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Enzo Bianchi "Un impegno ecclesiale irrinunciabile”

Vita Pastorale  
Febbraio 2022
Un impegno ecclesiale irrinunciabile
per gentile concessione dell'autore

Tre sono le parole-chiave del Sinodo che dovremmo vivere dalla domenica 10 ottobre, quando papa Francesco l’ha dichiarato aperto in un processo pluriennale: comunione, partecipazione, missione. Nell’articolo precedente abbiamo sostato sulla comunione, elemento essenziale per la vita della Chiesa e, dunque, per la celebrazione di un Sinodo. Ora vogliamo riflettere sulla partecipazione, che nelle intenzioni del Papa deve riguardare tutti i fedeli, tutti i cattolici che si sentono soggetti battesimali responsabili della marthyría cristiana nel mondo.

 

Questa partecipazione è la sfida più ardua del Sinodo. Ed è una novità, perché il Sinodo, che finora era “dei vescovi”, un evento preciso che si celebrerà nell’ottobre del 2023, resta per il momento da definirsi. Infatti, sarà un Sinodo solo di vescovi o, essendo stata ammessa al voto una donna come sottosegretaria del Sinodo, subirà un processo di trasformazione? A tutt’oggi ci sono ancora chiarimenti e precisazioni da fare, e procedure da stabilire, ma possiamo dire che il Sinodo si sia già trasformato da semplice evento a un processo. E che si componga di tre fasi, tutte necessarie: la fase previa (che non va definita “preparatoria”, come se non appartenesse al processo!), la fase celebrativa e la fase della ricezione.

 

Purtroppo, la mia impressione è che nella Chiesa, soprattutto italiana, non ci sia ancora stata una comprensione adeguata della volontà del Papa, più volte da lui espressa e ben articolata nell’Episcopalis communio. Gli interventi molto concreti e illuminanti del cardinale Mario Grech non lasciano dubbi. Il cammino sinodale è ben tracciato, e la prima fase prevede già la partecipazione di tutti, perché «se manca una reale partecipazione di tutto il popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Partecipare tutti è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta di identità: il battesimo».

 

Parole forti che richiedono un cambiamento, una conversione della prassi ecclesiale, del modo di vivere e di operare. Finora non si è fatto così: le procedure di consultazione e confronto prevedevano delegati, esperti, militanti, appartenenti ad associazioni. Ma ora la richiesta è che tutti possano essere coinvolti nel processo sinodale. Più che consultare, interrogare, si tratta di ascoltare e ascoltare con attenzione, con passione, convinti che dall’ascolto viene la conoscenza, la compassione, la fraternità.

 

I semplici battezzati non sono solo ascoltatori dei pastori, ma hanno ciascuno e tutti una dignità, quella battesimale che li rende soggetti ecclesiali, testimoni di Cristo, dimore dello Spirito santo, muniti di doni e capaci di responsabilità nei diversi compiti ecclesiali. Nessun cristiano, quale membro del corpo di Cristo che è la Chiesa, può essere escluso dal partecipare all’edificazione di questo corpo né esentato dal servizio dell’unità della sua comunità o escluso dalla missione: tutti partecipi della funzione profetica di Cristo, qualificati dal sensus fidei infallibile in credendo, come sottolinea Francesco. Anche i pastori sono pecore tra le pecore sotto la custodia del “Pastore dei pastori” (cf 1Pt 5,4). Non può esserci sensus fidei senza partecipazione alla vita ecclesiale. E non ci può essere vita ecclesiale senza questo sensus fidei che, come un seme o come una sorgente, è presente in tutti i battezzati.

