Ludwig Monti "Quando la storia diventa salvezza"

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Quando la storia diventa salvezza

In tre puntate un viaggio nei cantici che costellano l’Antico Testamento e sono entrati nella Liturgia delle Ore

L' Antico Testamento è uno scrigno che racchiude, insieme a racconti, oracoli e insegnamenti, anche numerose preghiere: oltre a un intero libro (i Salmi), vi compaiono diversi cantici che punteggiano i diversi libri biblici, offrendo così delle soste contemplative, oranti sugli eventi narrati. La Liturgia delle Ore cristiana, nella preghiera delle Lodi, «per accrescerne la ricchezza spirituale, ha aggiunto alcuni cantici desunti dai libri dell’Antico Testamento» (Paolo VI, Laudis canticum). In questi tre Zoom ne ripercorriamo i testi, scoprendo la ricca spiritualità che racchiudono e la loro rilettura cristiana

Cantici che costellano l’Antico Testamento 

Dopo aver meditato su alcuni Salmi (suddivisi per “famiglie” tematiche) e sui cantici neotestamentari in uso nella Liturgia delle Ore, ci dedichiamo in tre appuntamenti successivi ai cantici tratti dall’Antico Testamento. Dei quaranta complessivamente previsti dalla liturgia romana ne scegliamo per ragioni di spazio una dozzina, che sono parsi a chi scrive più significativi e, soprattutto, caratterizzati da una struttura più marcatamente innica e poetica. 

Li introduciamo con le parole di Paolo VI nella Laudis canticum, Costituzione apostolica con cui nel 1970 il Papa promulgava l’Ufficio divino rinnovato in seguito al concilio Vaticano II: «Alle Lodi mattutine, per accrescerne la ricchezza spirituale, sono stati aggiunti alcuni cantici desunti dai libri dell’Antico Testamento». 

Prendiamo dunque le mosse da quelli contenuti nel Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia, la Torah) e nei cosiddetti “libri storici”. 

«Voglio cantare in onore del Signore» 


All’origine di Israele vi è l’evento dell’esodo,
esperienza vissuta da uomini e donne, attraverso la quale Dio ha parlato e ha fatto conoscere sé stesso. Tale evento è fondante: è, insieme, l’evento della creazione del popolo di Dio e l’evento salvifico della sua liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Il testo biblico ne dà testimonianza così, in modo cronachistico: «I figli di Israele partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero» (Esodo 12,37-38). 

Ma l’evento va interpretato e collocato all’interno della storia di salvezza: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto… In quel giorno il Signore fece uscire i figli di Israele dal paese di Egitto, ordinati secondo le loro schiere» (Esodo 12,42.51). Rileggendo l’uscita dall’Egitto il popolo dei salvati, sotto la guida di Mosè, giunge a riconoscere l’azione di Dio che lo libera e lo salva; perviene cioè all’ascolto di una Parola che origina la sua fede nel Signore, il Redentore (Esodo 15,13). L’interpretazione dell’evento genera perciò un annuncio che è il fondamento della fede nel Signore: è Lui che ha tratto fuori il popolo dalla schiavitù. E tale parola spinge Israele a una celebrazione dell’evento, celebrazione obbediente e derivante dalla Parola, ma anche ri-generante la Parola stessa, per cui questa sarà ripetuta, cantata e trasmessa di generazione in generazione attraverso la liturgia del popolo del Signore. 

Ecco dunque il nostro cantico, eseguito non a caso con movenze liturgiche: «Maria, la profetessa, sorella di Aronne [e di Mosè], prese in mano un tamburello: dietro a lei uscirono le donne con i tamburelli e con danze. Maria intonò per loro il ritornello: “Cantate al Signore, perché ha mirabilmente trionfato: cavallo e cavaliere ha gettato nel mare!”» (Esodo 15,21). Ritornello che dà inizio anche al testo del cantico intonato da Mosè e dai figli di Israele (cf. Esodo 15,1), in una sorta di grande inclusione. Non possiamo qui seguire il testo del cantico nella sua interezza, ma è importante notare come esso ripercorra nel frammento i punti salienti della storia di salvezza: l’uscita dall’Egitto, il passaggio del mar Rosso, l’arrivo alla santa dimora di Gerusalemme (con conseguente costruzione del tempio), il combattimento escatologico con i popoli, fino al tema inesauribile del “monte della promessa”, che attraversa tutte le Scritture. 

