Gianfranco Ravasi: "Niente al mondo è riuscito a estirpare il sacro dal cuore dell’uomo"

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“Ha mai provato a immaginare cosa succederebbe se Gesù Cristo tornasse sulla terra?”. Il cardinale Gianfranco Ravasi me lo domanda a un certo punto della conversazione sul suo ultimo libro, “Biografia di Gesù. Secondo i Vangeli” (Raffaello Cortina Editore). Rispondo che no, non me lo sono mai chiesto, ma sono curioso di sapere come lui si immagina la scena. “Credo che oggi non susciterebbe nessuno scandalo: al massimo, finirebbe con i carabinieri in piazza che gli chiedono i documenti”. Stiamo parlando da un’ora e mezza in una splendida sala del Pontificio Consiglio della Cultura dello Stato Vaticano, il ministero che Ravasi presiede, quando la luce se ne va, lasciando il ministero senza elettricità. “Ah, fortuna che io non mi devo preoccupare di come accendere il computer”, dice. Perché? “Perché scrivo ancora tutto a mano”. Ma su Twitter, dove ha un profilo seguitissimo, come fa? “Lì, detto”.

Con l’inesauribile conoscenza della letteratura sul Vangelo che possiede, il libro di Ravasi su Gesù mostra al lettore le gemme che ci sono nel testo e racconta come da secoli non solo la Chiesa e i cristiani ma anche gli atei non abbiano potuto prescindere dal confronto con la figura di Cristo testimoniata dagli evangelisti: Sartre, Brecht, Godard, Flaiano, Pasolini, Borges e tanti altri nomi su cui Ravasi riflette per mostrare le infinite diramazioni della presenza di Cristo nella cultura occidentale, che oggi sembra a un punto fermo. “Sa qual è una delle cose più difficili che mi capita di affrontare? Trovare delle grandi figure con le quali confrontarsi, sia di credenti sia di atei. È rara la fiamma della fede, ma è rara anche quella del rifiuto della fede. Credere, non credere: sono domande che il nostro tempo neanche si pone, tutto sbiadisce nell’indifferenza, la malattia sociale della nostra era”.

Eminenza, e se anche Cristo fosse superato?

Superato da cosa?

Dalla nostra civiltà, che non è più umanistica.

E chi le assicura che questo sia sufficiente per rendere Cristo obsoleto?

È un’ipotesi che le sottopongo.

La figura di Cristo è stata decisiva nel formare un modo di essere uomini, un’antropologia che potremmo chiamare umanistica. Non c’è dubbio che le cose oggi siano cambiate enormemente, al punto che molti studiosi definiscono questo passaggio con i concetti di post-umanesimo e, ancora più radicalmente, trans-umanesimo. L’intelligenza artificiale, le applicazioni della neuroscienza, la genetica che opera sul Dna flessibile, più l’enorme trasformazione digitale: sono tutte discipline e rotture che hanno stravolto la concezione tradizionale dell’uomo, affermando un nuovo modello antropologico. Questo significa che Cristo è diventato superfluo? Io credo di no.

Perché no?

Perché le persone sono ancora capaci di innamorarsi veramente.

Cioè?

Io posso essere anche un professore di Harvard iperspecializzato in dermatologia, ma se una donna mi folgora e mi innamoro perdutamente di lei non guarderò la sua pelle come un reticolo di strutture cellulari. L’amore mi farà sentire tutt’uno con lei e nulla mi sarà più indispensabile della sua presenza. E quando lei sarà lontana da me non vedrò l’ora di rivederla per riprovare ancora e ancora quella sensazione. E se lei non dovesse esserci più, mi sentirò svanire nell’insignificanza. Ogni cosa mi sembrerà perdere senso. Ecco: il senso. Nessun microscopio è in grado di mostrarne l’esistenza. Eppure tutti gli innamorati ne hanno bisogno, sanno che esiste, che è vero, che è reale. L’esperienza dell’innamoramento è una straordinaria esperienza conoscitiva. Apre dentro l’uomo e dentro la donna una porta che strappa dalla quotidianità. Non tutti gli innamorati la chiamano così, ma quella porta è una via d’accesso alla trascendenza, la forza che spinge ad andare oltre se stessi, al di là del proprio egoismo, della razionalità, del calcolo. Finché ci sarà questo, sarà possibile Cristo. 

Lei accosta la trascendenza all’eros?

Non sono io ad accostarli.

Allora chi?

Lei è mai andato nella Chiesa di Santa Maria delle Vittorie qui a Roma?

No.

Ci vada e vedrà un’opera del Bernini che si chiama ‘Estasi di Santa Teresa d’Avila’. Raffigura il momento in cui l’angelo lancia sul corpo di Teresa la freccia dell’amore divino con la quale la vuole trafiggere, simile a un Cupido. E l’appagamento che è scolpito sul volto di Teresa, allo stesso tempo spirituale e fisico, rimanda chiaramente al culmine del piacere dell’eros, come spesso accade nelle esperienze mistiche.

Lei si è mai innamorato?

