale governo siano stati nominati per la loro istruzione e il loro merito? E i viceministri e i sottosegretari e tutte le altre cariche che presto arriveranno? E gli attuali presidenti del Senato e della Camera? Io non conosco qual è l’effettiva situazione al riguardo perché non seguo così da vicino la politica da avere una conoscenza dei politici e delle loro competenze e quindi dei loro meriti, mi limito solo a sottolineare il fatto che istruzione e merito devono rappresentare il criterio per “tutto” l’esercizio del potere, mentre sarebbe alquanto bizzarro sottoporre a questi esigenti criteri gli studenti e gli insegnanti e sottrarvi invece proprio coloro che maggiormente vi devono corrispondere, cioè i politici. 
Istruzione e merito infatti sono le doti principali, direi indispensabili, di un politico degno di questo nome, come i più sapienti tra gli uomini hanno sempre insegnato. Prendiamo Socrate. Chi era per lui “il mascalzone di gran lunga più grande”? Colui che “pur non valendo niente, riuscisse nell’imbroglio di persuadere che è in grado di governare lo stato” (Senofonte, Memorabili, I, 7). Stimando altamente la professione politica, Socrate non tollerava l’incompetenza e detestava l’improvvisazione delle persone impreparate, mentre auspicava per la politica competenza e preparazione, appunto merito. E questo perché per lui alla politica andava applicata la medesima logica della vita reale: quella secondo cui “sulla nave il comandante è colui che sa”. 
Per Machiavelli lo stato bene ordinato deve agire così: “Avendo ordinati i premi a una buona opera e le pene a una cattiva, e avendo premiato uno per avere bene operato, se quel medesimo opera dipoi male, lo castiga senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere”. La conseguenza viene da sé: “Quando questi ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo; altrimenti sempre rovinerà tosto” (Discorsi, XXIV, 4-5). 
Il merito è anche uno dei concetti decisivi della filosofia di Giordano Bruno, il quale riteneva che era dalla sistematica applicazione del merito che deriva la salute di una civiltà e quindi sosteneva che esso andava favorito a tutti i livelli. Per questo denunciava il comportamento di quei governanti che innalzano nelle posizioni di comando non chi effettivamente ne ha il merito, ma “un aggrandito poltrone e feccia di forfanti” (La Cena de le Ceneri, 301). Bruno detestava i potenti per i quali “l’autorità vale sopra i meriti e i meriti non vagliono se non quanto quella permette e dispensa”, perché per lui era vero esattamente il contrario: che è solo l’effettivo merito a legittimare l’autorità. 
Sembrerebbe che il cristianesimo non abbia molto a che fare con questa impostazione, ma non è per nulla così. Gesù infatti valorizzava ampiamente il concetto di merito, come appare in molte parabole tra cui quelle del seminatore, delle dieci vergini, dei talenti. 
Quest’ultima si conclude con una massima che porta persino all’estremo il ruolo del merito: “A chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha” (Matteo 25,29). Si consideri inoltre che la divisione dell’umanità tra giusti e ingiusti prefigurata alla fine della storia nel momento del giudizio universale si basa esattamente sull’esercizio della libertà e sul concetto di merito o demerito che ne deriva, quando a chi avrà meritato sarà detto: “Venite, benedetti dal Padre mio”, mentre a chi avrà demeritato: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno” (Matteo 25,34 e 41). 
Tutto il Discorso della montagna è un grande appello alla libertà umana, concepita come reale anche in riferimento a Dio, con la possibilità di scegliere se seguire oppure no le indicazioni date. Gesù infatti, come suo fratello Giacomo e a differenza di san Paolo, seguiva in tutto l’impostazione ebraica basata sull’offerta dell’alleanza da parte di Dio e la libera decisione umana di accettarne l’osservanza oppure no, esemplificata in molte pagine bibliche mediante l’esempio delle due vie e di cui le parole più efficaci sono le seguenti: “Il Signore da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo benvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi, tu stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Siracide 15,14-20). È la medesima impostazione che il Buddha denominava teoria del karma. 
Naturalmente nella scuola il criterio del merito va usato con la dovuta saggezza, perché sarebbe stolto applicarlo allo stesso modo nelle elementari, alle superiori o all’università. 
Soprattutto nei primi anni del percorso scolastico si ha a che fare con esseri umani in formazione ai quali va riservato uno sguardo e una pazienza particolari, senza mai trascurare la necessaria comprensione delle particolari situazioni che i singoli studenti si trovano a vivere. Chi ha veramente a cuore il merito in quanto esercizio responsabile della libertà sa bene che le condizioni di partenza dovrebbero essere uguali per tutti e che gli svantaggi iniziali non possono essere dimenticati. Se c’è invece un luogo in cui il criterio del merito non deve conoscere la minima eccezione, è proprio la politica: qui non si deve avere nessuna comprensione e nessuna tolleranza per gli incompetenti, per quelli che Giordano Bruno chiamava “poltroni” e “feccia di forfanti”. All’inizio di questa nuova stagione politica è lecito sperare che il nuovo Presidente del consiglio sappia valorizzare al meglio su tutti i fronti, e in particolare proprio nella politica, il concetto di merito a lei tanto caro? 

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