Selene Zorzi "Viva la teologia femminista!"

stampa la pagina

Selene Zorzi

La coscienza sempre più chiara da parte delle donne della loro dignità, il loro crescente protagonismo nella vita pubblica, non solo come singole, ma come «classe» («su larga scala» diceva Papa Giovanni XIII), dall’entrata in massa nel mondo del lavoro alla rivendicazione di sempre maggiori diritti politici e civili, ha determinato la loro consistente entrata nel mondo della scienza e anche della riflessione teologica.
Non era possibile che una tale novità storica lasciasse intonso l’assetto della cristianità che basa le sue dottrine su un testo sacro frutto di una cultura patriarcale la cui interpretazione è stata stabilita da una tradizione millenaria elaborata e tramandata prevalentemente da uomini maschi.
Cosa è accaduto quando le donne hanno iniziato a leggere la Bibbia dalla loro prospettiva e hanno iniziato a prendere parte attiva alla ricerca teologica?
Anzitutto vi hanno cercato se stesse: si sono chieste cioè dove fossero le donne nella Bibbia e nella storia. Hanno cercato l’esperienza di fede delle donne chiedendosi se la prospettiva con la quale il testo biblico e gli uomini di chiesa parlavano di loro stesse, rendesse adeguatamente ragione della loro propria esperienza e di ciò che esse concretamente erano e volevano essere.
Il primo gruppo di donne che si mise ad operare insieme in vista di una correzione di alcune interpretazioni tendenziose del testo biblico furono le autrici della prima Bibbia delle donne (Woman’s Bible, 1895-8), una Task Force capitanata dalla suffraggetta americana Elizabeth Cady Stanton (vi si ispira l’attuale progetto La Bibbia e le donne, in quattro lingue e 21 volumi di taglio internazionale, interreligioso e interconfessionale). Dal momento infatti che i loro contemporanei (maschi) utilizzavano testi biblici per giustificare l’esclusione delle donne da alcuni diritti politici e civili, come quello di voto, esse si dotarono di strumenti in grado di interpretare da sole tali testi. Ponendo alla Bibbia nuovi interrogativi (A chi si rivolge il testo? Dove siamo noi? Perché si parla delle donne in questo modo?), svelarono significati nuovi e corressero interpretazioni che giustificavano la sottomissione delle donne e la loro esclusione dal mondo ecclesiale e sociale.