Da ragazzo sì, mi sono innamorato di una compagna di classe. L’ho rivista quando sono stato ordinato Cardinale. Non l’ho riconosciuta subito. Troppo tempo è passato da allora. La direzione del mio amore ha preso poi altre strade. Dio, Cristo, la Chiesa. Ma l’amore è sempre amore. Solo una persona che ha fatto esperienza dell’amore vero – qualsiasi sia l’oggetto del suo amore, una donna, un altro uomo, un’idea – può capire le parole di Cristo ai discepoli: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Cioè, per le persone che ama.

Ma è davvero compatibile la parola di Cristo con il nostro mondo?

Che cosa intende dire?

Che quando Cristo dice all’uomo ricco “vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo”, rende la maggior parte di noi, cittadini più o meno abbienti, inadeguati al suo messaggio.

L’avvicinamento esistenziale alla parola di Cristo non è una via comoda. La parola cristiana è piena di spigoli. È scandalo. È parola che scuote e contraddice il mondo e la sua logica. Non è la parola pacificata che anche noi uomini di Chiesa a volte comunichiamo. ‘Sono venuto a portare non pace, ma spada’ dice Gesù. 

Le sembra che le parole suscitino questo, oggi?

Sempre più raramente. Questo è il limite dell’‘età secolare’, come la chiama Charles Taylor. Non solo Cristo, ma persino Nietzsche, Marx: chi poteva rimanere indifferente alla loro parola? Oggi lo scandalo è ridotto a categoria della cronaca rosa. Non è più la prerogativa del genio, nell’arte, nella letteratura, nella filosofia. Ogni cosa è calcolata e misurata. Lo smisurato è escluso a priori. Ma guai quando a una società mancano i profeti, le voci che artigliano la coscienza dell’uomo. 

Cos’è che scuote la sua?

Sono andato a vedere la collezione Caravaggio di Roberto Longhi, in mostra ai Musei Capitolini di Roma. La visione mi ha tormentato per giorni. Il costante rovescio della luce in ombra, l’inesorabile ingresso della morte anche nello splendore più accecante, la bellezza e la caducità. Nessuno può uscire indenne dall’incontro con un quadro di Caravaggio.

Sa che c’è chi dice che anche l’arte dovrebbe stare attenta a non urtare la sensibilità di chi guarda?

Sono d’accordo se questo vuol dire che l’arte non deve offendere nessuno, ma non se questo significa attribuire all’arte il compito di rassicurare. L’arte deve strapparci dalle nostre certezze. Altrimenti che arte è? Diceva Paul Klee che l’arte non rappresenta il visibile, bensì l’invisibile che c’è nel visibile. E qui torniamo al Vangelo.

Perché?

Perché senza il Vangelo – ma aggiungo: anche senza la Bibbia – il sessanta per cento delle opere esposte nei principali musei europei sarebbe semplicemente incomprensibile. Come molte opere di Shakespeare. Come tutto Dante. Come Bach. Umberto Eco si chiedeva perché gli studenti italiani dovessero sapere tutto degli eroi omerici e nulla dei testi sacri. Aveva ragione. È come amputarli di una delle due radici della nostra civiltà.

È vero, come ha detto la Cei, che il Vangelo sarebbe incompatibile con l’idea no vax?

Il Vangelo non parla di vaccini, ma dà un comandamento: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. È indubbio che nel momento in cui io non mi vaccino ed espongo me stesso e l’altro al contagio, cioè anche alla possibilità della malattia e della morte, non sto amando né me stesso né il mio prossimo. In questo senso si può dire che dal Vangelo discende, come un corollario, un’incompatibilità con l’idea di non vaccinarsi. 

Lei quando ha letto il Vangelo per la prima volta?

Io sono cresciuto in Brianza, dentro una struttura sociale – non solo familiare – profondamente cattolica. Per farle capire: se un elicottero si fosse alzato in volo con una telecamera la domenica mattina, all’ora della messa, avrebbe filmato uno sciame di persone che lentamente convergevano verso il centro della città e poi si infilavano in Chiesa. Il mio primo incontro con il Vangelo è stato mediato da questo ambiente. Poi è arrivata, al liceo, la lettura in greco e successivamente lo studio specialistico. 

Oggi, però, i ragazzi crescono con l’iPhone.

E questo cosa vuol dire?

Che sono più portati a credere nell’onnipotenza della rete.

Ma Dio e il digitale non necessariamente sono in contraddizione.

Mi spieghi perché.

Prenda il famoso discorso di Steve Jobs, quello di cui tutti ricordano il finale: ‘Stay foolish, stay hungry’. Ebbene, anche in quel discorso, è fondamentale la fede. ‘Non perdete mai la fede’ dice Steve Jobs. E insiste: ‘Dovete sempre credere in qualcosa’.

Ma non le sembra che i luoghi di culto del profeta Jobs siano i centri Apple?

Può darsi.

Con tutta una propria iconografia sacra.

Ma questo, a maggior ragione, dimostra quello che le stavo dicendo.

Cioè?

Che anche l’esperimento digitale più all’avanguardia ha bisogno dell’icona di una mela con un morso che rimanda immediatamente al libro della Genesi, e questo perché non può rinunciare a una dimensione altra, una dimensione religiosa.

Anche se totalmente piegata al marketing?

Ma non è quello il dato che conta di più.

Allora cosa conta?

Che niente al mondo è ancora riuscito a estirpare il sacro dal cuore dell’uomo.

Nicola Mirenzi

Huffingtonpost 22 novembre 2021

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