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Enzo Bianchi "Noi, gli altri e il senso della vita"

La Repubblica - 6 giugno 2022
per gentile concessione dell’autore.


Nella sapienza contadina tradizionale non c'erano solo i dieci comandamenti imparati a memoria fin da bambini, ma c'erano imperativi che indicavano più atteggiamenti, stili, che non azioni o divieti. Erano ricorrenti nei discorsi che "i grandi" facevano ai più giovani, senza attribuire loro particolare autorevolezza: erano consigli, giusto da meditare, niente più, e da ricordare nella vita.

Norberto Bobbio nel De senectute ne ricorda alcuni (abbiamo in comune la terra, il Monferrato!), ma io ne ricordo anche altri, soprattutto ora che sono vecchio e mi ritrovo a ripeterli a qualcuno più giovane che conversa con me interrogandomi sul come vivere questa vita che resta sempre un duro mestiere da imparare.

Soprattutto gli imperativi legati a tre parole venivano ripetuti con convinzione ed erano ascoltati, rimuginati. Si trattava di consigli da vivere nel rapporto con gli altri, nell'intento di tessere relazioni umane significative, capaci di dare gusto e senso alla vita.

La prima parola era "come": sentirsi come gli altri, vivere come gli altri, stare come gli altri. In questo come non c'era di sicuro un invito alla omologazione, ma al contrario l'affermazione della fraternità e della sororità, o meglio dell'umanità che ci accomuna tutti, c'era quel sentimento di uguaglianza che mi impedisce di prevaricare sugli altri o di sentirmi migliore di loro.

Di fatto era un richiamo all'umiltà: non al di sopra degli altri, ma con la stessa dignità, gli stessi diritti, la stessa vocazione alla vita e alla felicità. Come gli altri: sembra una banalità, ma è una cosa seria. Chi non conosce e non sa affermare il suo essere "come gli altri" è indotto alla prepotenza nei rapporti, a vantare privilegi, e in definitiva alla violenza.

Solo quando si è solidificata questa uguaglianza del "come gli altri" si può anche stare con gli altri. Preposizione, questa, straordinaria, che ci consente di avere una visione comunitaria, di affermare la comunione di due che dicono "noi" e non più soltanto "io". Io vivo con gli altri, abito con gli altri, lavoro con gli altri, gioisco con gli altri, soffro con gli altri. Solamente non posso decidere di morire con gli altri perché si muore da soli, ma tutto il resto può essere vissuto, fatto, sperato con gli altri.

Con dà l'orizzonte comunitario all'umanità, è l'affermazione che si vive e si opera insieme, mai senza l'altro. L'uguaglianza apre alla vera comunione di esseri umani diversi e differenti, dove il debito e la responsabilità verso l'altro sono vissuti insieme.

E da questa comunione profonda faccio scaturire il terzo imperativo a partire dalla preposizione per. Tutto ciò che si vive lo si vive non per se stessi ma per gli altri. Nasce qui dalla responsabilità verso gli altri la cura degli altri, il servizio degli altri. Gli altri cessano di essere l'inferno (Sartre), e diventano l'occasione di dare un senso alla vita.

È questo l'insegnamento semplice che ci veniva trasmesso in modo insistente: sentiti come gli altri / sta con gli altri / vivi per gli altri.

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