una nuova lettura della Bibbia

Questo tipo di lettura fu possibile in particolare grazie all’approccio storico-critico, con il quale si imparava a sottoporre i testi letterari, compreso quello biblico, ad una interpretazione che tenesse conto del contesto storico in cui il testo era stato elaborato, della distanza culturale tra autore e lettore e della differenza tra testo e messaggio (che cosa vuole dire l’autore e con quali strumenti lo dice?). «La Bibbia…, in quanto scritto umano, porta tutte le tracce della cultura nella quale è nata. E non possiamo nasconderci il suo stampo patriarcale. Ma le sue aspettative patriarcali non sono rivelate da Dio e dunque assolute, bensì semplicemente mutuate dalla cultura del tempo nel quale vissero le persone che redassero i testi biblici» (A. Corallo, Gesù oltre gli stereotipi patriarcali).
Una delle grandi teologhe cattoliche del Novecento, Kari Elisabeth Børresen, era convinta che il femminismo avesse costituito per la nostra cultura una vera e propria «rivoluzione epistemologica» con la quale anche la teologia era oramai chiamata a misurarsi.
A livello metodologico un primo capovolgimento di prospettiva deriva proprio a partire dalla riflessione sul nesso tra linguaggio ed esperienza di fede. Il linguaggio si è modellato sulla cultura androcentrica nella quale il maschile è stato considerato normativo (R. Ruether, Sexism and God-Talk).
Nel linguaggio, il maschile grammaticale diventa spesso inclusivo del femminile. «O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa…»: per me come per molte donne credenti, il linguaggio liturgico è stato il primo luogo di un’incipiente riflessione femminista. Costrette ad abitare un linguaggio androcentrico, a noi donne si pone sempre un dramma, esplicitato dalla domanda che dobbiamo farci costantemente: in questa affermazione io sono inclusa o no? Quando si parla di uomo (Adamo), si parla dell’umanità intera o solo dei maschi? I 7 sacramenti sono per tutti o solo per maschi? Il maschile neutro è sempre inclusivo? Se leggo «apostoli» devo pensare che fossero tutti maschi o posso pensare che vi siano incluse delle donne? Chi decide quando il maschile è inclusivo e quando no? (cfr. 1 Tm 3,8; 1Cor 15,6). In quanto discorso dell’uomo su Dio, la teologia è un logos che esprime l’esperienza umana della fede. Le teologhe hanno iniziato a porre un cuneo critico rispetto a questo linguaggio (E. Johnson, Colei che è).
Ciò ha portato anzitutto a rimarcare, come insegnano i mistici, la limitatezza di ogni definizione di Dio («Se lo capisci non è Dio» diceva S. Agostino). Il linguaggio stesso è una funzione (limitata) dell’esperienza umana a sua volta sempre situata. Ma se il linguaggio si presenta sempre sessuato, Dio non ha sesso, perché è puro spirito (Gv 4, 24) e quindi, come ricordava Giovanni Paolo II, anche il nostro parlare antropomorficamente della sua generazione non implica certo che Dio abbia alcuna qualità «maschile» o «femminile», essendo tale generazione di natura totalmente divina, senza le proprietà tipiche del corpo femminile o maschile (Mulieris Dignitatem 8 ).
Quando Dio viene detto però entra nei limiti del linguaggio umano. A parlare e a tramandare la fede sono stati principalmente uomini maschi e sarebbe insensato ritenere che essi non abbiano parlato dal loro punto di vista, dal quale la donna è considerata l’altro (come ricordava S. De Beauvoir), subordinata e funzionale, secondo lo schema patriarcale, e quindi a partire dalla loro esperienza limitata e in una grammatica declinata al maschile. Dio è maschio? Perché, come diceva la grande teologa Mary Daly, se Dio è maschio allora il maschio è Dio!
Ma teologia significa anche il discorso che Dio rivolge all’uomo: un messaggio di salvezza e liberazione per tutti e tutte. Occorre trovare tale messaggio dentro al testo confezionato con categorie, strumenti linguistici e concettuali androcentrici.
Dio ha sempre parlato anche alle donne e si è rivelato loro. Le donne hanno (avuto) una esperienza diretta di Dio e l’hanno provata a dire, anche se tale esperienza è stata spesso poco narrata e poco apprezzata, a volte tacitata (chi ricorda, tra i personaggi della Bibbia, Rizpa, 2Sam 21,8-11?) più spesso trasformata dalle codificazioni maschili (si pensi alla Maddalena). Le prime teologhe femministe hanno fatto un grande lavoro per recuperare la tradizione dell’esperienza religiosa femminile (cfr. E. Schüssler-Fiorenza, In Memoria di lei).

