Lisa Cremaschi "Sapienza dell’incontro"

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31 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 1,39-45 (Lezionario di Bose)

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».


All’angelo inviato da Dio, che le ha annunciato che essa partorirà un figlio e che anche l’anziana Elisabetta, sua parente, porta nel grembo un figlio, Maria risponde: “Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Maria si lascia plasmare dalla Parola, riceve forma dalla parola di Dio. Le sue parole dovrebbero essere le nostre al termine di ogni ascolto della Scrittura; lasciamo anche noi che la Scrittura ci plasmi, dia forma alla nostra vita

A Maria, visitata dall’angelo, non viene detto che cosa deve fare, in che cosa concretamente consista il suo servizio. Non riceve un ordine, un compito. Plasmata dalle Scritture, con l’intelligenza dell’amore, va, parte e si mette a servizio di Elisabetta. Nessuno glielo ha ordinato. Visitata, visita. Nella nostra vita quotidiana, in famiglia, in comunità, spesso si suddividono i compiti, i servizi e questo facilita la vita, ma c’è il rischio, ed è grande, di fermarsi ai ruoli prefissati, alle abitudini, e di dimenticare che il servizio dell’amore richiede creatività, disponibilità, quell’intelligenza del cuore che sa prevenire i bisogni dell’altro. Visitare implica uscire “dalla propria casa”, dalle proprie abitudini, e fare un movimento verso l’altro pronti a riconoscere anche in lui la presenza del Signore

Altri viaggi dovrà compiere Maria, in obbedienza a leggi umane e a circostanze avverse, viaggi non più pensati e liberamente voluti; sarà costretta a partire da Nazaret e a recarsi a Betlemme in ottemperanza al decreto di Cesare Augusto, sarà costretta a partire per l’Egitto con Giuseppe e il bambino per sfuggire alla persecuzione di Erode, ma anche questi viaggi non voluti, vissuti nella fede, diventano “visite”, occasioni per portare il figlio e Signore agli uomini.

Maria “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda” (v. 39). L’espressione “in fretta” traduce il termine greco spoudé, ben più ricco; indica un atteggiamento di premura, di sollecitudine. Lo ritroviamo diverse volte nel Nuovo Testamento. Zaccheo deve scendere “con sollecitudine” per accogliere il Signore (cf. Lc 19,6); l’apostolo Paolo ammonisce chi presiede la comunità a farlo “con sollecitudine”; si esercita il ministero di presidenza con quello stesso atteggiamento con cui Maria va a rendere visita a Elisabetta, con la stessa disponibilità, con la stessa intelligenza del cuore. Ma ancora, tale premura, tale zelo buono è frutto del pentimento, del rattristarsi secondo Dio, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto (cf. 2Cor 7,11-12). E la sincerità dell’amore è dimostrata dalla “sollecitudine verso gli altri” (2Cor 8,16; cf. anche 2Pt 1,5). 

Maria ed Elisabetta, due donne segnate da una condizione di povertà e difficoltà, da una mancanza; le loro storie sono diverse, le loro età sono diverse. Che cosa rende possibile l’incontro? Il reciproco riconoscimento di ciò che portano in grembo. Sapienza dell’incontro capace di non negare l’alterità ma di riconoscere ciò che unisce nel profondo. Alcuni manoscritti del Vangelo di Luca e alcuni padri della chiesa attribuiscono a Elisabetta, e non a Maria, il canto del Magnificat. A livello spirituale tale incertezza di attribuzione è molto bella. Chi canta il Magnificat? Maria? Elisabetta? Forse tutte e due. Là dove ci si incontra in verità, là dove l’abbraccio è vero e sincero, il Magnificat è il canto comune di chi visita e di chi è visitato. Che ciascuno di noi possa cantare in verità e sincerità: “L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46).

sorella Lisa Cremaschi

Fonte: Monastero di Bose

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