Enzo Biemmi "Parrocchia e territorio"

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Enzo Biemmi 
12 settembre 2022

Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata (EG 71).

Il denominatore comune dei tre anni del nostro laboratorio di ascolto delle pratiche parrocchiali è la ricerca dei criteri e delle modalità perché la parrocchia continui o torni ad essere generativa della fede, cioè missionaria, in un contesto sociale e culturale profondamente mutato. Il tema di questo secondo anno è il rapporto tra la parrocchia e il territorio.

In questi giorni è avvenuto tra di noi uno scambio profondo, sono emerse intuizioni preziose, sono state condivise esperienze, ci siamo allenati all’ascolto e al discernimento, abbiamo preso coscienza che si tratta di abitare con responsabilità il tempo della progressiva e ineluttabile disgregazione di un modello di forma e di presenza della Chiesa, che chiamiamo parrocchia, e di metterci a servizio di un futuro che non possiamo del tutto programmare e dominare.

Di seguito, riprendiamo alcune convinzioni maturate, cercando di formulare una prospettiva teologico-pastorale.

Problema: la parrocchia sospesa sul vuoto

Abbiamo preso atto che il “territorio” su cui la parrocchia è stata costruita è franato. Due sono i fattori che hanno portato le persone all’emancipazione dal loro territorio geografico di residenza, del quale non sono più prigionieri: la mobilità e i media.

  1. La mobilità. Se si abita un quartiere, ci si sposta ogni giorno verso un altro, per studio, lavoro, divertimento, attività culturali.[1] «Ciò comporta la difficoltà a fissare con un minimo di senso e di precisione i confini della città [del quartiere, del paese]; e ancor più difficile è stabilire il suo dentro e il suo fuori: chi vive la città non è detto che coincida con chi vi abita. E, d’altra parte, il nascere in un luogo è sempre meno frequentemente l’elemento che prevede l’abitare in un dato posto».[2]
  2. Il secondo elemento che ha modificato la nozione di territorio è la virtualità. Lo spazio di vita della gente oltrepassa lo spazio fisico-geografico nel quale vivono, sempre più in direzione di relazioni virtuali. La virtualità è la realtà delle persone, ma è la realtà estesa, potenziata, aumentata. L’amico e il vicino possono abitare a centinaia o migliaia di chilometri di distanza. La pratica dello streaming celebrativo durante il lockdown è stato un tentativo di inserimento in questo “territorio” virtuale.[3]

L’emancipazione rispetto al territorio geografico, in forza di questi due elementi (mobilità e virtualità), coinvolge ormai tutti, non solo i centri cittadini. La conseguenza è che la mobilità e la smaterializzazione dei rapporti sociali porta alla ricerca di legami e di socialità basate sull’affinità, diremmo sul modello di “piccole tribù” connotate da interessi e da sensibilità comuni. Si cercano i simili, quelli che la pensano allo stesso modo.[4]

Si è così prodotto un nuovo rapporto con il territorio, che ha messo in crisi quel mondo parrocchiale basato, per definizione, sul territorio di residenza dei suoi fedeli. Oggi il quartiere non è più l’unità di base della vita. Come conseguenza, abbiamo preso coscienza del fatto che, «fintanto che la parrocchia si limiterà all’approccio territoriale inteso come una volta, essa continuerà ad avere tra i suoi “fruitori” gli anziani e i bambini».[5]

È emersa allora in modo chiaro la domanda. La parrocchia è nata in virtù di un legame stretto con il territorio geografico, fino a far coincidere i due termini, e oggi questo legame con il territorio fisico geografico è stato sciolto. La chiesa-parrocchia, come insieme di spazi iscritti in un luogo preciso e come proposta pastorale di inquadramento, ha ancora una funzione di generazione e rigenerazione della fede (quello che chiamiamo parrocchia missionaria)? Cosa comporta una presenza di Chiesa-parrocchia in questa nuova configurazione di territorio?

