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Massimo Recalcati "Perché la scuola salva dalle bombe"

La Stampa, 11 ottobre 2022  

In un tempo di crisi e di guerra come il nostro, ogni democratico pensa alla Scuola e alla sua funzione insostituibile nel garantire la vita sempre plurale della parola. Perché, come sappiamo, non esiste una parola definitiva, una parola che possa credere di essere l’ultima parola sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte, sulla giustizia o l’ingiustizia. La Legge della parola è sempre plurale, laica, democratica. 
Ma la pluralità della parola non esclude, ma implica il legame, la connessione dell’una con l’altra. 
Non esiste, infatti, come ha insegnato in modo traumatico l’epidemia del Covid, vita separata dalle altre vite, non esiste vita autosufficiente, vita autonoma, vita che non dipenda dalla vita degli altri. Il grande compito della Scuola, in un tempo traumatizzato come il nostro, consiste nel praticare attivamente un’etica della pluralità e dell’inclusione. Come? Educando o istruendo? È questo un dilemma al centro di un classico dibattito pedagogico. Per alcuni il compito primo della Scuola non sarebbe quello di istruire ma di educare; al suo centro non ci sarebbero primariamente i contenuti del sapere ma la trasmissione di principi e valori. Per altri l’istruzione resterebbe invece l’obbiettivo primario di ogni insegnamento: non può esistere Scuola senza trasmissione efficace del sapere. In entrambe queste posizioni si dice qualcosa di vero ma solo in modo parziale perché nella pratica viva della didattica educazione e istruzione non sono mai, in realtà, disgiungibili. Questo significa che nell’educazione c’è già istruzione come nell’istruzione c’è già educazione. 

La contrapposizione rigida tra istruzione e educazione dovrebbe lasciare il passo ad un pensiero topologico. La relazione tra istruzione ed educazione assomiglia a quella che il nastro di Moebius articola tra l’interno e l’esterno dove l’uno passa nell’altro in un continuum senza interruzioni. Ma cosa significa questo nella vita concreta della Scuola? Quando un professore trasmette con competenza, forza e desiderio il proprio sapere, rispettando l’individualità dello stile di apprendimento dei suoi allievi, si sta limitando a trasmettere delle nozioni che definiscono un sapere specializzato o mentre sta esercitando la sua funzione didattica sta anche generando in sovrappiù dei potenti effetti educativi. L’educazione, infatti, nella vita della Scuola, non può mai essere una materia, una discilpina tra le altre, ma è sempre l’effetto di una didattica che sa coltivare insieme al proprio sapere la crescita collettiva di un gruppo e lo sviluppo delle particolarità di ciascuno. Il rigore, la dedizione, l’entusiasmo e anche la gioia che possono contraddistingue l’esperienza della trasmissione del sapere sono i veri effetti educativi provocati dall’istruzione. Un bravo professore non è un filosofo della morale, non pretende di condurre le vite dei suoi allievi nella giusta direzione (quale sarebbe poi?). Piuttosto la didattica è sempre, già in se stessa, educativa senza che debba volerlo essere. Per questa ragione essa non può mai prescindere dalla relazione perché il suo obbiettivo non è semplicemente quello di trasferire delle nozioni nella testa degli allievi, ma di consentire alla vita di darsi una propria forma singolare. È il centro di ogni processo di formazione. È la trasmissione del sapere che educa al rispetto per la differenza, al pluralismo, che attiva il lutto nei confronti dell’esistenza di una “sola lingua” e di un “solo popolo”. Era questo il tragico miraggio dei babelici nel loro progetto totalitario e antidemocratico di costruzione della torre capace di sfidare la potenza di Dio che oggi la guerra in Ucraina - scatenata dal colonialismo imperialista di Putin – rinnova altrettanto tragicamente. Si dovrebbe invece sempre ricordare che se ciascuno è unico nel suo stile di apprendimento e nella sua propria esistenza, non può mai essere l’unico. C’è didattica formativa solo quando c’è lutto dell’idea totalitaria che esista una sola lingua e un solo popolo. 

È questo il fondamento più profondo della democrazia. La Scuola dovrebbe portare con sé il desiderio di apertura e di moltiplicazione delle lingue che la rende antagonista ad ogni irreggimentazione ideologica. È questo il punto di massima convergenza tra istruzione e educazione. Non c’è sapere che pretenda di essere il solo sapere così come non c’è valore che pretenda di essere il solo valore. È il contrario della violenza della guerra, della sopraffazione delle minoranze, della crudeltà, dell’arroganza del potere. Lo spiegava bene Pasolini che, pur essendo un critico spietato di ogni forma di autoritarismo pedagogico, riconosceva nella trasmissione della cultura il solo modo per dare vita al desiderio sottraendolo agli oscuri Dei della guerra. Difendere la nostra libertà significa difendere la vita aperta della Scuola. L’educazione alla democrazia passa dalla via stretta del riconoscimento dell’esistenza plurale della parola. Non è un caso che in tutti i regimi totalitari la Scuola venga trasfigurata in una macchina di uniformazione, di plasmazione del pensiero e di eliminazione del difforme. È una tentazione che attraversa ogni ideologia: ritenere la propria versione del mondo superiore a quella rivale. Il compito democratico di ogni Scuola dovrebbe invece essere quello di mostrare la natura implicitamente autoritaria di questa tentazione riconoscendo nella pretesa di possedere la verità la forma più acuta di ignoranza.

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