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Lucia Vantini «Per una Chiesa in ascolto: donne e sinodalità»

Il 18 novembre la Chiesa reggina si è ritrovata in Duomo per la seconda Assemblea diocesana convocata dall’arcivescovo Morrone. Il tema proposto per la riflessione di tutti è stato «Per una Chiesa in ascolto: donne e sinodalità», presentato dalla dottoressa Lucia Vantini, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane.

Abbiamo raggiunto la professoressa per condividere con lei una riflessione sul tema “Donne e Chiesa”. Le abbiamo chiesto, per iniziare, se a suo parere esiste una questione femminile all’interno della Chiesa. «All’interno della Chiesa, secondo me, - ha esordito la Vantini - non esiste una “questione femminile”. All’interno della Chiesa, piuttosto, esistono le donne. Quando degli esseri reali diventano “una questione” non è mai un buon segno: è il sintomo di una distanza, di un incontro mancato con loro. Nella Chiesa le donne si incontrano come soggetti reali che nel battesimo vivono, esprimono e pensano la fede secondo la propria esperienza. Ma qual è l’ascolto ecclesiale dell’esperienza credente femminile? Questa è la vera domanda. L’impressione è che le voci delle donne si perdano per la sordità dei luoghi. Così, al massimo si potrebbe dire che nella Chiesa c’è una “questione femminile” tanto quanto c’è una “questione maschile” che porta a chiedere: gli uomini sanno incontrare le storie, le parole e le teologie delle donne?»

Come vive il suo impegno (anche quello accademico) all’interno della comunità cristiana?

Il mio impegno accademico nasce da incontri di maestre e maestri che hanno saputo trasmettermi la passione per la teologia. Ero alla ricerca di un pensiero che fosse all’altezza del vissuto e della fede, e l’ho trovato grazie a docenti di grande preparazione e umanità. Forse più simile a una vocazione che a una professione in senso stretto, lo studio e l’insegnamento della teologia – e della filosofia che è il mio primo amore – costituiscono oggi la mia modalità principale, anche se non certo esclusiva, di abitare la comunità ecclesiale. Aggiungo che il fatto di appartenere al Coordinamento delle Teologhe Italiane è parte viva ed entusiasmante di questo impegno.

Secondo lei in che modo il pontificato di Francesco sta aggiungendo valore alla testimonianza di fede delle donne?

Non saprei dire, ma non credo che la testimonianza delle donne abbia bisogno di qualcuno che le aggiunga valore. Come rimarcavo prima, il problema non è quello della debolezza delle voci che avrebbero bisogno di un rinforzo, ma è piuttosto quello della sordità dei contesti. Papa Francesco è umanamente bendisposto verso il mondo delle donne, questo è sicuro, ma il volto delle comunità non viene mai dalla parola di uno solo: esso è sempre il frutto dei legami reali che viviamo tra noi, delle modalità effettive con le quali comunichiamo, delle condizioni concrete – sinodali o escludenti – in cui le decisioni vengono effettivamente prese. È alla fisionomia delle comunità che occorre guardare per la custodia dei valori.

Tra le grandi donne della Scrittura e le grandi Sante, a quale lei si sente particolarmente legata e perché?

A dire il vero non ho nel cuore figure femminili alle quali mi sento particolarmente legata: tutto ciò che riflette la bellezza pasquale del Cristo – negli uomini come nelle donne, nella spiritualità come nella materialità del reale, nei libri di carta come in quelli della natura – mi affascina. Dall’esegesi e dalla teologia femminista ho imparato ad affinare lo sguardo sulla ricchezza della nostra tradizione, riscoprendo un Dio che è padre e madre, che inizia la sua storia nel mondo attraverso il sì di una donna, con un Figlio che mai fa della maschilità un vanto, che annuncia e instaura un mondo di pace e di giustizia con immagini trasformanti, che si sporge coraggiosamente ai margini della società e che affida addirittura alle donne il compito di tenere insieme la vicenda dell’uomo di Nazaret e quella del Risorto.

Che consigli si sente di dare ai sacerdoti, affinché le donne siano valorizzate bene e meglio all’interno delle comunità parrocchiali?

Un buon consiglio è sempre quello di ascoltare. Tuttavia mi sembra importante non caricare il volto inclusivo delle nostre comunità sulle spalle di pochi soggetti, per quanto questi si trovino in una condizione ministeriale particolare. Vorrei rivolgermi piuttosto a tutto il popolo di Dio – ministri ordinati, religiose e religiosi, catechiste e catechisti ecc. – affinché si faccia attento alle differenze e sappia salvarle nell’unico modo possibile: riconoscendole per quello che sono, senza nasconderle né gerarchizzarle. La presenza femminile nella Chiesa cattolica può essere feconda non perché qualcuno, seppure illuminato, decide di fare spazio alle donne, ma perché insieme si confessa e si accetta che lo spazio ecclesiale esiste ed è vitale solo se condiviso.


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