Un nuovo significato di “territorio”: geografico, antropologico/esistenziale, sociale

Nelle testimonianze ascoltate e nei dialoghi avuti abbiamo precisato il senso che diamo al termine “territorio”, che si è notevolmente arricchito e diversificato.

  • C’è certamente ancora un senso geografico di territorio, uno spazio fisico nel quale le persone abitano più o meno stabilmente e che non è e non sarà mai cancellabile. Abbiamo un corpo, e dobbiamo stare da qualche parte, in qualche luogo, in un quartiere, in una o più case. Per quanto mobili, abbiamo bisogno di un punto fisico di radicamento. Se la realtà si è smaterializzata, gli umani restano corporei. Il corpo resta una mediazione insuperabile.
  • C’è poi un senso antropologico ed esistenziale di territorio. Si tratta delle esperienze umane che le persone attraversano, con i loro bisogni, le loro necessità, le loro speranze.
  • C’è, infine, un territorio sociale, gli spazi relazionali che si creano tra le persone, e che abbiamo chiamato “luoghi”. È questo ora il “territorio” decisivo per la costituzione del nostro essere umani.

Questo spazio antropologico/relazionale non coincide più con quello geografico. Non lo ha del tutto cancellato, ma ha sciolto l’identificazione che li identificava.

La nostra domanda allora si è precisata. Quando parliamo di presenza sul territorio dal punto di vista della Chiesa-parrocchia, dobbiamo interpretare questa esigenza con il criterio relazionale, che la parrocchia cioè si costituisca come spazio-relazione, cioè che renda possibile una sua presenza visibile e concreta dentro le esperienze esistenziali e relazionali delle persone collocate in uno spazio aumentato.

«Non si tratta di un dislocarsi puramente geografico, ma di abitare territori altri, non identificati con vie e piazze. La geografia si fa antropica e la pastorale è chiamata a identificare le zone umane, nelle quali farsi lievito dentro la pasta».[6]

Questo criterio riguardante la capacità della Chiesa-parrocchia di inserirsi nel territorio esistenziale e relazionale permette di valutare e di riorientare le forme parrocchiali di presenza sul territorio. La sfida è quella di «intercettare i passaggi di vita delle persone, sia quando si tratta di passaggi in cui la vita fiorisce, sia quando invece sono passaggi in cui ci si confronta con vari tipi di morte».[7]

Livio Tonello fa notare come questa sia stata l’intuizione del Convegno ecclesiale di Verona del 2006 (gli ambiti di vita) e di quello di Firenze del 2015, con la metafora delle cinque vie (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare).

Il criterio dei tria munera (annuncio, liturgia, carità) non viene più applicato alla vita a partire dal lato oggettivo di fede, ma a partire dall’intercettazione delle domande e delle situazioni esistenziali delle persone. Ma, lo sappiamo, queste intuizioni non hanno trovato una vera traduzione pastorale.

Il territorio e il suo rapporto con il vangelo

È così che, in questi giorni, abbiamo affrontato la questione di fondo: la presenza della Chiesa-parrocchia come presenza/relazione nei territori sociali e antropologici non può essere di qualunque tipo. È chiamata ad essere una presenza di vangelo, a incidere cioè sulle esistenze personali e sui rapporti sociali sostenendoli e modificandoli, nello stesso momento in cui si lascia sostenere e modificare, diciamo pure “evangelizzare”, in una prospettiva di reciprocità.

La Chiesa, nel compito della diffusione del vangelo, ha adottato la territorialità come principio strutturante. Può e deve continuare ad adottare questo principio, se territorio diventa quello che abbiamo detto.

