La cultura, alla luce del Vangelo, come risposta alle diseguaglianze di genere.

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INTERVISTA A 
LUCIA VANTINI, PRESIDENTE DEL COORDINAMENTO DELLE TEOLOGHE ITALIANE

Vitaminevaganti 

Buongiorno Lucia. In apertura dell’intervista vorrei che si presentasse. Ci spiega chi è e di cosa si occupa attualmente?
Sono presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane da giugno di quest’anno. Insegno Teologia fondamentale all’Istituto di Scienze religiose di Verona e Antropologia filosofica e teologica allo Studio Teologico San Zeno di Verona. Ho studiato filosofia all’Università di Verona, dove ho conseguito anche il dottorato su Julia Kristeva, e ho studiato teologia prima a Verona e poi a Milano, fino al dottorato su teologia e neuroscienze, discusso alla Facoltà Teologica del Triveneto di Padova. Faccio anche parte della comunità filosofica Diotima. Mi piace leggere e scrivere. Sono sposata dal 1995 con Alberto e ho tre figli, Matteo, Anna e Chiara, ormai grandi. 

Ci spiegherebbe che cos’è esattamente il Cti, quando è nato e perché?
Il CTI è nato a Roma nel 2003, per iniziativa di alcune teologhe che hanno unito le forze e incrociato le prospettive per valorizzare e promuovere gli studi di genere anche in questo contesto tradizionalmente maschile. In questo modo non solo il discorso teologico viene aperto alle differenze, ma si attivano anche dei processi di visibilità e di libertà femminile nel panorama ecclesiale e culturale. Aggiungo che il Coordinamento ha una fisionomia ecumenica, che resta tale anche se poi di fatto la maggioranza di noi appartiene alla Chiesa cattolica. Le nostre attività sono tante e prevedono un Seminario annuale, la cura di tre collane di libri (Sui Generis per Effatà, Teologhe e Teologie per Nerbini ed Exousia per San Paolo), un corso online di teologia delle donne alla sua seconda edizione, e siamo impegnate in diversi “cantieri teologici” come per esempio il CATI, nel quale in questo biennio ci stiamo confrontiamo con le altre associazioni teologiche sulla riforma della Chiesa…

Quindi mi par di capire che per lei c’è una certa differenza tra lo sguardo femminile e quello maschile sull’esegesi dei testi biblici e sulla teologia. È per questo che avete sentito la necessità di fondare un comitato femminile?
Le differenze ci sono e sono ben riconoscibili. Non mi chiedo se si tratta di differenze originarie o acquisite attraverso l’esperienza, perché questa è una domanda sbagliata. Ciò che conta è che le voci femminili rivelano la parzialità di tradizioni che si sono sempre poste come universali e oggettive, pur essendo di fatto provenienti dall’esperienza di uomini che una storia di ingiustizia ha reso soggetti dominanti. Non si tratta di contrapporre il discorso di lui con il discorso di lei comunque, perché le voci degli uomini e le donne sono anche tutte diverse tra loro e mai riassumibili in un’unica armonia, ma si tratta di aprire un orizzonte che possa cercare e sostenere l’attrito di discorsi plurali per la differenza sessuale e per le differenze soggettive. È in quell’attrito che può finalmente emergere la ricchezza della realtà, una realtà che non è né mia, né tua, ma da condividere nel racconto e nella spartizione del vissuto e delle pratiche

Come definirebbe la teologia oggi? Ha ancora una sua utilità e, se sì, quale? Può avere una sua ricaduta nella cultura collettiva e nella vita di ognuno? O invece rischia di rimanere una nicchia per pochi dotti?
Questo è un tempo ipotecato da molte tensioni: da un lato si sperimenta l’egemonia di saperi che restringono le storie al successo economico, al prestigio sociale, alle vittorie nelle competizioni, mentre dall’altro si assiste a un ritorno dell’irrazionalità giustificata nel nome della libertà personale. In questo strano clima che a parole respinge il sacro ma nei fatti è pieno di idoli, le teologie hanno ancora una loro pertinenza là dove riescono a esprimere quel senso di mistero che, a ben guardare, non si è del tutto dissolto. Occorre però un linguaggio in ascolto della vita, dalle forme plurali, capace sia di memoria sia di futuro. In particolare per me fare teologia significa stare in un orizzonte di speranza in cui il male non può – o non dovrebbe – avere l’ultima parola. Questa è una scommessa che promette frutti buoni per le vite singolari ma anche per le comunità. 