Sorge infine spontanea una domanda, scomoda ma cruciale: Dio può forse rallegrarsi delle piaghe inflitte agli egiziani, fino alla morte dei primogeniti (cf. Esodo 7,14-11,10; 12,29-30)? E ancora: veramente «il Signore ha gettato in mare cavallo e cavaliere» (Esodo 15,2)? Ascoltiamo, senza commenti, un’acuta rilettura fatta dalla tradizione rabbinica: 

«Il Santo – sia benedetto – non si rallegra per la caduta dei malvagi. Per questo rabbi Samuel ben Naham disse a nome di rabbi Jonathan: “Cosa significa che “gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte” (Esodo 14,20)? Che in quell’ora gli angeli volevano elevare un canto di lode ma il Santo – sia benedetto – li rimproverò dicendo: “Gli egiziani, opera delle mie mani, sono sommersi nel mare, e voi volete cantare un cantico davanti a me?”» (Talmud di Babilonia, Sanhedrin 39b).

Nessuna violenza da parte di Dio, nessuna violenza in nome di Dio, come Gesù ci ha rivelato una volta per tutte! Al riguardo, non a caso la tradizione cristiana ha riletto alla luce della liberazione esodica la vittoria pasquale di Cristo, esodo pasquale ultimo e definitivo. 

I doni abbondanti di Dio al suo popolo 


Il Deuteronomio, ultimo libro del Pentateuco, prima delle benedizioni conclusive e del racconto della morte di Mosè (Deuteronomio 33-34), presenta un lungo cantico intonato dallo stesso Mosè (Deuteronomio 32,1-43), di cui la Liturgia delle Ore utilizza solo la parte iniziale. In questo brano il grande profeta e condottiero di Israele rilegge teologicamente la storia del popolo e il suo rapporto con Dio. Dopo un incipit altamente lirico (vv. 1-2) e una confessione del Signore come roccia affidabile (vv. 3-4), Mosè mette in evidenza le ribellioni e le disobbedienze dei figli di Israele (vv. 5-6). Quale l’antidoto a questi peccati? Ricordare con perseveranza le meraviglie operate dal Signore (vv. 7-9), già celebrate nel cantico precedente, e soprattutto riandare con la memoria colma di gratitudine al tempo degli inizi della relazione con lui: 

Il Signore trovò il suo popolo in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo educò, ne ebbe cura, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero. (vv. 10-12) 

Immagini molto delicate e materne per indicare l’amore preveniente del Signore. Quello di cui altrove nella Torah si legge: «Io vi ho sollevati su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me» (Esodo 19,4). Davvero, «l’amore del Signore è per sempre» (ritornello del Salmo 136), e noi possiamo aderire a Lui, che ci custodisce come la pupilla dell’occhio, ci nasconde con cura all’ombra delle sue ali (cf. Salmo 36,8; 63,8) e ci mette al riparo grazie alla sua presenza. Come canterà con giubilo l’apostolo Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Romani 8,31). Nemmeno il nostro peccato, perché sempre possiamo confidare nella sua misericordia che ci chiede solo di lasciarci perdonare e “portare”, ben al di là dei nostri sentimenti. 

La gioia e la speranza degli umiliati è in Dio 


Il Primo libro di Samuele si apre con un evento inatteso e straordinario: Anna, della quale «il Signore aveva reso sterile il grembo» (1Samuele 1,6), dopo aver intensamente pregato nel tempio di Silo, si unisce al marito Elkanà e rimane incinta. In seguito, dopo la nascita di Samuele e il suo svezzamento, si reca di nuovo con lui al tempio per rendere grazie al Signore.

È questa l’occasione in cui dalle sue labbra sgorga il cantico biblico che trovate quasi per intero nel riquadro. È un testo che non abbisogna di molti commenti, quanto piuttosto di una meditazione stupita e meravigliata. 

Solo due aiuti in tal senso. Anzitutto, esso andrebbe letto in parallelo con il più noto (e già commentato su queste colonne) Magnificat di Maria (Luca 1,46-55), ispirato con sicurezza al nostro cantico. La dinamica di fondo è la stessa, quella di insistite contrapposizioni e antinomie all’insegna del ribaltamento delle sorti terrene: forti abbassati e deboli innalzati, sazi affamati e affamati saziati, sterile ricca di figli e ricca di figli sfiorita, discesa agli inferi e risalita… E su tutto una certezza paradossale: «Certo non prevarrà l’uomo malgrado la sua forza» (v. 9)! 