Andando controcorrente, Gilles Routhier fa notare come la logica dell’adattamento della Chiesa ai mutamenti territoriali in atto «equivale al correre per salire su un treno in corsa senza mai riuscirci» e sostiene che «il principio territoriale ha a che fare con il Vangelo» e, in qualche modo, «sfida la città [cioè le relazioni sociali così come si stanno configurando per affinità] e la obbliga a ripensarsi».[8]

Questa provocazione si basa su un’affermazione preliminare, che abbiamo ripetutamente evocato: La Chiesa si realizza in un luogo (Hervé Legrand), sia nel senso che si colloca inevitabilmente in un tempo-spazio precisi, sia perché prende forma proprio solo nella misura in cui si localizza. L’istituzione parrocchiale dice allora il senso dell’incarnazione, come inserimento nella storia, in un tempo, in un luogo, in una cultura precisi, nella carne umana. Gesù di Nazaret è entrato nella storia in questo modo.

Lo scorso anno abbiamo ricordato che una Chiesa che intenda essere “una casa tra le case della gente” non può rinunciare a due criteri: la sua cattolicità e i suoi destinatari, che sono le folle.

  • La cattolicità. Si tratta di articolare il principio della territorialità con quello della cattolicità della Chiesa. La domanda è la seguente: «La Chiesa è un incontro di differenze o un gruppo di simili sulla base di affinità, classe sociale, opinione politica o preferenza spirituale di persone che condividono uno stesso ethos culturale?».[9]

La Chiesa in tutta la sua storia ha sempre fatto spazio al suo interno a comunità e gruppi affini, per età, per condizione sociale, per sensibilità spirituali, per nazionalità (si vedano le parrocchie nazionali). Ha anche sempre promosso una pastorale per settori e per destinatari. Ma ha sempre radunato i differenti gruppi in un’unica assemblea eucaristica. In questo modo «la parrocchia si rivela essere la “casa di tutti” che garantisce l’accesso all’annuncio senza condizioni, il diritto di appartenenza senza elitarismi e senza preclusioni settarie».[10]

Essa, in quanto comunità “vicina alle case” (appunto, para-oikia, paroikia), ha il compito di abbattere muri e confini, costruendo ponti, cercando di essere lievito nella pasta (Lc 13,21), relazionandosi con credenti e non credenti, praticanti e non praticanti, critici e perplessi, agnostici e indifferenti e intercettando – come ci ricorda l’incipit della Gaudium et spes – le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono.[11]

In questo la Chiesa-parrocchia sfida la cultura attuale, contestando la socialità di tipo comunitario e chiamandola a una fraternità delle differenze, secondo quanto è attestato nel NT fin dall’inizio.

Il cristianesimo scombussola il diritto romano, mettendo insieme in una stessa ekklesia e intorno alla stessa mensa giudei e pagani, circoncisi e incirconcisi, uomini e donne, liberi e schiavi (Col 3,11; Gal 3,28; 1Cor 12,13). «Questa contestazione dell’ordine stabilito (dell’istituito) non può accadere se non si accetta che vi sia una sola mensa eucaristica per città; in altri termini, a condizione che il principio territoriale prevalga sulla logica della rete di relazioni e delle affinità, senza però arrivare necessariamente ad abolirle».[12]

L’irruzione del Vangelo del Regno fa sempre sorgere nuovi rapporti sociali.

  • Il carattere popolare della fede cristiana: le folle. Un secondo aspetto per il quale il territorio, così come lo abbiamo precisato, ha a che fare con il Vangelo riguarda i destinatari dell’annuncio. Lo stile di Gesù è chiaro: se chiama qualcuno a seguirlo e qualcuno a far pare del gruppo degli apostoli, i destinatari del suo annuncio sono le folle, quindi anche chi non è motivato da una fede esplicita quando si mostra interessato a lui. Perdere la folla significa perdere la Chiesa.[13]

La vita parrocchiale tocca “chiunque”, persone più o meno motivate nella fede, e che la attraversano in alcune tappe della loro vita. La parrocchia si rivela essere la “casa di tutti” che garantisce l’accesso all’annuncio senza condizioni, il diritto di appartenenza senza elitarismi e senza preclusioni settarie. «Non è esagerato dire che la parrocchia è “il privilegio dei poveri”, perché è proprio la sua vocazione – come per la Chiesa nel suo insieme – di essere “per tutti”» e per chiunque.[14]

Le parole di Erio Castellucci riassumono bene la posta in gioco: «Ma, pur sapendo che altre comunità non parrocchiali, come i gruppi di animazione d’ambiente o i movimenti, sono spesso più dinamiche, attive e piene di iniziative di alcune parrocchie, rimane vero che nella parrocchia la missione si presenta nella sua completezza e varietà.

