Ludwig Monti "Implorare la sapienza e la misericordia"

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Il panorama degli scritti sapienziali (e anche di quelli profetici) è molto variegato: tra detti, discorsi e oracoli fanno capolino anche diverse preghiere, incastonate nella ricca trama di questi libri. Dai sapienti e dai profeti salgono anche preghiere, che chiedono la sapienza per essere graditi a Dio ma anche la misericordia di Dio in un triste momento di oppressione... O cantano la salvezza accordata da Dio e il desiderio di Lui. Con questa seconda puntata sulle preghiere dell’Antico Testamento entrate nella Liturgia delle Ore scopriamo ancora dei tasselli di grande ricchezza spirituale, diventati patrimonio quotidiano della preghiera cristiana.

Le sante Scritture, una “fontana inesauribile” 

In questa seconda tappa del nostro itinerario, cambiamo orizzonte. Per ragioni pratiche abbiniamo due testi di taglio sapienziale e due cantici tratti dallo straordinario libro del profeta Isaia, che è stato definito «il Dante Alighieri della poesia ebraica». 

Tale abbinamento ci consente di soffermarci in via introduttiva sulla suddivisione interna alla Bibbia ebraica, definita dai cristiani Antico (o Primo) Testamento. Secondo la tradizione ebraica, appunto, abbiamo la Torah (Pentateuco), i Profeti (anteriori: da Giosuè a 2Re; posteriori: i cosiddetti “profeti scrittori”) e gli Scritti, cioè tutti i restanti libri. Per la tradizione cristiana cattolica, invece, dopo il Pentateuco (da Genesi a Deuteronomio) vi sono i libri storici (da Giosuè a 2Maccabei), quelli sapienziali (Giobbe, Salmi, Proverbi, Qohelet, Cantico dei cantici, Sapienza, Siracide) e i “profeti scrittori” (da Isaia a Malachia). 

Due modi diversi per narrare l’infinita ricchezza della Parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, che Efrem il Siro, padre della Chiesa del IV secolo, definiva una «fontana inesauribile». 

«Dio dei padri e Signore di misericordia, dammi la sapienza» 

Prendiamo le mosse da un cantico del libro della Sapienza, scritto in greco, il più recente di tutto il Primo Testamento (databile agli ultimi decenni del I secolo a.C.). L’autore, che mediante un artificio letterario è identificato con il grande re Salomone, eleva a Dio una splendida preghiera (posta al centro esatto dell’intero libro), che possiamo fare nostra all’inizio di ogni giornata. Gli chiede di ricevere in dono quella stessa sapienza con cui il Signore nell’«in-principio» ha creato il mondo e ogni creatura. Il suo inizio è il nostro inizio: 

Dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le leggi. (vv. 4-5) 

E a quale scopo egli chiede questo dono? «Perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia che cosa ti è gradito» (v. 10). Nel duro mestiere di vivere, che tutti ci accomuna, abbiamo bisogno di essere ispirati dal Signore, per poter discernere il sentiero da percorrere e camminare sempre verso la comunione. Con un salto al Vangelo, potremmo identificare questa sapienza con il dono dello Spirito Santo, la cosa buona tra le cose buone (cf. Matteo 7,11), l’unico dono che, secondo la promessa di Gesù, il Padre non farà mai mancare a chiunque lo invoca: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Luca 11,13).

«Abbi pietà di noi, Signore» 

Il secondo cantico è tratto dal libro del Siracide (II secolo a.C.), altro testo che ci è pervenuto in greco, ma di cui recentemente si sono scoperti anche frammenti di un probabile originale ebraico. In un’ora di crisi del popolo di Israele, oppresso dai nemici, l’autore chiede per tre volte al Signore Dio: «Abbi pietà», all’inizio e alla fine della sua preghiera. In mezzo lo invoca affinché egli si manifesti a tutti i popoli, con parole che ci possono sorprendere ma che manifestano la sua fede salda: nonostante le sofferenze e le evidenze contrarie, egli crede che Dio continui a guidare la storia… 

Un interessante parallelo individuale a questa insistita richiesta comunitaria si trova nella parabola in cui Gesù descrive il diverso atteggiamento di un fariseo e di un pubblicano saliti al tempio (Luca 18,9-14). 