 

Proprio perché la partecipazione non va meritata, né deve essere concessa, essa va esercitata dal cristiano. È così che la pietra scartata diventa pietra angolare (cf Mt 21,42); i lontani diventano vicini (cf Ef 2,13); i poveri e gli umili sono innalzati (Lc 2,52-53); gli ultimi diventano i primi (cf Mt 19,30). Non gli addetti ai lavori, non i soliti delegati, non gli eterni funzionari devono partecipare al Sinodo, ma tutti quelli che lo desiderano in libertà e con la responsabilità di cristiani che vogliono essere adulti, maturi. Ed è significativo che Francesco chieda di ascoltare anche quelli che sono sulla soglia. E, addirittura, fuori dal perimetro della Chiesa, ma che pur «senza cittadinanza hanno un fiuto», essendo raggiunti dallo Spirito santo che nella sua libertà non conosce confini. Ascoltando tutti con apertura di cuore è possibile ascoltare lo Spirito santo dove e quando meno ce lo aspettiamo!

 

La partecipazione attiva oggi è sentita come essenziale per qualsiasi azione portata avanti insieme. Soprattutto i giovani vogliono partecipare, essere coinvolti, non restare sempre solo destinatari delle iniziative ecclesiali. E anche le donne attendono di essere riconosciute nella loro dignità, che le abilita a impegnarsi nella Chiesa con gli stessi doveri e diritti degli uomini. Senza una vera possibilità di partecipazione a tutta la vita della Chiesa, le donne continueranno a lasciarla silenziosamente. La loro presenza solo ancillare e subordinata è un’ingiustizia ormai impossibile da sopportare.

 

 

Ma partecipazione significa responsabilità e quindi fatica, non dimentichiamolo! Lo possiamo constatare prestando attenzione alle nostre riunioni o ai nostri consigli ecclesiali: non è facile prendere la parola, parlare in modo appropriato ed efficace, esercitare la pazienza verso quelli che hanno difficoltà a spiegarsi, mantenere vivo l’interesse per ciò che l’altro dice, imparare ad accettare i conflitti senza farli degenerare in opposizione, rinnovare il dialogo anche quando si è corretti o contraddetti... La partecipazione è fatta di questi esercizi e atteggiamenti nei quali il primato deve sempre essere dato alla magnanimità, alla concordia, alla pace.

 

Tutti questi processi di comunicazione devono avvenire dal basso verso l’alto, cioè partendo dalla realtà quotidiana e umile delle nostre comunità parrocchiali fino alla Chiesa locale, per poi contribuire alla sintesi che sarà espressa a nome della Chiesa universale. Per ciascuno c’è una domanda essenziale: «Come vorrei la Chiesa oggi? Cosa mi aspetto dalla Chiesa di cui io sono membro responsabile?». Questo equivale a chiedersi: «Cosa si aspetta Gesù Cristo dalla sua Chiesa?».

 

Il Sinodo – che non è un sondaggio d’opinioni – non è una riunione di esperti, non è un seminario di studi, ma un evento che ha per protagonista lo Spirito santo, e che trovi tutti i cattolici preparati, predisposti nella libertà, nella parresìa, nell’obbedienza al Vangelo a una rinnovata pentecoste.

 

Ma non possiamo chiudere il discorso sulla partecipazione senza porre il problema della “decisione”, che comunque è necessaria come esito del processo sinodale. Papa Francesco, quando ha citato il principio del diritto: Quod omnes tangit ab omnibus tractari et approbari debet, l’ha citato per intero, non tralasciando approbari. Dunque anche l’approvazione appartiene a tutto il popolo di Dio impegnato nel cammino sinodale. Per questo si attende che anche i fedeli uomini e donne, religiosi e laici, possano votare al Sinodo.

 

Quanto alla deliberazione e promulgazione, questa spetta al successore di Pietro, che presiede nella carità le Chiese e il Sinodo. La maggioranza espressasi con la votazione sarà solo un criterio autorevole per il discernimento del Papa. Tuttavia, non si svuoti l’approvazione di tutti i membri sinodali, i synodoí, che con lo Spirito santo sono in grado di discernere, giudicare e decidere (cf Atti 15). Occorre poter affermare che tutto il processo sinodale, fino all’approvazione e, quindi, alla recezione, è una vera e concreta partecipazione del popolo di Dio. Resta sempre possibile, e sarebbe grazia straordinaria se un Sinodo giungesse a decidere con il Papa, insieme: sarebbe sigillo dello Spirito santo.

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