Proprio in virtù del principio territoriale, e non elettivo, la parrocchia comprende di norma l’intero arco dei possibili livelli di fede: dall’ateo al credente praticante, vi è un’ampia gamma di situazioni che stimolano la missionarietà. Il principio territoriale, purché se ne accetti la sfida, mantiene sempre viva nei fedeli l’attenzione per chi, pur essendo nella parrocchia, non la frequenta o la frequenta poco: pungolo che può costituire una forte spinta missionaria, uno stimolo per l’annuncio del vangelo.

È dunque la parrocchia, che più delle altre forme ecclesiali “custodisce la destinazione universale dell’annuncio evangelico”».[15]

Parrocchia e territorio geografico

Chiarito il fatto che “abitare i territori umani e sociali” significa dare forma a una parrocchia che sia “luogo” relazionale segno del vangelo, e precisato che essa non può abdicare ai due criteri teologici della cattolicità e dell’apertura alle folle, possiamo allora interrogarci in modo diverso sul senso del territorio come spazio fisico-geografico preciso e sulle attuali strutture parrocchiali.

Questo spazio fisico-geografico di Chiesa che è la parrocchia, inserita in quello che chiamiamo “territorio” in senso materiale, è un elemento solo accidentale e secondario o dobbiamo riscoprirne l’importanza?

Il documento della CEI sulla parrocchia si esprime in questo modo: «Il territorio della residenza e la parrocchia che lo include sono questo luogo di sintesi, in quanto l’ambito geografico conserva ancora una indubbia valenza culturale, fornendo i riferimenti affettivi e simbolici che contribuiscono a definire l’identità personale e collettiva» (CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004, n. 10).

Possiamo accettare l’affermazione dei vescovi («l’ambito geografico conserva ancora una indubbia valenza culturale») a condizione di avere ben presente che la parrocchia come spazio geografico fisico (compresi i suoi locali e le sue strutture) è quella di intercettare la vita ordinaria, personale e sociale di un insieme di persone fisicamente presenti in un luogo.[16] In questo senso, gli spazi ecclesiali costituiscono i luoghi fisici e relazionali effettivi dell’iscrizione socio-culturale della Chiesa.

A questo proposito, è interessante sentire il punto di vista coloro che si trovano in aree culturali dove la Chiesa ha perso quasi tutta la sua presenza geografica, il cui solo ricordo è costituito dai campanili rimasti in piedi. Ci riferiamo all’area francese, belga, del centro-nord europeo.

François Moog mette in campo i due motivi a favore di una parrocchia geografica. «Il primo appartiene alla natura stessa della comunione fraterna nella Chiesa, che è fatta di uomini e donne riuniti per iniziativa di Dio e non di persone che si riuniscono per affinità o interesse comune. Il carattere geografico della parrocchia ricorda così che, nella Chiesa, non si scelgono i fratelli e le sorelle che si devono amare e con i quali si è chiamati a vivere una comunione fraterna autentica.

Il secondo motivo riguarda la natura stessa del legame ecclesiale. La parrocchia garantisce a ciascuno di appartenere a una comunità cristiana dove ognuno ha il suo posto. Non c’è nessuna eccezione a questo principio, assicurato dalla territorialità della parrocchia: nessuno è escluso dalla Chiesa e anche il più povero e il più isolato appartengono a una comunità cristiana per il solo fatto di essere collocato in quel luogo preciso».[17]

Potremmo riassume così il pensiero di quelle Chiese ormai quasi totalmente prive di radicamento geografico: sentono che il semplice fatto che sulla mappa di Google sia indicata una chiesa parrocchiale manda un segnale evangelico a tutti: c’è, da qualche parte, un luogo preciso, un posto nel quale una comunità si prende cura di me e lo fa rinviandomi a qualcosa che ha a che fare con il senso ultimo della mia vita.

