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Massimo Recalcati "Ai genitori. È tempo di liberare i figli"

La Repubblica, Robinson, sabato 12 giugno 2021 

Il nostro Paese esce dall’incubo del Covid per la seconda volta sempre di fronte all’arrivo dell’estate. 

La prima volta è stata quella del "liberi tutti". Il pericolo era stato sopravvalutato, la libertà ci attendeva, avremmo ritrovato il mondo come era prima, avremmo lasciato finalmente il terrore della sua perdita alle nostre spalle. Genitori e figli avevano tolto le mascherine e si erano avventurati in vacanze spensierate. L’ostinata volontà di vivere aveva avuto il sopravvento sui gridi di allarme di pochi e solitari menagrami. Dopo quella prima estate la disillusione cocente ci ha obbligati invece ad un secondo giro di boa: la recidiva è stata ancora più violenta della malattia. Le nostre energie erano più deboli della prima ondata, il nostro umore più fragile e cupo. Genitori e figli si sono sentiti trascinare nuovamente in un mare sconosciuto e minaccioso. L’anno scolastico appena terminato è stato un’odissea, un’altalena di chiusure e riaperture sullo sfondo dell’astrattezza necessaria di una didattica a distanza che provava l’impresa impossibile di colmare il vuoto aperto dall’assenza dei corpi in presenza. Ed ora? Adesso che nuovamente ci riaffacciamo alla libertà? Ora che l’aria di una imminente ripresa circola un po’ ovunque come una speranza condivisa, cosa accadrà e quali dovrebbero essere i comportamenti più adeguati? Cosa fare come genitori innanzitutto? 

Interrogativo impossibile da evitare soprattutto nella gestione dei figli che vivono l’età del cosiddetto “risveglio di primavera”, l’età irrequieta e travolgente dell’adolescenza. La loro resistenza è stata messa duramente alla prova. Un grande educatore inumano denominato Covid 19 ha impugnato il bastone severo della privazione imponendo loro disciplina e rispetto delle regole, spazzando via in un solo colpo i rituali della socialità. Una rinuncia è stata necessaria, imposta da una emergenza sanitaria e non da un complotto mondiale dei cinesi o delle industrie farmaceutiche. Mi auguro con tutto il cuore che nei nostri figli vi sia stato almeno una volta il pensiero che la privazione della loro libertà sia stata il prezzo da pagare per il bene della comunità e non un obolo sacrificale inutile ed evitabile. Mi auguro che almeno una volta abbiano avuto il pensiero che questa esperienza rafforzava il loro sentimento di cittadinanza in un’età dove l’Io sembra riferirsi sempre e solo a se stesso. Almeno una volta, dico e mi auguro. Per lo più, è indubbio, che la fatale compressione dei loro diritti sia stata vissuta inevitabilmente come un arbitrio o come una ingiustizia. L’arrivo dell’estate e la fine della scuola appaiono allora come l’autorizzazione a lasciarsi alle spalle la vita grama imposta dalla dittatura del Covid? Non c’è dubbio che dovremmo attenderci questo. Nelle località di vacanza, nei luoghi di incontro, nelle città, ovunque. È una marea che non possiamo e non dobbiamo nemmeno pretendere di arginare. In questo contesto ho l’impressione che i genitori non debbano sostituirsi allo Stato prolungando i suoi divieti. Piuttosto si tratta di ricordare che esiste una esperienza oggi possibile nella quale fare il nostro bene coincide con il fare quello degli altri. Mi riferisco all’esperienza del vaccino. La vaccinazione di massa è stata ed è attualmente una prova di grande civiltà, senza precedenti nel nostro paese. La vaccinazione somministrata ai maturandi è stata una scelta dal valore altamente simbolico che ha messo finalmente in connessione tra loro le generazioni. Essere maturi non significa, infatti, superare con più o meno difficoltà un esame scolastico, ma pensarsi all’interno di una storia, di una polis, riconoscere una filiazione simbolica. La vaccinazione può assumere allora il carattere di un rituale simbolico di iniziazione in un tempo dove i rituali sono evaporati. 

Vaccinarsi non significa solo proteggere se stessi e gli altri dal rischio dell’infezione, ma considerare che la propria vita si iscrive sempre in un orizzonte più ampio di quello della nostra individualità e della nostra famiglia. Questo non solo renderebbe la libertà dei nostri figli oggettivamente più libera, ovvero meno esposta di fatto al rischio del contagio, ma li aiuterebbe a cogliere il significato profondamente collettivo della parola “libertà”. Dall’altra parte i nostri figli dopo due anni scolastici tormentati dall’emergenza, esigono di tornare il più rapidamente possibile a vivere la loro socialità. Serve raccomandare loro prudenza? Serve ricordare loro che non bisogna vanificare gli sforzi fatti sino a qui? 

Serve sottolineare l’importanza di mantenere comportamenti prudenti? Francamente non lo credo. La rivendicazione della propria libertà appartiene all’adolescenza come una sua necessità fisiologica. Non serve che i genitori indossino gli abiti del gendarme o, peggio, quelli di chi sottovaluta il trauma che abbiamo vissuto e in parte stiamo ancora vivendo. E serve ancora di meno, come ho ripetuto in più occasioni, vittimizzare la generazione dei nostri figli identificandola con la generazione Covid, concedendo ad essa ogni alibi possibile per una totale deresponsabilizzazione e per una rivendicazione continua dei diritti calpestati. Serve piuttosto che si sottolinei la loro appartenenza ad una sola comunità, quella del nostro paese e quella degli esseri umani in generale. 

L’occasione c’è ed è a portata di mano: la vaccinazione come rito simbolico di passaggio della vita che diviene più adulta e che, proprio per questo, potrà più pienamente rivendicare il suo diritto ad essere libera e a fare esperienza libera del mondo. È questo il tempo per annodare i fili tra le generazioni e di riconoscerci in una comunità che resiste unita alla violenza del male. La vaccinazione come rito civile non può essere ridotta alla sola emergenza sanitaria ma sarà la traccia scritta sul corpo di una esperienza collettiva di smarrimento e sofferenza e della sua riapertura alla vita che ricomincia.

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