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Massimo Recalcati: “I social si sostituiscono ai legami, è una dipendenza preoccupante”

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Le conseguenze sociali della pandemia analizzate da uno psicanalista. Al Belvedere San Martino di Gavazzana, a Cassano, Massimo Recalcati ospite di Attraverso Festival per parlare della «Vita confinata. Il disagio della giovinezza al tempo del Covid».

Psicanalista, saggista e accademico, Massimo Recalcati è noto al grande pubblico per le sue «Lezioni» tenute su Raitre («Lessico amoroso e familiare e civile») e prima ancora per un ciclo di brevi lezioni («L’Inconscio nell’opera») su alcuni importanti artisti (Vincent Van Gogh e Jackson Pollock su tutti) andate in onda nel 2016 per Sky Arte. Recalcati è anche collaboratore delle pagine culturali de La Stampa.

Sono i giovani la categoria sociale più penalizzata dalla pandemia e fra loro c’è chi ne ha risentito di più?

«Il trauma della pandemia non ha risparmiato nessuno. provocando condizioni di disagio diverse. Quelle nei bambini, sono state molto attutite dalla presenza dei genitori. Per loro il mondo affettivo ruota attorno alla propria famiglia. Se veniva assicurato un ambiente familiare sufficientemente buono, il mondo interno del bambino veniva salvaguardato. Diversa è la condizione degli adolescenti. La loro vita è all’aperto, è contatto tra corpi, distacco dalla propria famiglia, avventura nel mondo. Tutto questo è stato condizionato dal distanziamento sociale imposto. Si è rafforzata una tendenza che vedevamo già presente negli adolescenti: ritiro fobico, chiusura nella propria stanza, ripiegamento depressivo».

Quale avrebbe dovuto essere il ruolo della famiglia nello spiegare a un figlio le restrizioni del Covid 19?
«Il virus ha fatto sentire in modo nuovo la nostra appartenenza a una comunità. La libertà come potere di fare quello che si vuole si è scontrata con il limite della comunità: non esiste libertà senza solidarietà. È una lezione del Covid 19: non ci si può salvare da soli. Le restrizioni, da questo punto di vista, sono atti civili, etici e solidali. Non sono una privazione della libertà ma la sua manifestazione più alta. Questo andrebbe spiegato ai nostri figli. Con l’aggiunta che la vaccinazione diventa, in questa prospettiva, un atto civile concreto che mette al riparo le nostre vite e fa esistere un’intera comunità».

La pandemia ha esasperato la tendenza all’isolamento e alla vita sui social dei giovani?
«I social hanno svolto una funzione essenziale nel tempo del lockdown consentendo la presenza dei legami. Ma la tendenza nei giovani non è purtroppo questa. I social tendono a sostituirsi ai legami. È una dipendenza preoccupante che coinvolge anche il mondo degli adulti. Se originariamente i social avevano la funzione di allargare i nostri legami col mondo, il loro uso ora va in direzione opposta: un restringimento del mondo. C’è un uso “autistico” dei social».

La prolungata assenza dalla scuola avrà ripercussioni al pari della perdita di contatti con i coetanei?
«La perdita forzata della comunità scolastica ha rafforzato un uso autistico dei social. La Dad è stata una resistenza eroica alla distruzione della relazione didattica imposta dall’emergenza sanitaria. Non va demonizzata. Era la sola possibilità. Ma prolungare la Dad significherebbe fare di uno stato di eccezione la regola. È essenziale che la scuola riprenda in presenza. La didattica privata dalla relazione non è una didattica. La scuola non è solo il luogo dove si trasmettono nozioni ma è dove si forma la vita nell’ambito di una relazione didattica e sociale che oltre alla relazione insegnante-allievi implica quella della relazione con una comunità».

Quando avremo un quadro completo dei disturbi psicologici che la pandemia ha lasciato sulle persone?
«Si pensa che il disturbo più massivo già presente, effetto diretto della pandemia, sia il cosiddetto disturbo di adattamento post-traumatico. Si tratta della difficoltà di recuperare la dimensione sociale della relazione in modo adeguato. Ritornare all’aperto, alla vita non per tutti è una liberazione. Per alcuni la vita al chiuso coincide con un sentimento di protezione. La prigione è divenuta un rifugio e risulta difficile farne a meno. Inoltre il distanziamento sociale ha introdotto l’idea che il mio simile possa essere il luogo di trasmissione del male. Si tratta dunque di recuperare la fiducia nelle relazioni. È un compito che riguarda la vita individuale ma anche quella collettiva».

Fonte: La Stampa

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