Ma cosa è emerso dai racconti e nei dialoghi avvenuti tra di noi? Che nella nostra regione, come in altre regioni italiane, tra cui sicuramente la Puglia, noi forse abbiamo il problema opposto delle aree desertificate del centro Europa, problema plasticamente riassunto di una frase che abbiamo sentito: ottantaquattro parrocchie nella sola città di Verona.

La gestione di un eccesso di presenze geografiche, a causa del loro peso gestionale, della non sostenibilità economica, della struttura giuridica e canonica che impedisce loro di riformularsi, della progressiva diminuzione di presbiteri costretti ad essere amministratori, al calo di membri delle comunità, in prevalenza bambini e anziani… tutte queste condizioni fanno sì che queste presenze geografiche eccessive non diventino “luoghi” come li abbiamo definiti, cioè tempi e spazi relazionali nei quali si possa vivere il vangelo, riceverlo da chi passa, dare il proprio contributo insieme ad altri e altre per la costruzione di un mondo che abbia i tratti di ciò che Dio sogna e promette per tutti e tutte, in una parola perché venga il suo Regno.

Un radicale dimagrimento è urgente, ne va del vangelo e della salute fisica e spirituale di coloro che le devono gestire, in primis i parroci, ma anche i pochi parrocchiani che devono fare tutto.

In sostanza, «affermare il valore del principio-territoriale non equivale tuttavia a preservare la parrocchia dalla sua insignificanza socio-culturale-civile sul territorio. Le due cose vanno insieme…» (Dal Pozzolo Alessio).

Questo ci ha portati alla domanda di fondo: a quali condizioni, a prezzo di quali cambiamenti, di quali rinunce, la presenza fisica geografica delle parrocchie con le sue strutture deve essere ripensata per essere Chiesa-spazio-relazionale evangelico che garantisce la cattolicità della Chiesa e il suo carattere popolare?

E un’altra domanda ancora più difficile: come mettere in atto un cambiamento se l’ingabbiamento canonico-giuridico di questa struttura impedisce di farlo?

E una terza domanda, altrettanto complessa: chi deve operare questo cambiamento? In che modo? Con quali ritmi? A questo proposito, il dialogo di ieri in assemblea, dopo l’intervento di don Ivo Seghedoni e di don Fabrizio Rinaldi, è stato particolarmente franco.

Insomma: più che risposte, abbiamo dato dei nomi ai fattori che entrano in gioco, alle resistenze, ai blocchi istituzionali e mentali di cui dobbiamo portare il peso.

Allora, è veramente possibile un cambiamento delle parrocchie, o l’unica possibilità che abbiamo è quella di lasciare che crollino per conto loro? Potremmo pensare che, se arrivassimo a zero strutture, allora sarebbe possibile un cambiamento.

Eppure, una tensione non la potremo mai disattendere: quella di essere una presenza di vangelo che prende una forma precisa, che comporta strutture fisiche e organizzative, norme, ruoli ecc. Come far sì che la presenza di una Chiesa/parrocchia abbia una visibilità che non offuschi la sua identità di segno ma, al contrario, la renda esperibile e abitabile e quindi concreta?

Saremo sempre in ritardo, avremo sempre da gestire uno scarto tra la nostra identità ricevuta da Dio e la forma storica che riusciamo a darle. È per questo che la continua ri-forma è il solo modo di essere chiesa nella storia.

Confine e sconfinamento

Lo scorso anno, la domanda di fondo che ci ha accompagnato ha riguardato la possibilità che la parrocchia operi una conversione missionaria, non essendo la missione nel suo DNA, dal momento che è nata per “inquadrare” persone già sociologicamente cristiane.

