Sia Luce. Arte e architettura sacra contemporanea: Giovanni Frangi “Appunti e esperimenti”

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Sabato 22 ottobre 2022 si è tenuta la seconda edizione del convegno “Sia Luce. Arte e architettura sacra contemporanea” nella sala convegni del Seminario di Biella.

Per il secondo anno ci ritroviamo in un momento di riflessione e formazione sul contemporaneo in un contesto di culto. I nostri ospiti ci conducono nel loro ambito di ricerca e lavoro per meglio conoscere l’arte e l’architettura sacra

Programma:

ore 10.00
Francesca Leto, architetta e liturgista
La chiesa di Sant’Ignazio da Laconi a Olbia: storia di un laboratorio dal progetto all’esecuzione

ore 10.45
Franco Cardini, storico e saggista, ha presentato il libro Le dimore di Dio (Il Mulino, 2021)

ore 11.30
Giovanni Frangi, artista ci ha parlato del tema del sacro nella sua produzione artistica con l’intervento dal titolo “Appunti e esperimenti”.

Intervento di Giovanni Frangi

Negli ultimi anni per delle ragioni casuali mi sono trovato ad avere a che fare con delle situazioni dove il mio lavoro, che ha da molto tempo cercato di indagare il mondo naturale, ha dovuto affrontare il problema dell’arte Sacra. In che modo avevo a che fare con il sacro?

Cosa vuol dire? Possiamo ritenere sacro, al di là dell’immagine rappresentata, un dipinto di Mark Rothko o un quadro con dei buchi di Lucio Fontana? L’arte ha forse sempre nel suo DNA una ragione spirituale? L’arte vuole andare al di là della realtà, scoprire il mistero e cercare di raccontarcelo? Forse questo è il lato che più ci attrae?

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Mi sono posto queste domande per capire quale sia una possibile strada senza avere delle certezze. Il sacro non è dunque qualcosa di esplicito ma sta alle spalle? Ha a che fare con l’urgenza segreta che spinge un artista a lavorare? In fondo cosa spinge un artista a esprimersi con dei segni su una superficie?

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Ma quando l’arte riesce a parlarci ancora dopo anni vuol dire che dentro di sé contiene una necessità di superare l’attualità quindi ci porta in una zona che possiamo ritenere dello spirito.

Massimo Recalcati parlando del mio lavoro scrive: “Il lavoro dell’artista resta legato alla terra, al corpo, alla carne dell’immagine poiché è solo l’immagine a trattenere dentro di sé – nella sua immanente presenza – qualcosa di infinito”

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L’arte chiamata sacra che noi vediamo nelle Chiese di oggi è cosi spesso distante da quelle che sono le strade dell’arte contemporanea. Bisogna per forza ritrovare un dialogo. Non è un compito facile ma sul tavolo della scommessa si è sempre in due. Se la Chiesa deve aprire delle finestre da troppo tempo sbarrate anche gli artisti devono porsi in una posizione politica. Nel senso di mettersi in discussione su dei principi che non sono scritti e che quindi sono modificabili e aperti a una trattativa. Non sono sicuro che i risultati siano sempre i migliori ma sono certo che la strada del dialogo sia l’unica percorribile.

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Paolo VI aveva intuito, primo fra tutti, sessant’anni fa questa situazione nel Messaggio agli artisti alla chiusura del Concilio Vaticano II e poco prima nella omelia nella Messa nella Cappella Sistina. Il 7 maggio del 1964 aveva invitato, forse per la prima volta, nel luogo che certamente incuteva più timidezza molti dei più importanti artisti italiani e dove in un lungo discorso tra le altre cose dice queste parole :

….Quindi siamo sempre stati amici. Ma, come avviene tra parenti, come avviene tra amici, ci si è un po' guastati. Non abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia. Ci permettete una parola franca? Ci avete un po' abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose….

E ancora “Ma per essere sincero vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete sempre creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità……vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci! “ e poco dopo : “Rifacciamo la pace ? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici?....” Parole che per la loro capacità visionaria sembrano scritte oggi e sono sorprendenti per la capacità psicologica di affrontare una questione che vediamo ancora aperta.

“Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi”

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Vi racconto tre esperienze importanti. Nel 2006 gli amici dello Studio Quattro Associati mi hanno chiesto di dare il mio contributo per partecipare a un concorso per la costruzione di una nuova Chiesa a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. La comuni di Trezzano era diventata nel tempo sempre più numerosa e la Parrocchia di Sant’Ambrogio non era più sufficiente per la messa domenicale. Il parroco, Don Franco Colombini, aveva affittato un capannone alla periferia della città, che potesse in questo modo ospitare i fedeli.
Al concorso della Diocesi di Milano prendiamo il primo premio. Comincia così quello che posso considerare una delle esperienze fondamentali nel mio percorso degli ultimi anni. In che modo relazionarsi con il tema del sacro? Come poteva dialogare il mio lavoro con una esigenza cosi precisa di una comunità? Quale era la strada da prendere? Dove guardare? Forse la Cappella di Vence di Matisse?