Concentriamoci solo sulle brevissime parole pronunciate dal pubblico peccatore, umiliato e con lo sguardo rivolto a terra: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Luca 18,13). È quell’invocazione che ritorna più volte nei Salmi: «Signore, in grazia del tuo Nome perdona la mia colpa che è grande» (Salmo 25,11); «Dio, nostra salvezza,… liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo Nome» (Salmo 79,9). È il chiedere a Dio che continui sempre ad avere tanta pietà di noi peccatori! Ecco qual è, per dirla con la sapienza di Israele, «la preghiera dell’umile che penetra le nubi» (Siracide 35,21). E si noti: in questa preghiera, che non spreca parole, c’è la relazione con Dio, con sé stesso e con gli altri quali vittime del nostro peccato. I peccati infatti sono solo quelli che comportano l’offesa degli altri, sono una contraddizione all’amore intelligente da viversi nei loro confronti: è questo che dispiace a Dio, che lo rattrista, non altro… 

Scrive sant’Agostino: «Ecco colui che prega! Perché stupirsi che Dio perdona (ignoscit), dal momento che egli riconosce se stesso (agnoscit)?». Il pubblicano, infatti, dice la verità, si presenta a Dio senza indossare alcuna maschera. I suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di scherno da parte di tutti: non ha nulla da vantare, ma sa che può solo implorare pietà da parte del Dio tre volte Santo. Egli è consapevole di essere peccatore, si sente bisognoso di perdono e, soprattutto, sa di non poter pretendere nulla da Dio. Ripeto: non ha nulla da pretendere, per questo conta su Dio, non su sé stesso. E ciò vale anche per noi che preghiamo questo cantico: il nostro niente è lo spazio libero in cui Dio può ancora operare, è il vuoto aperto alla sua azione; su chi è troppo “pieno di sé”, invece, Dio è impossibilitato ad agire. Come lo stesso Gesù ci ha insegnato: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Marco 2,17). 

L’altra faccia della medaglia di quanto appena sviluppato è la seconda domanda maggiore presente nel nostro brano: «Signore, móstrati grande». Possiamo accostarla alla prima domanda contenuta nel Padre nostro: «Sia santificato il tuo Nome» (Matteo 6,9; Luca 11,2), da intendersi così: «Fatti riconoscere come Dio»; «Fa’ conoscere a tutti chi tu sei». La santificazione va intesa biblicamente come glorificazione, nel senso di riconoscere il kabod, la gloria, il peso di Dio nella storia. Nell’attesa del giorno in cui «il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo Nome» (Zaccaria 14,9), perché tutte le genti e tutta l’umanità l’avranno riconosciuto. E nella misura in cui riconosciamo il peso di Dio nella storia, ci disponiamo anche ad accogliere la sua misericordia come balsamo versato sulla nostra miseria. 

«Mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza» 

Il libro di Isaia, profeta vissuto nell’VIII secolo a.C., si presenta ampiamente composito e ricchissimo anche di parti poetiche. Non a caso la Liturgia delle Ore estrae da esso ben quindici cantici, nei quali la bellezza del dettato stilistico è parallela alla ricchezza spirituale e teologica. 

Il nostro brano conclude in modo improvviso la prima raccolta isaiana (capitoli 1-12). Il profeta esulta e si sente consolato, perché ha fiducia nel Signore, confida in lui, senza più paura. Per un breve tempo ha pensato di essere oggetto della sua collera, ma ora può cantare con gioia: «Mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza» (v. 2). Sono le stesse identiche parole presenti all’inizio del cantico intonato da Mosè e dai figli di Israele, commentato nel numero precedente della rivista (Esodo 15,2). Qui però sono pronunciate da un singolo, a testimonianza di come la preghiera sia indissolubilmente personale e comunitaria. 

Il profeta, infatti, coinvolge nella sua gioia i suoi fratelli e sorelle nella fede: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (v. 3). 

Ma cos’è la salvezza, parola chiave del nostro cantico e dell’intero libro di Isaia? Così ne parla il cardinale Gianfranco Ravasi: «Che la salvezza piena sia per eccellenza un dono divino, una grazia, ed esiga la fede, è attestato da questa affermazione del salmista: “Il re non si salva per un grande esercito, né un prode scampa per il suo grande vigore. Un’illusione è il cavallo per la salvezza” (Salmo 33,16-17). Contro la logica della potenza e della forza si leva il vessillo della fiducia in Dio: “L’anima nostra attende il Signore: è lui il nostro aiuto e il nostro scudo” (Salmo 33,20)». 