La risposta, non scontata, è stata di assumere la sfida per la nostra regione ecclesiale di credere che questo è possibile, adottando la nozione scomoda di “parrocchia processuale”: «Comunità di residenza e di cammino, espressione della stabilitas ed esercizio di estraneità, luogo solido e accogliente che tuttavia conserva la mobilità di una tenda: sono queste le polarità che non possono mancare nella riconfigurazione pastorale della parrocchia davanti ai mutamenti attuali».[18]

Osservando la parrocchia dall’angolatura del suo inserimento nei territori esistenziali e sociali e allo stesso tempo geografici, un’altra polarità scomoda può essere fatta propria: quella tra confine e sconfinamento.

In un bellissimo intervento, tenuto a Bose il 27 ottobre 2013, don Angelo Casati rivisitava tutto il vangelo in questa prospettiva: Gesù, il Rabbi che sconfinava.[19] Tanto più era incarnato, inserito in un luogo e in un tempo preciso, tanto più sconfinava, dal primo sconfinamento nel grembo di Maria fino all’ultimo sconfinamento dal sepolcro. Ogni volta si inserisce nella storia del suo popolo, degli uomini e delle donne che incontra sconfinando, superando i confini delle mentalità e dei moralismi, i confini tra il sacro e il profano, tra il maschile e il femminile, tra il dentro e il fuori… animato dalla passione di Dio e dell’uomo. Entra nella vita della gente e questo lo porta a sconfinare.

Le lectio di suor Grazia Papola non ci hanno parlato di altro: di attraversamenti da una terra all’altra, di sconfinamenti geografici e sociali, di soglie varcate che riconducono Israele al cuore della sua fede. Solo la disponibilità a varcare confini, mentali, religiosi, etnici, di genere, permette a Israele di riprendere vita e di scoprire quel Dio che li anticipa, li spiazza, si prende cura di loro.

Le esperienze che abbiamo ascoltato parlano tutte di sconfinamenti, fatti con umiltà e disponibilità, nei quali nella misura in cui ci si lascia ospitare, si crea fiducia, si superano pregiudizi, allora si scopre quel Dio che non è da fabbricare e che si rivela alla comunità stessa con tratti inediti, sorprendenti, rigeneranti.

Quando Israele era in esilio a Babilonia, non era in grado di uscirne da solo. Dio mandò Ciro, il re pagano, a tirarlo fuori. Le contaminazioni con tutti e tutte coloro che vivono nei nostri territori umani e sociali, la condivisione con loro e a favore di loro, tirerà fuori la Chiesa dalle sue gabbie mentali, organizzative, giuridiche e la aiuterà ad essere quello che è chiamata ad essere. Solo la contaminazione con i territori salverà la parrocchia, perché in quei territori Dio si prenderà cura di lei.

Può essere questa la nozione vettoriale del rapporto della parrocchia con i territori umani e sociali: la sua capacità di starci dentro sconfinando grazie alla sua passione per le vicende umane e al suo amore per Dio.

Certo, questa è solo un’immagine, che chiede di essere declinata in atteggiamenti, rinunce e scelte. Gli sconfinamenti all’interno della complessità di un territorio e della vita di coloro che la attraversano chiede alla parrocchia un’uscita dalle sue abitudini, dalle sue mentalità, dalle sue forme rigide.

Antonio Mastantuono parlando di questo sconfinamento dentro i confini indica tre atteggiamenti di stile per la parrocchia: una presenza accogliente, cioè un luogo in cui “chiunque” si può rifugiare con il desiderio di ricevere da queste persone qualcosa del loro itinerario di vita; una presenza solidale, coltivando la città perché diventi abitabile per tutti; una presenza umile, che sfugge ai criteri di efficacia tecnica e redditività economica, in ascolto della gente sola, ferita nel cuore e nel corpo.[20]

I racconti che abbiamo sentito, in fondo, parlano di questi sconfinamenti mentre attestano allo stesso tempo la capacità di amare e servire un contesto territoriale e culturale preciso.