Vi è poi la conclusione, che in realtà è un’apertura al futuro: «Il Signore… al suo re darà la forza ed eleverà la potenza del suo Messia» (v. 10). Con grande fede questa donna sterile divenuta feconda profetizza: intravede nella nascita del proprio figlio un segno di quella del Messia, il Salvatore atteso come uomo interamente donato da Dio. Dalla sterilità Dio non solo fa uscire la vita, ma niente meno che il Messia. 

 Di più, un Messia che per l’appunto si metterà dalla parte degli umiliati, degli oppressi, degli ultimi. È il Cristo, il Messia Gesù, il creatore delle beatitudini (Matteo 5,1-12; Luca 6,20-23); colui che ha dato inizio alla propria vita pubblica compiendo le parole del profeta Isaia: 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me perché egli mi ha unto mi ha inviato ad annunciare ai poveri la buona notizia a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista a mandare in libertà gli oppressi ad annunciare l’anno di grazia del Signore». (Luca 4,18-19; cf. Isaia 61,1-2) 

«Il Signore è il Dio che stronca le guerre» 


Il libro di Giuditta, deuterocanonico (cioè non contenuto nel canone ebraico delle Scritture ma aggiunto dalla tradizione greca dei cosiddetti Settanta), narra la vicenda di una vittoria del popolo di Israele contro i suoi nemici assiri, grazie al coraggio dell’eroina che dà il nome al testo. Non è certamente un’opera pacifica, visto che il suo centro consiste in un episodio in seguito ripreso da un’abbondante tradizione iconografica: dopo aver sedotto con astuzia Oloferne, capo dell’esercito nemico, Giuditta lo fa ubriacare e mentre egli è incosciente, chiesta la forza al Signore Dio, gli mozza la testa con la spada (cf. Giuditta 12-13). 

A questo punto le sorti della guerra sono capovolte: gli Assiri, privi del loro comandante, si danno precipitosamente alla fuga, e Israele li insegue e li sconfigge, saccheggiandone poi l’accampamento. Ed è proprio allora, alla fine del libro, che «Giuditta intonò questo canto di rendimento di grazie in mezzo a tutto Israele, mentre tutto il popolo accompagnava a gran voce questa lode» (Giuditta 15,14), che occupa la quasi totalità del capitolo 16. Dopo un inizio poetico – con il coinvolgimento degli strumenti musicali – che non sfigurerebbe neppure all’interno del libro dei Salmi (v. 1) – ecco l’affermazione centrale dell’inno: «Il Signore è il Dio che stronca le guerre» (v. 2), purtroppo spesso contraddetta nella storia.

Quantomeno bizzarro il fatto che tale proclamazione segua immediatamente un efferato omicidio e una strage dei nemici compiuta da Israele (Giuditta 14-15). Come dunque intonare questo cantico? Mi piace pensare che «il canto nuovo» (v. 13) innalzato a Dio da Giuditta sia nuovo perché ella comprende che è il Signore ad aver agito; che è Lui, redentore e creatore (vv. 13-15), il vero protagonista della storia di salvezza. Anche passando per sentieri tortuosi, come attestano gli eventi non certamente edificanti, o quantomeno problematici, descritti nel libro di Giuditta. 

In fondo, è quanto scrive con sapienza il cardinale Gianfranco Ravasi, «come per altre donne bibliche, Debora, Giaele, Ester, vere e proprie eroine di Israele, in questo libro si vuole celebrare la scelta di Dio che non si affida ai maschi potenti ma all’apparente debolezza femminile, che si rivela come una potenza straordinaria. La sfida tra Giuditta e Oloferne è, allora, il contrasto tra il Signore che sceglie la paradossale forza della debolezza, fatta di sapienza e intelligenza, e il potere militare assiro altezzoso e arrogante. Interessante è anche l’alto senso civico che la donna ebrea manifesta… nel suo agire efficace e abile per difendere la dignità e la libertà sua e della sua gente. Una figura femminile, quindi, “moderna”, e un vero e proprio simbolo, al di là dell’enfasi nazionalistica del racconto». 

Un simbolo che va però evangelizzato alla luce dell’insegnamento di quel Gesù che ha detto, rivolto a chi voleva difenderlo con la violenza: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Matteo 26,52). E il Signore Dio può far terminare le guerre solo se noi ascoltiamo la sua parola, ci lasciamo da Lui ispirare e deponiamo le armi. 

Ludwig Monti

Credere n° 37 dell'11 settembre 2022


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