Frederic Manns "Nabot e la sua vigna, eredità dei padri"

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L'Osservatore Romano 6 novembre 2021
I racconti della domenica 
Nabot e la sua vigna, eredità dei padri

I drammi non mancano nella Bibbia. Omicidi per motivi economici e politici, perpetrati in un’apparente legalità, con falsi processi sono noti. Il caso di Nabot illustra questa affermazione.

Nabot è proprietario di una vigna che ha ereditato dai suoi padri. Tutta la vicenda narrata in 1 Re 21 torna intorno a questo bene che egli considera come l’eredità dei padri, e costituisce un po’ la sua identità. Per il Re Acab questa vigna vicina al suo palazzo ha soltanto un valore utilitario ed economico. Re di Samaria, egli possiede un palazzo in Samaria. Ma possiede un altro palazzo in Izreèl, vicino alla vigna di Nabot. Ciò significa che si tratta di una delle regge che gli appartengono. Il contrasto tra l’unica vigna posseduta da Nabot, e uno dei tanti palazzi, posseduti da Acab risalta direttamente. Il problema maggiore sottostante è quello che è presente nell’intero ciclo di Elia: l’idolatria. Il confronto oppone il Signore, il Dio di Elia, e Baal, il falso dio di Gezabele, la moglie del re Acab.

Acab vuole acquistare la vigna di Nabot per trasformarla in un orto. Desidera ampliare il giardino già esistente nel suo palazzo, comprando il terreno vicino. Per Acab la vigna viene valutata per il suo valore economico. La risposta di Nabot si colloca su un livello diverso, in una prospettiva religiosa. Si tratta dell’eredità dei padri e ai suoi occhi vale il principio di Num 36, 7: «Nessuna eredità tra gli israeliti potrà passare da una tribù all’altra». La terra appartiene a Dio; è lui il vero proprietario. La dà ai figli di Israele come proprietà da custodire e da trasmettere in eredità.

Acab riferisce alla moglie Gezabele quanto è accaduto: «Ho detto a Nabot di Izreèl: Cedimi la tua vigna per denaro o, se preferisci, te la cambierò con un’altra vigna. Egli mi ha risposto: Non cederò la mia vigna».

Acab è amareggiato e irritato al punto da non poter agire. Completamente diversa è la reazione di Gezabele, una donna decisa. Sa ciò che vuole e come raggiungere il suo scopo. Non si limita allo sdegno, come il marito, ma agisce con grande fermezza: «Te la darò io la vigna di Nabot di Izreèl». Per Gezabele il re ha un potere illimitato. Di nuovo torna a manifestarsi l’idolatria. Il potere stesso diviene un idolo e prende il posto di Dio, si sostituisce a Dio.

Gezabele con la sua furbizia prepara un falso processo. Usa la forza, ma con astuzia e abilità politica. Proclamando un digiuno ella crea tra gli abitanti della città un senso di preoccupazione, di tensione, e di timore: è accaduto qualcosa di grave, ma non si sa bene cosa. La situazione è drammatica. Come uscirne? Nabot viene così condannato e lapidato. Quattro comandamenti del Decalogo sono stati trasgrediti in questo falso processo: «Non desiderare la roba d’altri»; «Non dire falsa testimonianza»; «Non rubare»; «Non uccidere». Ma tutto questo è frutto dell’idolatria. Nabot, il piccolo, è stato eliminato. Acab, il potente, ha ottenuto ciò che desiderava. Finalmente Dio entra in scena attraverso Elia, il suo profeta che difende il senso della giustizia.

Ad orchestrare il crimine contro Nabot è stata Gezabele. Acab ha lasciato fare, è stato connivente, ma con un ruolo più passivo rispetto alla determinazione della moglie. Non importa, la parola di Dio viene rivolta ad Acab, perché Acab è il re; è lui che avrebbe dovuto, come luogotenente di Dio, garantire il diritto nel suo popolo. Per Gezabele e la sua visione idolatrica, il re è colui che ha il potere e deve esercitarlo. Nella visione biblica il re è colui che in nome di Dio si fa carico dei poveri e dei loro diritti conculcati, che non tollera l’usurpazione e che esercita il suo potere non per affermare la propria forza e la propria potenza, ma per difendere coloro che subiscono violenza dei più forti.

La parola di Dio per Acab è molto dura, gli annuncia un castigo tragico: «Nel punto ove leccarono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue». Ricorda quella del profeta Natan mandato a Davide quando, per onorare un ospite, il re prese l’unica pecorella di un povero (2 Sam 12, 1-14).

Il problema del rapporto tra ricchezza e fede cristiana si presenta molto presto alla Chiesa delle origini. Clemente di Alessandria scrisse una omelia, Quale ricco si salverà?, per rispondere ai dubbi e alle domande che i ricchi cristiani gli ponevano sulla possibilità di conciliare ricchezza e fede, avendo presenti le parole di Gesù nell’episodio del ricco in Mc 10, 17-31. Egli sostiene che «ogni sostanza che ciascuno trattiene per sé come fosse un bene privato e non mette in comune con chi si trova nel bisogno, diventa qualcosa di iniquo» (Q.d.s. 31).

Ambrogio di Milano inizia così il racconto del povero Nabot assassinato dal re Acab per impadronirsi della sua vigna, nella quale vuole fare un orto (De Nabuthae I.1): «La storia di Nabot è antica nel tempo, ma nella realtà è storia di tutti i giorni. Quale ricco, infatti, non desidera ogni giorno con avidità i beni altrui? Chi è mai contento di quel che ha?». L’episodio descrive l’avidità del re Acab, che tutto possiede e che vuole anche il piccolo terreno di Nabot. Ma questi non può cederlo, perché è eredità santa dei padri, avuta in dono da Dio. Di qui il falso processo — Nabot è accusato di aver bestemmiato Dio e il re — e la lapidazione del povero.

Ambrogio attualizza il testo e lo riferisce agli opulenti latifondisti della città di Milano. Acab e Nabot sono personaggi della storia di ogni tempo e di ogni luogo, dove il potere diventa prepotenza, e la giustizia è corrotta. Nella storia sono presenti tutti quelli che non si accontentano di ciò che hanno e vogliono godere sempre di più a scapito dei poveri. Ma la parola di Dio ha una forza inattesa, un valore perenne e risuona attuale ogni volta che si commette un’ingiustizia a scapito degli ultimi, dei miseri e degli sfruttati. Il profeta Amos ricorderà anche lui che l’alleanza ha una dimensione orizzontale e verticale. Non si può onorare Dio se non si rispetta il povero. Gesù nella stessa logica dice: «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».

di FREDERIC MANNS

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