Non è del resto un caso che la salvezza sia dentro al nome stesso di Gesù: Jeshu‘a in ebraico, che significa «il Signore salva» e, quindi, Salvatore, «come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo» (Luca 2,21). In Lui si è manifestata in modo pieno e definitivo la salvezza di Dio: Lui è il suo volto, la sua immagine, la sua narrazione ultima. Perciò, intonando il cantico di Isaia, possiamo rendere grazie al Padre per il dono incommensurabile del Figlio a tutta l’umanità. 

Tutto il nostro desiderio 

Di questo secondo cantico tratto dal profeta Isaia (26,1-4.7-9.12), attraversato ancora dai temi della fiducia nel Signore e della salvezza da lui donata, vorrei mettere in evidenza solo le splendide parole dei vv. 8-9, rivolte a Dio stesso: 

Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia, al mattino ti cerca il mio spirito. 

Sembra di riascoltare le affermazioni del Salmo 63, sublime canto del desiderio e della ricerca di Dio, che coinvolge l’essere umano in tutte le sue dimensioni, con particolare attenzione ai suoi sensi carnali. Anch’esso è intonato al mattino, anzi addirittura all’aurora: 

O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco. Ha sete di te il mio essere, anela a te la mia carne, in terra riarsa, arida, senza acqua… Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. (Sal 63,2.4) 

Forse il vero problema è quello di saper riconoscere in noi la sete, il desiderio profondo. 

Si tratta, in altre parole, di apprendere l’arte di passare dai bisogni ai desideri, anzi al desiderio. Un’arte che richiede un allenamento costante, quotidiano: la ripetizione dell’esercizio di ravvivare nel nostro intimo la sete, l’anelito, il desiderio bruciante, quello che fa di noi, costitutivamente, creature di desiderio. Lo aveva intuito, cinquant’anni fa, papa Paolo VI, con parole che oggi suonano come profetiche: «L’uomo moderno è costretto a dichiararsi povero, un povero dai desideri esasperati, illusi o delusi. Egli rimane ancor oggi, secondo la definizione biblica: vir desideriorum, “l’uomo dei desideri” (Daniele 9,23)». E ricordiamo che anche in questo cammino Gesù ci ha preceduti, è stato «il precursore della nostra fede» (Ebrei 12,2). In questo senso, sarebbe interessante provare una volta a leggere trasversalmente i Vangeli come narrazione del desiderio di Gesù per la comunione con Dio e con gli umani. 

Ma c’è di più. Ogni volta che, iniziando la giornata, facciamo nostre le parole del cantico di Isaia o del Salmo 63, non dovremmo mai dimenticare che Dio stesso per primo desidera e cerca noi. Ecco perché la prima parola rivolta da Dio all’essere umano nelle sante Scritture è una domanda potentemente simbolica: «Dove sei?» (Genesi 3,9). Detto altrimenti, se la tradizione cristiana occidentale ha molto sviluppato il tema del “cercare Dio” (quaerere Deum), si dovrebbe affermare altrettanto, se non di più, il tema della ricerca dell’essere umano da parte di Dio, il suo quaerere hominem, fino a farsi umano in Gesù Cristo! 

Davvero, Dio è desideroso di instaurare una comunione profonda con le sue creature, è Lui che per primo ha cercato, chiamato e amato noi umani, suscitando il nostro desiderio di lui. È Lui che ci cerca e ci desidera dall’aurora del mondo, facendosi addirittura bambino per giocare con noi, come si legge in un famoso racconto della tradizione ebraica chassidica, consegnatoci da Martin Buber: 

«Il nipote di Rabbi Baruch, il ragazzo Jehiel, giocava un giorno a nascondino con un altro ragazzo. Egli si nascose ben bene e attese che il compagno lo cercasse. Dopo aver atteso a lungo uscì dal nascondiglio; ma l’altro non si vedeva. Jehiel si accorse allora che quello non l’aveva mai cercato. Questo lo fece piangere, piangendo corse nella stanza del nonno e si lamentò del cattivo compagno di gioco. Gli occhi di Rabbi Baruch si empirono allora di lacrime ed egli disse: “Così dice anche Dio: ‘Io mi nascondo, ma nessuno mi vuole cercare’”». 

E noi? Sentiamo ancora il desiderio della ricerca e della comunione con lui?  

Ludwig Monti

Credere n°38 del 18 settembre 2022

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