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Enzo Bianchi "Non dimentichiamo padre Paolo Dall’Oglio"

La Repubblica - 25 luglio 2022
per gentile concessione dell’autore.

Ci sono persone che sono state veramente “grandi”, nel senso che con la loro vita, la loro parola, il loro stile, hanno in-segnato, “fatto segno” della possibilità umana di essere buoni, vivere in pace, incontrarsi e stare insieme nella differenza. Eppure, nonostante in alcuni momenti abbiano goduto di ascolto, sono stati poi dimenticati. 
Questa è la sorte toccata a Paolo Dall’Oglio, un visionario che ho conosciuto bene e con il quale ho vissuto un’amicizia profonda. 
Quando era un giovane gesuita volle incontrarmi sapendo del mio amore per il Medio Oriente e della mia sollecitudine per quella terra un tempo cristiana, oggi abitata da una marea musulmana nella quale le comunità cristiane stanno per scomparire. Paolo era un visionario, anche ingenuo, cosa che lo rendeva disarmato di fronte a ogni incomprensione o ostilità. Non lo capivano nel suo sogno neppure i confratelli gesuiti e diffidavano di lui i vescovi cattolici. Perché Paolo aveva un sogno, che si era acceso in lui come un fuoco non appena aveva visitato l’antico monastero di Mar Musa, in rovina, nel deserto a Nord di Damasco: il sogno di fondare una comunità monastica nella quale cattolici, ortodossi e musulmani potessero vivere insieme in Siria, in una regione dove diverse antiche chiese cristiane sono in diaspora in terra araba. Utopia, sogno, eppure Paolo ci credeva al punto di andare ad abitare quelle rovine e iniziare un restauro sperando che arrivassero fratelli e sorelle disposti a tentare con lui quella follia. La vita nel monastero di Mar Musa non era facile sia per l’isolamento, sia per la strada a piedi per raggiungerlo. 
Invitato da Paolo andai a trovarlo, verificando la sua limpida fede cristiana, il suo entusiasmo, la sua forza nel perseguire da solo l’impresa. Era sostenuto dalla preghiera, ma soprattutto dalla passione per quella terra e quella gente che andava a trovare “Abuna Paulos” e a chiedergli “una parola”. Il dialogo con il mondo islamico venne praticato da lui in modo intenso e al monastero spesso erano presenti più musulmani che cristiani. Ma questo uomo, non protetto dalla Chiesa, destò ostilità nel governo siriano che nel 2011 decretò la sua espulsione: dopo mesi di sorveglianza poliziesca, si concretizzò nel giugno del 2012. 
Allora Paolo si trasferì nel Kurdistan iracheno, nel monastero di Deir Maryam al-Adhra, ma poco dopo rientrò nella Siria controllata dai ribelli, e mentre si trovava a Raqqa, dal 29 luglio 2013 se ne persero le tracce. Rapito e ucciso dall’Isis? 
Imprigionato dai siriani e giustiziato? Nulla si è saputo e nulla si sa. E finora, va detto con vergogna, non si può dire ci sia stato un impegno da parte del nostro governo nella ricerca di notizie sulla sua fine. E ormai sono passati nove anni. Purtroppo c’è chi viene fatto santo subito, e chi viene ignorato nonostante abbia speso la vita per i fratelli e le sorelle in umanità e abbia sognato per loro la giustizia e la pace. La santità dei devoti è sempre più apprezzata della testimonianza profetica che interroga e crea inedite realtà.

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