Roberto Repole “Ridisegno le parrocchie ascoltando la città”

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11 ottobre 2022

«Abbiamo assistito alla fine del regime di cristianità, in cui dalla nascita si era di fatto cristiani. Da decenni non è più così, non siamo più la totalità ma siamo ancora vivi». Con questo spirito e partendo da queste premesse sabato monsignor Roberto Repole incontrerà al Santo Volto il clero torinese, diaconi e presbiteri, per la prima volta da quando cinque mesi fa è stato nominato alla guida della Diocesi. «La Chiesa è sempre viva e vitale – esorta il vescovo, ospite di un forum in redazione a Repubblica – ma dobbiamo prendere atto che siamo una comunità dentro una comunità più grande, segnata da altre comunità religiose, da un ateismo non più militante, dall’indifferenza ma anche con una grande sete di spiritualità in senso lato».

Come reagisce la Chiesa di Torino a questi cambiamenti?
«Dobbiamo lavorare, soprattutto per i giovani, a una nuova identità, che sia al passo con i tempi. Fino a quando i cristiani erano la totalità della società non si avvertiva questa esigenza, che invece adesso c’è. Ed è necessario affrontare questo tema proprio per non lasciare spazio a forme di nostalgie che non corrispondono alla missione del Vangelo oggi».
La città deve aspettarsi una riduzione delle parrocchie per rispondere alla contrazione dei fedeli?
«Non lo so, sinceramente. Certo il modo di essere presenti sul territorio non potrà essere uguale a quello che abbiamo ereditato: la parrocchia tridentina uguale ovunque non ha più senso, ma ci potrà essere una comunità anche in posti con pochi abitanti. Quindi si dovrà ridisegnare la città, ma certo non con il righello o a tavolino. Da sabato ci metteremo in ascolto e sarà un ascolto reale quindi non so cosa faremo fino a quando non avremo visto da vicino la realtà. E a volte la realtà è sorprendente, fatta anche di germogli che non conosciamo e che dobbiamo valorizzare. Come oratori presi in mano da giovani genitori. E ce ne sono».
Così come c’è una forte rete di protezione sociale attorno alle parrocchie.
«Ed è la ragione per cui sono fiero di essere un prete di Torino, che ha iniziato come viceparroco a Mirafiori Nord. Ho girato molto l’Italia e ho coscienza che quello di Torino è sempre stato un clero povero e attento ai disagi della gente. Allora penso che si dovrebbe fare un processo di astrazione e domandarsi: “Che cosa sarebbe la società torinese se non ci fosse tutto questo?”. E comunque non solo la Chiesa, ma tutta la città è accogliente e c’è un bel dialogo con le istituzioni che sostengono tutto questo. C’è del bene, anche se a volte non trova spazio nei mezzi di comunicazione e a volte in tv passano solo cattivi messaggi che impauriscono le persone, soprattutto gli anziani o i più fragili».
Il suo predecessore Cesare Nosiglia parlava spesso della spaccatura di Torino in due città, tra ricchi e poveri, chi sta dentro e chi sta fuori, chi coglie delle opportunità e chi non le ha. Lo pensa anche lei?
«Sì, anche io penso che ci siano due Torino. La mia sensazione è che negli ultimi decenni sia avvenuta una divaricazione sociale sempre più grande. Una volta tra un dirigente d’industria e un operaio di quella stessa industria il gap economico e sociale non era così marcato. Invece la cultura iperliberista ha prodotto un divario che ha portato alcuni ad arricchirsi a dismisura, come fosse un diritto che non comporta alcun dovere, mentre i poveri restano poveri. Da ragazzo mi colpiva questo dualismo sociale che studiavo nel Paesi latinoamericani e che ora vedo che lentamente sta arrivando anche nella nostra Torino. E soprattutto mi colpisce che adesso puoi essere povero anche avendo un lavoro: su questo dobbiamo riflettere, tanto più di fronte alla crisi economica alimentata dalla guerra».
Come si affronta tutto questo?
«Ci deve essere un cambiamento culturale. In una cultura fortemente individualista, quando ti impoverisci hai la sensazione di essere solo. Si tratta di una situazione che è reale, ma è anche figlia di un modello che dice che devi cavartela da solo. Quindi un ruolo possono giocarlo le istituzioni, ma il processo di cambiamento deve essere praticato dalle persone, per evitare che le fatiche sociali ed economiche diventino più grandi di quello che sono. In un piccolo paese la socialità è diversa, ma in città è così: ci sono isolamento e solitudine. E dobbiamo farci questa domanda: “È veramente questo quello che vogliamo?”».
Quale può essere lo strumento per realizzare un cambio di cultura?
«Lo si ottiene investendo nell’educazione in senso lato. Alla politica si può chiedere di mettere le persone nelle condizioni di formare le coscienze, attraverso la scuola, dalla materna e dall’università. Ma lo puoi fare se riprendi confidenza con il fatto che è necessario trovare qualcosa per cui vivere».
Non ha la sensazione però che nessuno davvero se ne occupi, che nessuno prenda in mano la situazione?
«È così. Questo avviene perché non c’è più alcun riferimento ideale a guidare la nostra società e quello che resta sono l’economia imperante e il mercato con le sue leggi, che possono essere le leggi della giungla. I governi, di qualunque schieramento sono abbastanza indifferenti al tema. Eppure è fondamentale: se non tocchiamo queste dinamiche culturali, non possiamo incidere sulle questioni di fondo. Dovremmo arrivare a un momento in cui ci diciamo: ma il nostro modello è tutto qui? Se affrontiamo il problema economico e sociale senza leggerlo in una cornice più ampia, non possiamo fare molto.
Cioè, possiamo fare le campagne elettorali, ma fare cultura è diverso».
A cosa dovremmo allargare lo sguardo?
«Veniamo da una civiltà cristiana che ha realizzato il grande orizzonte di speranza che il cristianesimo porta con sé e dobbiamo recuperare gli ideali. Nel tempo abbiamo avuto un processo di secolarizzazione che ha riguardato certi grandi ideali che vengono dalla tradizione ebraica e cristiana e che hanno compattato diverse generazioni. Uno può essere d’accordo o no ma il marxismo è stato questo. Poi, dopo il crollo del muro di Berlino, abbiamo fatto a pezzi tutto questo e di cosa viviamo ora?».
Questo cambio culturale tocca anche i cristiani?
«Sì, ma oltre a combattere certe dinamiche di questa Chiesa dobbiamo guardare alle resistenze che ci sono dentro di noi perché siamo figli di questa cultura. La Chiesa non è aliena da questo: nel nostro linguaggio teologico si indica come la necessità di una conversione continua, che è la resistenza a elementi culturali antitetici al Vangelo».
Quando si parla di una società che cambia, uno dei temi di attualità è quello dei diritti. Torino è sempre stata proiettata in avanti, per esempio sui diritti Lgbt. Come si pone la Diocesi?
«Dovrebbe esserci una pari dignità di tutti, questo è un dato imprescindibile. Però non tutto è identico e si deve lavorare per ospitare tutte le diversità, senza omologarle. Da questo si dovrebbe partire per un approfondito dibattito culturale che sarebbe utile a tutti, alla Chiesa e alla società intera».
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