In totale sinergia con lo studio abbiamo cominciato a lavorare. Una visita nell’area dove sarebbe stato costruito il cantiere mi aveva aiutato. Il complesso architettonico era immaginato entro un recinto - soglia. I diversi ambiti del programma liturgico e pastorale erano unificati in un disegno organico. Avevo ipotizzato così da subito un’idea semplice ma forte. Una linea dell’orizzonte, doveva percorrere tutto il perimetro interno e esterno dell’edificio, stabiliva un rapporto tra il mondo fuori e il mondo dentro. La linea poi chiamata Il segno dell’alleanza interna al mio linguaggio, che si è sempre definito intorno a una riflessione sulla natura e sul paesaggio, e nello stesso tempo testimoniare come il ruolo della Chiesa sia da sempre quello di accogliere, di custodire e nello stesso tempo di aprirsi verso l’esterno, lo straniero. Questo progetto che si è ultimato dopo cinque, sei anni, ha subito nel corso del progetto diverse variazioni per via di difficoltà differenti, tentativi di dialogo delle volte complicati. Prima avevo progettato una forma tridimensionale, poi di color argentato, alla fine è diventato un segno molto minimale che percorreva solo il perimetro interno dell’edificio. All’ interno dell’orizzonte si trova anche la mia Via Crucis in quindici formelle di legno bianco risolte con un linguaggio minimale che si inseriva nel perimetro del percorso. All’ingresso dell’edificio una grande tela emulsionata tutta virata sui gialli con l’immagine della Santa Gianna Beretta Molla ispirata a una commovente foto della Santa fatta in montagna con in braccio due sue figlie.

Ma l’aspetto che per me è stato più importante è stato il rapporto che si è creato con la comunità di Trezzano. Decine di riunioni nelle sale della Parrocchia. Sempre di sera fino a tardi. Chi non capiva il senso. Chi lo riteneva solo uno spreco di danaro. Chi pretendeva un messaggio più chiaro. Volevo molto spesso mollare la preda. Solo dopo un incontro fondamentale con Monsignore Gianfranco Poma dell’Arcivescovado e la comunità siamo riusciti ad arrivare a una soluzione. Come per magia tutti erano convinti che la mia idea fosse quella giusta. Cosi nella Chiesa di Trezzano potete vedere il mio disegno che gira intorno e definisce un orizzonte per cento cinquanta metri e forse di più.

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In quel periodo, all’incirca alla fine del 2007 Don Giuliano Zanchi e Simone Facchinetti del Museo Diocesano di Bergamo mi chiedono invece di pensare a un progetto per l’Oratorio di san Lupo. L’oratorio in via San Tomaso è un luogo settecentesco utilizzato per delle mostre di arte contemporanea. Prima di me erano passati Jannis Kounellis, Gianriccardo Piccoli e Sandro Parmigiani tra gli altri. Sentivo il peso di una certa responsabilità. All’inizio ho cominciato a lavorare con la possibilità di coprire delle grandi finestre con dei quadri con dei simboli evangelici. Ma forse non faceva per me. Cosi lavorando su uno di questi quadri argentati ho scoperto un materiale affascinante, una sorta di resina bicomponente che asciugandosi creava degli spessori materici inaspettati. Ho riempito tutto il pavimento mettendo quei quadri per terra creando una superficie materica e morbida tutta d’argento. Poi ho pensato di coprire l’affresco settecentesco del soffitto con un grande cielo azzurro di otto metri per quattro, il più grande che avessi mai realizzato. Il cielo e la terra.
Ma la terra sembrava la luna.
La questione in quel caso era più facile. Era una mostra con un inizio e una fine. Nessuna doveva entrare per pregare. La cosa ha funzionato anche perché l’opera nel suo insieme era visibile soltanto da delle finestre che si alternavano sulle scale dell’edificio.
Solo un rumore registrato dello scorrere dell’acqua e l’abbaiare di un cane. Il grande fotografo Claudio Abate ha realizzato un servizio che rende bene l’idea. Alla fine Giuliano Zanchi decide il titolo importante della mostra MT 2425. “ I capitoli ventiquattro e venticinque del vangelo di Matteo, affresco visionario sulle cose ultime…..Praticamente la fine del mondo”

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A Roma invece ora sto ancora lavorando a un progetto non ultimato ma quasi in dirittura d’arrivo. L’Ospedale Gemelli necessitava la costruzione di un nuovo Hospice. Hanno scelto un’area alle porte della città in via Bogliasco, sulla strada che dal Vaticano va verso Ostia sfruttando una struttura mai ultimata. Sono stato chiamato dalla Fondazione per occuparmi della parte artistica. Abbiamo cosi cominciato a lavorare in stretto contatto con l’architetto Carlo Lococo, con Monsignore Claudio Giuliodori, con la professoressa Cecilia De Carli e abbiamo deciso di concentrarci su due situazioni: la Cappella e la stanza multireligiosa. Insieme a me in questo progetto è stato coinvolto anche Mario Airò, un artista mio coetaneo che si è dedicato agli apparati liturgici. La posizione della Cappella è stata progettata al primo piano dell’edificio, su un angolo della struttura con delle grandi vetrate, in cui per delle ragioni di situazioni preesistenti c’erano già costruite quattro colonne di un diametro importante che andavano da cielo a terra. Per il loro peso specifico nell’economia dell’ambiente rappresentavano evidentemente per noi una grossa difficoltà.

Ho pensato di sfruttare queste colonne per il mio lavoro. Una difficoltà è stata trasformata in un vantaggio. Ho fatto così costruire dei telai semicircolari che potessero coprire nella loro totalità le colonne, quattro colonne dipinte. Ho cominciato a lavorare su delle immagini con delle piante che avessero un legame con le Sacre Scritture scoprendo da subito che questa idea offriva molte possibilità. Le colonne potevano essere molte di più visto quante sono le piante presenti in modo diverso nelle Scritture. Ma erano quattro. E quattro andava bene. Ognuna per ogni evangelista. Alla fine ho deciso per le Palme, il sicomoro, i granelli di senape e l’uva e i tralci. Alla base del lavoro una scritta con solo una sigla MT 13, 31-32, GV 15, 1-9, LC 19, 1-10, MC 11, 1-10. Il riferimento preciso alla pagina dei Vangeli. Il lavoro al momento non è ancora ultimato, deve essere ancora posizionato dovrebbe essere finito entro il mese prossimo.

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