Elogio di una liturgia impura

Come conclusione, mi sembra significativo il riferimento all’assemblea eucaristica domenicale, che diventa contemporaneamente specchio e profezia di quanto la Chiesa-parrocchia è ed è chiamata ad essere in un territorio preciso.

Manuel Belli in un contributo dal titolo eloquente – Elogio di una “liturgia impura” – fa vedere come «la celebrazione parrocchiale è liminale e condivide confini con tutto quello che accade in un territorio».

L’autore ricorda il noto romanzo Il Signor Parroco ha dato di matto (Jean Mercier, San Paolo, Milano 2017), nel quale viene ricostruito con ironia il quadretto parrocchiale di un prete molto zelante, due incaricate della chiesa che litigano per i fiori, una catechista progressista in tensione con un parroco tradizionale, una signora anziana che non ci vede più e non riesce a leggere il bollettino parrocchiale… E aggiunge: non potrebbe essere che così, la parrocchia è il luogo dei credenti “effettivi”.

«La categoria di effettività è decisiva: è difficile immaginare un cristianesimo che prescinda dalla parrocchia proprio per il suo carattere “effettivo”: assumendo il semplice criterio territoriale come requisito di appartenenza, essa sembra situarsi “lì dove la vita accade”. Forse alla parrocchia non sono richieste né la ieraticità di una liturgia vaticana, né la compostezza di una liturgia monastica, né l’entusiasmo di una liturgia di un evento. La liturgia parrocchiale è per sua natura sporca, contaminata, di frontiera. Essa presidia le frontiere, le abita, le vive e le attraversa. Onora le sfide senza temere le ferite. In questo carattere chiaroscuro e di confine risiede forse la sua perenne ricchezza e il suo insostituibile valore».[21]

Celebrare un’eucaristia contaminata aiuta la comunità a lasciarsi contaminare dalla vita della gente e una comunità che rischia di lasciarsi contaminare diventa capace di celebrare l’eucaristia in modo contaminato, cioè di rendere i riti carichi di quell’umanità che questi stessi riti accolgono e salvano, in nome della grazia della Pasqua.

Questa trasformazione come presenza di prossimità nei territori umani, sociali, esistenziali mantenendo un’iscrizione geografica con attitudine di sconfinamento, richiede – come è evidente – l’uscita da una prospettiva clericocentrica (ancora fortemente presente nell’Istruzione della Congregazione sulla parrocchia missionaria[22]) e quindi la riformulazione di una Chiesa ministeriale, non solo per la sua organizzazione interna, ma in vista della missione di rendere a tutti disponibile il vangelo in un luogo preciso.

In questi giorni abbiamo apprezzato il cambiamento che abbiamo operato nella sequenza del nostro triennio. L’input era venuto nella verifica finale dello scorso anno ad Asiago, quando il vescovo Renato e altri nell’assemblea avevano intuito il rischio autoreferenziale di parlare di ministeri prima di esserci interrogati sulla presenza della parrocchia nei territori geografici, esistenziali, sociali nei quali è inserita.

Siamo ora in misura di poterlo fare, anzi, siamo nella necessità di farlo. Sarà l’angolatura con la quale guarderemo la parrocchia il prossimo anno.

