Piero Stefani "Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico"

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Il Regno
Parole delle Religioni
Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico
Piero Stefani

Stati «generali della natalità». L’antica espressione di matrice feudale, diventata in seguito emblema dell’innesco di un processo rivoluzionario, è stata scelta dal Forum delle famiglie per organizzare un incontro dedicato all’«inverno demografico» italiano (Roma, 14 maggio 2021).

L’inaugurazione è stata così solenne da contemplare un discorso del primate d’Italia. Le parole di papa Francesco sono state contraddistinte da una nota di forte attualità largamente ispirata dalla «ripartenza» post pandemica.

I tre pensieri guida proposti dal papa sono stati contraddistinti da altrettante espressioni chiave: «dono» (concepimento e nascita sono, per definizione, realtà che ci precedono), «sostenibilità generazionale» (non c’è ripartenza senza ripresa demografica), «solidarietà strutturale» (occorre provvedere a un sostegno organico alle famiglie). È una spia del clima «invernale» il fatto che tra questi pensieri manchi il termine «responsabilità». In tempi non lontani parlare di maternità e paternità responsabili rientrava nel lessico comune. Ogni dono presuppone, va da sé, un donatore, allo stesso modo in cui non è concesso parlare di creature senza riferirsi al Creatore («Laudato si’ mi’ Signore, cum tucte le tue creature»).

Fra i tre riferimenti è evidentemente quello legato al dono a trovare più rispondenze nell’ambito delle tradizioni spirituali. A prescindere dalle questioni demografiche, in questo caso irrilevanti, sarebbe opportuno riesaminare il tema del perché il clero secolare di rito latino è compartecipe di quel dono solo nel ricevere e non già nel dare.

Precetti e «consigli evangelici»

Secondo una plausibile percezione media, l’ebraismo è più prossimo al cattolicesimo di quanto non lo sia al protestantesimo. I motivi di questa vicinanza si trovano nel valore attribuito ai precetti. La radicale dialettica riformata sottesa alla polarità fede-opere appare più lontana dalla sensibilità ebraica della mediazione cattolica in cui, senza negare il ruolo della grazia, alle opere viene assegnato un compito decisivo anche nell’orizzonte della salvezza.

Va da sé che molto ci sarebbe da precisare rispetto a questa precomprensione abbastanza stereotipata. Tuttavia essa ha una sua parziale ragion d’essere. Eppure c’è anche dell’altro. È il caso, per esempio, dei cosiddetti «consigli evangelici», scelte volontarie che segnano una differenza tra una condizione particolare e quella dei comuni fedeli. Qui tra ebraismo e protestantesimo le affinità sono maggiori di quelle che si registrano rispetto al cattolicesimo.

La distanza fra la tradizione ebraica e quella cattolica è assai netta in relazione al comandamento di sposarsi e di generare che nell’ebraismo non conosce eccezioni. A tale proposito, nelle corde di Lutero vi sono espressioni che l’ebraismo non avrebbe alcuna difficoltà a fare proprie: «Il matrimonio è poi un ordine e una creazione di Dio (…) Satana infatti odia questo genere di vita. Suvvia in nome di Dio arrischiati [si sta rivolgendo al suo discepolo Dietrich Veit; nda] sulla sua benedizione e sulla sua creazione».1

Va da sé che queste parole sono condivise anche dal cattolicesimo che rende il matrimonio un sacramento. Tuttavia esse non possono essere dotate di un’estensione universale. Nella tradizione cattolica si è infatti obbligati ad affermare che il matrimonio è buono, ma non ogni forma di vita buona è riconducibile a esso. In luogo di un radicale aut aut, occorre rivolgersi a un più mediato et et. Secondo Giovanni Crisostomo: «Chi denigra il matrimonio, sminuisce anche la gloria della verginità; chi lo loda, aumenta l’ammirazione che è dovuta alla verginità», quest’ultima infatti attesta una condizione più alta non rispetto a quanto è brutto, ma rispetto a quanto è bello.2

Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1619) dichiara che: «La verginità per il regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa (cf. Mc 12,25; 1Cor 7,31)». La scelta però può essere vissuta anche in modo molto spoglio, ma non per questo meno autentico. Ivan Illich, a proposito di se stesso, scrisse che il voto di castità è scelta «di vivere adesso la povertà assoluta che ogni cristiano spera di vivere nell’ora della morte».3

Fino a qui ci troviamo in un ambito condiviso anche dall’ortodossia. Tocchiamo infatti le basi peculiari della vocazione monastica. La presenza di uomini e donne che scelgono di testimoniare il Regno nell’attesa della venuta del Signore, alla fine dei tempi, fa parte di una grande e condivisa tradizione cristiana.