Ecco, parlando appunto di questo particolare momento storico, in cui il rapporto con la fede, almeno in Occidente, è in profonda crisi, mentre pericolosi estremismi di stampo religioso sembrano dilagare in Medio Oriente, secondo Lei, quali sono i temi più urgenti che la teologia dovrebbe affrontare?
Nessuna religione può dirsi immunizzata dal fondamentalismo, anche se certamente le forme di violenza possono essere molto diverse tra loro. In ogni caso una teologia feconda è sempre critica verso le vecchie e nuove ideologie del sacro, è sensibile ai dolori e alle speranze dell’umanità, si preoccupa della natura quale organismo vivente e cerca pratiche di trasformazione del mondo per renderlo inclusivo, perché l’ospitalità è la logica divina inscritta nella creazione.

Papa Francesco è forse il pontefice che più di ogni altro ha scoperchiato alcuni dei più terribili lati oscuri della Chiesa, dalla pedofilia presente al suo interno, alla gestione dei conti bancari dello IOR. Eppure il Cti (Coordinamento teologhe italiane), in un recente comunicato, ha dovuto scrivere nero su bianco che «Nelle chiese cristiane la violenza maschile contro le donne non è considerata una priorità e anzi persistono ampie sacche di negazionismo e minimizzazione». Secondo lei perché accade questo?
Al di là di quello che dice papa Francesco, che certamente e giustamente non ha mancato di coraggio nel portare alla luce alcune gravi oscurità ecclesiali, resta a tutte e a tutti noi il compito culturale ed educativo di smascherare e combattere le violenze del patriarcato. Quello attuale è un patriarcato dalle molte facce: a volte è violento e ben riconoscibile, altre volte si nasconde nell’inganno di un potere che usa e consuma la vita fragile, indifesa, invisibile, magari promettendo protezione e sicurezza. Manca, nelle chiese ma non solo, un vero e proprio percorso di cura e di maturazione di una maschilità diversa, relazionale, capace di cura, libera dall’ideologia del potere che ha affaticato tanto anche il cammino dei discepoli di Gesù. Questa mancanza è la conseguenza di culture fintamente neutre e costruite sul dominio di soggetti maschili che oggettivano le donne, appunto sempre nominate all’accusativo come oggetti da conquistare, indebolire o angelicare. Con i femminismi le donne hanno fatto un percorso per diventare soggetti di parola e di azione. Ora tocca agli uomini: sono chiamati a riflettere sul senso e sulla forma della loro soggettualità, a trovare la voce di una maschilità che non assomiglia affatto a quella che il patriarcato ha voluto e raccontato, a creare uno spazio di convivenza tra le differenze. I più attenti hanno già iniziato a farlo. 

Il tema della leadership femminile all’interno della Chiesa Cattolica, inutile nasconderlo, è ancora oggi un tabù. Crede che il lavoro che voi, come teoriche e studiose, portate avanti, possa profilarsi come un possibile strumento per cambiare le cose anche riguardo alle gerarchie ecclesiastiche o non è ciò che vi interessa prioritariamente?
Sì, la questione dell’autorità – e soprattutto della ministerialità – femminile nelle chiese genera imbarazzo e non è esagerato definirla un tabù perché spesso su questo tema cade un forzato silenzio. Tuttavia da parte femminile non si tratta semplicemente del timore di aprire conflitti ma anche della libertà di parlare d’altro: i discorsi delle teologhe sul ministero non si riducono alla questione del sacerdozio e del diaconato, ma puntano a interrogare la fisionomia dei ruoli alla luce del Vangelo. Quando se ne parla, in alcuni soggetti si riattiva quell’amaro e aggressivo istinto patriarcale che ancora giace inconfessato nel mutismo delle coscienze. Emergono allora le paure più anti-evangeliche, quelle di perdere il potere. Come teologhe sentiamo che il bisogno di difendersi dalla soggettualità femminile si ripercuote sulle donne, ma allo stesso tempo apre una vera e propria ferita ecclesiale perché è tutta la Chiesa a ritrovarsi affaticata nel tenere insieme l’uguaglianza battesimale e le differenze singolari. 

La cultura, quindi, alla luce del Vangelo, come risposta alle diseguaglianze di genere. Mi sembra un ottimo strumento da contrapporre all’istinto aggressivo patriarcale. Finisco questa intervista con maggior fiducia nel futuro. Grazie.
Sono contenta. Grazie a voi.

Articolo di Chiara Baldini

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