Alcuni riferimenti bibliografici

Conferenza episcopale italianaIl volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004.
La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, Istruzione a cura della Congregazione per il clero, 20 luglio 2020.
Andrea Toniolo – Assunta SteccanellaLe parrocchie del futuro. Nuove presenze di Chiesa, Queriniana 2022.
Erio CastellucciComunità ecclesiale, relazione con il territorio, appartenenza: interpretare i cambiamenti in corso, in La teologia a servizio del cammino pastorale delle Chiese locali, «Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione» 24, supplemento al n. 47, gennaio-giugno 2020, 71-81.
François MoogLa conversion missionnaire des communautés paroissiales, in Lumen Vitae Vol. LXVII, n. 2 – 2012.
Alessio Dal PozzoloLe unità pastorali: tramonto della parrocchia? Laici e preti nella nuova realtà, in «Rivista della diocesi di Vicenza», 1/2017 (annata 58), 66-88.
Gilles RouthierSfidare la città. Studio del mese, in Il Regno-Attualità, 10/2021, 327-366.
Alphonse BorrasLa parrocchia, casa di tutti, in «La Rivista del Clero italiano» 2013/3, 186.
Domenico Cravero – Francesco CosentinoLievito nella pasta. Evangelizzare la città postmoderna, Edizioni Messaggero, Padova 2018.
Antonio MastantuomoParrocchia e città. Contestazione della solitudine, SettimanaNews, 18 marzo 2017.
Massimo CacciariLa Città, Nuova Edizione, Pazzini editore, 2021.
Manuel BelliElogio di una liturgia “impura”. Liturgia e parrocchia, in Liturgia e parrocchia, «Rivista liturgica» 2022/2, 67-79.


[1] Gilles Routhier, Sfidare la città. Studio del mese, in Il Regno-Attualità, 10/2021, 327-366.

[2] Antonio Mastantuomo, Parrocchia e città. Contestazione della solitudine, SettimanaNews, 18 marzo 2017.

[3] Alessio Dal Pozzolo, Revisione degli “spazi” di Chiesa, Appunti del docente in una lezione tenuta alla Facoltà teologica del Triveneto, 21/12/2021.

[4] Gilles Routhier, Sfidare la città. Studio del mese, in Il Regno-Attualità, 10/2021, 327-366.

[5] Ibid.

[6] Dario Vivian, C’è un tempo per tutto sotto il cielo: anche per fare Chiesa?, in Andrea Toniolo – Assunta Steccanella, Le parrocchie del futuro. Nuove presenze di Chiesa, Queriniana 2022.

[7] Livio Tonello, Esisterà ancora la parrocchia? In A. Toniolo – A. Steccanella, Le parrocchie del futuro. Nuove presenze di Chiesa, Queriniana 2022.

[8] Gilles Routhier, Sfidare la città. Studio del mese, in Il Regno-Attualità, 10/2021, 327-366.

[9] Ibid, 330-331.

[10] Alphonse Borras, La parrocchia, casa di tutti, in «La Rivista del Clero italiano» 2013/3, 186.

[11] Domenico Cravero, La compagnia evangelica delle folle, in D. Cravero – F. Cosentino, Lievito nella pasta. Evangelizzare la città postmoderna, Edizioni Messaggero, Padova 2018.

[12] Routhier, ibid., 335.

[13] Domenico Cravero, ibid. p. 60.

[14] Borras, oc, 186.

[15] Castellucci, Comunità ecclesiale, relazione con il territorio, appartenenza: interpretare i cambiamenti in corso, in RTE 24 (47).

[16] Alessio Dal Pozzolo, oc, 2-3. Dello stesso autore: Le unità pastorali: tramonto della parrocchia? Laici e preti nella nuova realtà, relazione tenuta durante il Consiglio pastorale diocesano della diocesi di Padova. I due contributi risultano molto stimolanti.

[17] François Moog, La conversion missionnaire des communautés paroissiales, in Lumen Vitae Vol. LXVII, n. 2 – 2012 (pp. 203-219).

[18] Vincenzo Rosito, La parrocchia nella città che cambia, «Rivista del Clero» 6/2018.

[19] Si veda anche: Gianattilio Bonifacio, Gesù al centro della comunità e la permeabilità dei confini ecclesiali, in Andrea Toniolo -Assunta Steccanella, Le parrocchie del futuro. Nuove presenze di Chiesa, Queriniana 2022.

[20] Antonio Mastantuono, Parrocchia e città: contestazione della solitudine, oc.

[21] Manuel Belli, Elogio di una liturgia “impura”. Liturgia e parrocchia, in Liturgia e parrocchia, «Rivista liturgica» 2022/2, 67-79.

[22] Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” a cura della Congregazione per il clero, 20.07.2020.

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