Quanto è peculiare al cattolicesimo, o meglio al suo rito latino, è l’imposizione del celibato come condizione indispensabile per l’esercizio del sacerdozio ministeriale. Anni addietro, in Conversazioni notturne a Gerusalemme, fu posta a Carlo Maria Martini una domanda in termini molto franchi: «Non avere rapporti sessuali è innaturale. Come mai i preti non devono sposarsi?».

Il cardinale rispose: «I preti possono sposarsi in tutte le Chiese a eccezione di quella cattolica romana. L’idea che i sacerdoti non debbano sposarsi è nata dal monachesimo. Donne e uomini vivono insieme in comunità, oppure da eremiti, per seguire Gesù nel suo celibato. Vogliono essere completamente liberi per servire Dio (…) rischiano la vita per amor suo. Per il celibato è fondamentale che una comunità offra al sacerdote uno spazio in cui sentirsi amato e protetto. Un prete non deve sentirsi solo…».4

Celibato per tutti?

La lunga esperienza pastorale rese evidente a Martini quanto sia grande il problema del prete che vive in solitudine nel cuore della città. Tuttavia il centro della questione non sta nel dramma reale del conforto nei riguardi di chi ha fatto una scelta che dovrebbe renderlo disponibile verso tutti. Né tutto è risolvibile nella grande testimonianza di colui che decide volontariamente di restare solo per essere più vicino a chi, contro il suo volere, è stato gettato dalla vita nella solitudine. Questa vocazione radicale rende prossimi alla gente e costringe chi la fa propria a comprendere come vanno le cose del mondo anche quando, di persona, si astiene dal rischio di allevare figli in una società difficile.

Occorre chiedersi, e non solo per motivi pastorali, se la scelta del celibato obbligatorio, imposta in Occidente alla fine dell’XI secolo e codificata disciplinarmente solo con il concilio di Trento, non rappresenti una perdita rispetto alla posizione mantenuta dalla grande tradizione ortodossa (e contemplata anche dalle Chiese cattoliche di rito orientale) che rende vincolante il celibato per i monaci e per i vescovi ma non per i presbiteri che vivono nel mondo.

La vitalità del neomonachesimo occidentale (peraltro non al riparo da prove; basta pensare al «caso Bose») ha di nuovo posto al centro dell’attenzione la differenza tra lo status di monaco e quello di presbitero. Tutto ciò potrebbe trasformarsi in occasione per ripensare alle condizioni e agli obblighi propri del presbitero secolare. Ciò avverrebbe in nome della tradizione e non già contro di essa.

La storia della Chiesa mostra che, alle spalle dell’opzione celibataria imposta ai sacerdoti, vi sono pure considerazioni teologiche diverse rispetto a quelle legate alla perfezione monastica. Alcune di esse sono molto antiche.

Per esempio già nel Sinodo di Elvira (attorno al 300), l’accento posto sull’astinenza sessuale di vescovi, presbiteri e diaconi, lungi dall’essere assunto dalla novità del sacerdozio di Cristo, deriva dall’ibrido impasto che lo collega a una spuria ripresa dell’antico sacerdozio levitico.5 Prima di compiere il loro servizio al Tempio di Gerusalemme, i kohanim (sacerdoti) dovevano entrare in uno stato di purità – ovviamente temporaneo – il che comportava per loro l’astensione dai rapporti sessuali. Pensando al nuovo sacerdozio secondo l’ordine di Melchìsedek come eterno (cf. Sal 110,4) si è ritenuto logico concludere che anche l’astensione dal sesso fosse perenne.

È stata, dunque, una visione teologicamente impro-
pria di una Chiesa che si pensava come nuovo Israele ad aver favorito l’associazione tra l’essere presbitero e l’essere celibe.

Prima che la pressione degli avvenimenti e le urgenze pastorali conducano ad affrettati accomodamenti, sarebbe bene ripensare, per tempo, ad alcuni fondamentali snodi teologici.

 

 

1 M. Lutero, Discorsi a tavola, n. 233, Einaudi, Torino 1969, 50.

2 Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1620.

3 Cit. in F. Milana, «Postfazione» a I. Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008, 143.

4 C.M. Martini, G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2012, 32.

5 Cf. H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. bilingue, a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 1995, n. 119.

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