Vito Mancuso "La sua fede era l’illuminismo"

Eugenio Scalfari ha sempre rimarcato non solo l’assenza in lui della fede, ma anche del desiderio di cercarla: “Io non ho la fede nell’oltremondo e non la cerco”. Intitolò l’autobiografia del 2008 L’uomo che non credeva in Dio volendo consegnarsi alla storia proprio alla luce della non-fede. Tuttavia è impossibile parlare di lui e dei suoi ultimi anni senza analizzare il suo rapporto con papa Francesco. Non è facile comprendere cosa abbia portato il figlio spirituale dell’Illuminismo francese, colui che fu tra i fondatori del Partito radicale, sostenitore delle leggi su divorzio e aborto, a cercare un dialogo costante con un Papa e a parlarne in continuazione nei suoi editoriali. Fu la curiosità del giornalista? La sfida al pensiero dell’intellettuale? Il bisogno di spiritualità che più o meno intensamente si affaccia in ogni vita al tramonto? Scalfari da giovane avrebbe avuto lo stesso atteggiamento verso il gesuita Jorge Mario Bergoglio? Di certo non l’ebbe verso tutti gli altri Papi … 

Vi è stata però l’amicizia coltivata qualche anno prima con un altro gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini. Il rapporto di Scalfari con Martini sta a quello con Bergoglio come la primavera sta all’estate. Di certo entrambe le relazioni furono contrassegnate da due punti fermi: nessun desiderio di conversione e un dialogo alla pari. Torna però la questione del motivo dell’interesse verso papa Francesco ed ecco al riguardo un passo della sua intervista al Papa il 1° ottobre 2013: “Il Papa entra e mi dà la mano, ci sediamo, sorride e mi dice: «Qualcuno dei miei collaboratori che la conosce mi ha detto che lei tenterà di convertirmi». È una battuta, gli rispondo. Anche i miei amici pensano che sia Lei a volermi convertire. Ancora sorride e risponde: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene»”. 

Io penso che la differenza Scalfari-Bergoglio sia la nostra differenza, che questi due uomini siano il simbolo della nostra condizione, perché in ogni essere pensante si muovono il tipo Scalfari e il tipo Bergoglio, il credente e il non-credente che si urtano tra loro come Esaù e Giacobbe nel grembo di Rebecca. Proprio per questo la riuscita del loro incontro è importante, perché insegna che il dialogo è la sigla della spiritualità del nostro tempo: non più convertire l’altro alla propria fede o al proprio ateismo, ma convertire se stessi nella purificazione della mente che il vero dialogo porta sempre con sé. Qui però si apre una feconda contraddizione. Il ruolo decisivo nel pensiero di Scalfari è infatti giocato da Nietzsche, il filosofo cui egli si è dichiarato più in debito, più di Montaigne, Cartesio, Diderot, Freud. Ora ben aldilà della sua proposta in positivo difficilmente sistematizzabile perché costruita su concetti tra loro ben poco componibili, Nietzsche è decisivo per l’opera demolitrice. Che cosa ha demolito? La ragione e la morale. Faceva filosofia col martello e con le sue martellate ha distrutto la ragione in quanto gloria dell’umanità e la morale in quanto dovere dell’umanità. La morte di Dio da lui annunciata è la morte della ragione e della morale, del Logos da cui deriva Ethos. Il sapore di tragedia che aleggia nei libri di Scalfari a mio avviso sta qui: nell’uso della ragione illuministica all’interno di un mondo ritenuto, con Nietzsche, privo di ragione. 

Nell’ultima parte della vita Scalfari però ha scritto pensieri molto intensi sull’amore. Nell’autobiografia si legge “di un deposito di amore tale che renda possibile superare l’io e il tu declinando al loro posto il noi”; e ancora: “Bisogna dimenticarsi di sé per conoscere l’altro senza invaderlo, bisogna modificare la grammatica della psiche per passare dall’io e dal tu al noi”; e infine: “L’amore vero dà riposo e beatitudine”. Scalfari racconta inoltre che da bambino giocando ai soldatini faceva vincere sempre i buoni. Penso che tutti abbiamo fatto vincere i buoni. Perché? Perché le favole dell’umanità, pur ricolme di orrore, si concludono con la vittoria del bene? Si tratta di un desiderio infantile o è la manifestazione della vera logica della vita? Ancora Scalfari: “Non so spiegarmi perché a sei anni ero convinto che chi vince è buono. Oppure che chi è buono vince”. A sei anni, “se non ritornerete come bambini”, disse un giorno Gesù. Io penso che il fascino di papa Francesco su di lui risiedesse nell’intravista possibilità di sperimentare ancora in questo mondo la forza del bene, quell’amoris laetitia che aggrega gli esseri umani infondendo pace e armonia. Scriveva Scalfari il 15 settembre 2013: “Se il mio dialogo con papa Francesco continuerà, come spero ardentemente che avvenga, questo credo che potrebbe essere il tema: far crescere l’amore per gli altri almeno allo stesso livello dell’amor proprio”. 

Vito Mancuso, La Stampa 15 luglio 2022

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