Alessandro D’Avenia "Lo stile di cui abbiamo bisogno"

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6 settembre 2022

Qual è il segreto dell’educazione? Fare l’amore.

Viviamo in un’epoca paradossale: non abbiamo mai avuto tanti strumenti educativi come adesso: corsi, manuali, esperti… eppure educare sembra esser diventato impossibile. Perché? Stiamo uscendo dall’illusione culturale individualista basata sul fatto che la verità sia una ricetta esterna alla relazione e da applicare finché la realtà non si sottomette. Ma la realtà resiste e le nostre idee falliscono, i bambini e i ragazzi non rispondono ai nostri desideri e aspettative, e noi siamo pieni di sensi di colpa e di vergogna. Si sta esaurendo il binomio su cui si basa questa cultura: sapere/fare. Io so qualcosa, la applico, e la cosa riesce. Tutte le ideologie, anche quelle educative, basate su questa sottomissione del reale sono forme di potere (e a volte di violenza) fallimentari. Emerge, sempre più necessario, un nuovo paradigma: stare/comprendere. Noi non siamo cervelli staccati dalla realtà, da riempire di nozioni che poi diventano azioni (cosa che accade anche nel modello inefficace di scuola odierna). Noi siamo legami, il nostro io è situato nella storia a partire dalle relazioni. Se ci tolgono qualsiasi ruolo acquisito, chi siamo? Le nostre relazioni. Io sono figlio, fratello, fidanzato, amico… Ed è da qui che parte tutto, anche la mia capacità di “comprendere”, che in italiano significa “capire” sia a livello cognitivo sia a livello affettivo.

Non basta sapere e poi fare, bisogna saper stare e quindi comprendere. Noi siamo le nostre relazioni e a partire dalla cura di queste possiamo affrontare qualsiasi cosa la vita ci metta davanti. La cultura individualistica e consumistica ci ha invece reso atomi isolati che credono di costruirsi da soli, acquisendo “skills” (hard o soft che siano), eliminando ogni fragilità, comprando soluzioni, come un’armatura da far indossare all’io. Ma non funziona: la realtà si incarica sempre di spezzare le armature. Per poter essere “armati” serve solo essere “amati”. Le persone sono libere e maturano solo quando su di esse si posa lo sguardo relazionale e non quello prestazionale. Nel secondo tipo di sguardo l’altro diventa oggetto di aspettative e quindi viene manipolato o sedotto o obbligato (a scuola e in famiglia prevalgono infatti stili di educazione “affettivo-emotiva” e/o “coercitivo-prestazionale”), nel primo tipo di sguardo invece l’altro diventa soggetto di possibilità, viene restituito non solo a se stesso, ma a quello che può diventare. Un poeta lo dice in modo paradossale ma perfetto alla sua amata: “io vedo la creatura nuova che tu eri”. Ma perché questo accada la chiave è la relazione, e nell’educazione di un bambino o di un adolescente la relazione non è quella direttamente con lui, ma quella tra le persone che lo hanno messo al mondo. Così come in amore uno più uno fa tre, per curare il tre bisogna occuparsi del “più” dell’uno più uno. Questo è “fare l’amore”, in cui il fare non è solo lo scambio affettivo tra le lenzuola, ma proprio quel dare insieme la vita a chi ci è affidato a partire da coloro che, insieme, lo hanno messo al mondo.

Se un bambino o un adolescente sentono e vedono i genitori amarsi hanno le spalle coperte e affrontano tutto quello che c’è da affrontare, per prima cosa le fatiche e le paure della crescita. Una volta una coppia di amici stava litigando e il loro bambino di pochi anni è corso a prendere la foto del loro matrimonio e gliel’ha messa sotto gli occhi. Sottintendeva: voi siete questi, io vi voglio così, perché altrimenti io sparisco. E il litigio si è interrotto all’istante: li aveva riportati alla verità della relazione. Lo stesso vale a scuola: la crescita sia culturale che umana di un ragazzo dipende da quanto è “generato” dagli insegnanti, che non vuol dire solo dal singolo insegnante, ma da come gli insegnanti sono alleati tra loro per quel ragazzo, da come “fanno l’amore”, cioè da quanto tempo dedicano a occuparsi tra loro di quel ragazzo, in termini di attenzione e pensiero, prima ancora di agire direttamente con lui. E così tanti problemi scolastici derivano semplicemente dal fatto che genitori e insegnanti si fanno la guerra invece di “fare l’amore” (non sto proponendo comportamenti licenziosi, ma di prendere alla lettera quel “fare”: l’amore non è un’emozione ma qualcosa che si fa, si costruisce, giorno per giorno).