un approccio critico alla lettura sessista del testo

La teologia femminista si è avvalsa dei presupposti metodologici della teologia della liberazione sulla base della convinzione che il messaggio che Dio rivolge agli esseri umani è un messaggio di liberazione degli oppressi. Nella Bibbia Dio libera le donne dal ruolo subalterno e marginale nel quale il patriarcato le ha collocate, rendendole testimoni della Rivelazione e agenti di salvezza per tutto il popolo e simbolizzando così quel grande rovesciamento di valori che Cristo ha portato nella storia.
Ma la propria identità di genere può avere impatto sulla lettura di un testo o su una interpretazione teologica? Certo: lo ha sempre fatto. Lo ha fatto per millenni con gli uomini, lo può fare per le donne, la «maggiore» delle minoranze, e per altre identità che costituiscono oggi le nuove minoranze emarginate (cfr. M. Althaus-Reid, Il Dio queer).
Tuttavia non basta essere donne per avere uno sguardo liberato dall’androcentrismo (nelle donne spesso anzi il maschilismo è fortemente introiettato). La Bibbia presenta infatti una sua ideologia dei generi prodotta dalle aspettative della cultura patriarcale che fa derivare una certa tipologia di maschile e femminile dalla natura stessa, identificando le aspettative sociali con la volontà di Dio. La femminilità viene così caratterizzata da aspetti quali dolcezza, remissività, silenzio, grazia, sottomissione che permettono al patriarcato di mantenere lo status quo della centralità del maschio. Ecco perché va guardato con sospetto chi si limiti a ricercare uno sguardo «al femminile» sulla teologia.
Femminista è invece l’approccio critico alla lettura sessista del testo e del dato dottrinale che può essere effettuato da uomini e donne, ugualmente coscienti che il patriarcato opprime alla stessa stregua uomini e donne.
L’esegesi femminista ha consapevolezze e strategie proprie: Shüssler-Fiorenza ricordava che tutta la Bibbia è patri-kyriacale, ha cioè un assetto linguistico e concettuale androcentrico, dove il maschio è il kyrios (capo, marito e signore). L’ermeneutica femminista parte quindi dalla cosiddetta esegesi del sospetto: cosciente che la storia è stata vissuta e scritta da una prospettiva maschile, occorre porre al testo domande circa soggetti, destinatari e finalità degli autori, ipotizzando chiavi di lettura, soggetti, destinatari e finalità diversi da quelli che lo hanno prodotto.
Questo approccio si estende dal testo biblico ai testi della codificazione teologica e quindi diventa anche una rilettura della teologia sistematica. Non si tratta infatti di una semplice questione linguistica. Questa prospettiva critica anche una certa formulazione storica e culturale del dato dogmatico.
A livello di teologia trinitaria la teologia femminista si è concentrata su Dio Padre, mostrando come i generi risultino sconfitti nel volerli applicare alle persone divine o quando li si voglia mantenere nella riflessione sul Dio trinitario. D’altra parte ha fatto emergere metafore femminili per dire Dio e la sua vicinanza alle creature.
In cristologia ci si chiede se la mascolinità di Gesù sia legata e in che modo alla sua missione salvifica. Rosemary Ruether si chiedeva se un salvatore maschio potesse salvare le donne. La maschilità di Gesù rivela un Dio maschio? Se Gesù è maschio questo vuol dire automaticamente qualcosa per tutti i maschi? Che c’entra la maschilità del ministro con la grazia donata dal Mediatore ex opere operato? Nuovi studi focalizzano l’attenzione sul tipo di maschio che Gesù è stato: nient’affatto patriarcale, ma liberante e inclusivo.

Maria, donna fuori dagli schemi patriarcali

A livello antropologico le teologhe femministe hanno mostrato come il testo base di Gn 1,27 sia stato oggetto di un vero sopruso lungo la storia delle interpretazioni e recuperandone il messaggio di pari dignità di uomini e donne davanti a Dio, hanno focalizzato l’impatto che il concetto di immagine riversa su Dio (un corpo di donna può quindi simboleggiare Dio).
A livello ecclesiologico lo scavo sul linguaggio androcentrico dei testi evangelici e patristici incrina l’assetto gerarchico e sacerdotale che la cristianità si è data a partire dal III secolo, riscoprendo la comunità di eguali annunciata da Gesù.
Quando si parla di diaconi, vescovi e presbiteri si usa un maschile inclusivo? Dove sono finiti i sacerdoti nel Nt? Troviamo profetesse, At 21,9, diacone, Rom 16,1 e ministrae, Plinio, ep. X, 96,7: perché allora per gli uomini il ministero diventa un ruolo di prestigio, mentre per le donne «servitù»?
Interpretazioni faziose avevano cambiato addirittura sesso alle donne pur di non riconoscere loro il titolo di apostole (è il caso di Giunia in Rm 16,7).
In mariologia la riflessione tende a scorporare da Maria quel rivestimento che l’ha imballata così da farne il simbolico dell’eterno femminino patriarcale, attribuendole funzioni divine o facendo di lei la Dea madre delle religioni pagane antiche. La teologia femminista recupera la Maria storica non solo come credente e sorella nella fede, ma anche come donna fuori dagli schemi patriarcali.
A livello etico la rilettura femminista libera soprattutto la morale sessuale da una prospettiva fortemente legata alla fisiologia e alle proiezioni maschili (spesso angosciate, come quelle agostiniane) sul piacere corporeo, riscoprendo la dimensione relazionale, oltre che ossessivamente procreativa, della sessualità.
Inutile aggiungere che una tale rivoluzione di sguardo impatta anche sulla sacramentaria e sulla liturgia, quest’ultima si è così recentemente aperta al mondo Lgbt+ (D. Neu, Liturgie femministe per la giustizia). Quindi viva la teologia femminista! Viva il messaggio liberante del Vangelo per uomini e donne!"
stampa la pagina

Ultimi articoli