Avete mai pensato al fatto che i colloqui con gli insegnanti avvengono solo a “voti fatti”? La prestazione vince sulla presenza. Invece i colloqui andrebbero svolti la prima settimana di scuola, quando voti non ce ne sono, ci si guarda in faccia e ci si dice: uniamoci per il bene di questo bambino e di questo ragazzo. Qual è la sua storia? Quali i suoi punti di forza e i suoi punti deboli? Insomma, curiamo e rinnoviamo lo “stare” e poi qualsiasi “comprendere” verrà di conseguenza. Sì, perché educare non è una scienza, ma un’arte che si nutre di realtà e fallimenti e non di teorie da applicare e aspettative da imporre. Questo non significa non studiare o non conoscere le tappe educative, i bisogni dell’età evolutiva o chiedere consiglio a un esperto, ma vuol dire ricorrere a queste cose a partire dalla realtà concrete della relazione. Per esempio, ai colloqui è bene vengano entrambi i genitori e non solo le madri: i figli sono stati messi al mondo da due persone e vengono sempre rimessi al mondo da quelle due persone, anche se il loro amore è ferito o interrotto. Anzi proprio in questi casi “fare l’amore” diventa ancora più fecondo. In questi ventidue anni di scuola ho visto genitori separati venire ai colloqui insieme. Per un bambino o un ragazzo sapere che, grazie a lui, i due si ritrovano mettendo da parte ferite e divisioni, è importantissimo. E infatti ho visto ragazzi che, pur avendo i genitori separati ma alleati per i figli, crescevano meglio di quelli con genitori che abitano sotto lo stesso tetto, ma non trovano mai il tempo per “fare l’amore”.

L’amore richiede tempo, perché la relazione è tempo donato: noi siamo tempo fatto carne e possiamo agire sull’essere altrui solo attraverso il tempo. Al di sotto di una certa soglia di tempo la relazione non esiste e quindi l’educazione evapora e si riduce ad addestramento e a fervorini inefficaci e snervanti. Quanto tempo al giorno dedichiamo a parlare di e con un bambino o di e con un ragazzo? A volte bastano pochi minuti, per aggiustare lo sguardo, e magari dedicare qualche momento in più una volta a settimana, per fare un bilancio, coordinarsi e ripartire. Solo soluzioni condivise e sguardi uniti generano maturazioni armoniche. Altrimenti ognuno riprodurrà istintivamente il modo in cui è stato cresciuto, ripetendo gli errori dei suoi genitori o per imitazione o per contrasto pretendendo non riaccadano, ma questo genera solo forzature. Ricordo una coppia con una figlia che aveva crisi di panico e ansia costante: la soluzione è stata affrontare la loro crisi come coppia più che occuparsi direttamente della figlia.
I bambini e i ragazzi sono bravissimi a metterci in crisi, istintivamente, proprio su ciò che ci manca: se non leggono dobbiamo chiederci quante volte abbiamo letto e leggiamo loro dei libri al posto di accendere la tv, o quanti libri ci sono sul nostro comodino; se stanno sempre attaccati al cellulare al pc, dobbiamo chiederci che rapporto abbiamo noi con questi strumenti; se non studiano dobbiamo chiederci quanto si sono sentiti trascurati dal nostro essere sempre presi dal lavoro… Solo essendo aperti al continuo fallimento come risorsa, e non come colpa o vergogna, educare diventa tanto faticoso quanto entusiasmante perché fa crescere contemporaneamente la relazione e noi stessi.

In una rivista sullo stile, vorrei che la parola indicasse uno stile educativo relazionale: noi non ci prendiamo cura dei bambini perché li amiamo, ma li amiamo perché ce ne prendiamo cura, e per prendersene cura bisogna curare innanzitutto la relazione, e solo dopo loro. Se la relazione è inconsistente “non mette al mondo”, “non dà alla luce”: i figli non assomigliano (nei tratti profondi, nell’atteggiamento di fronte alla vita) ai genitori presi singolarmente, ma alla loro relazione. Allora il mio augurio per questo ritorno a scuola è che sia un ritorno “con stile”: stare e comprendere, cioè a fare l’amore, perché solo così educare diventa un’arte di e da vivere giorno per giorno e non una scienza che oscilla tra successo e fallimento. I figli non maturano perché siamo infallibili, ma perché ci amiamo e traduciamo la relazione, con tutti i nostri benedetti limiti, in tempo donato. Per cos’altro vogliamo essere ricordati? Un paragrafo su un libro di storia o la felicità di un figlio? Buon inizio a tutti!

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