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Enzo Bianchi "Il valore del fallimento"

La Repubblica - 3 maggio 2021
per gentile concessione dell’autore.

Nell’aria che oggi tutti respiriamo appare più volte, subito rimossa, la paura del fallimento. Infatti l’obiettivo che viene proposto e che risuona come esito determinante la felicità e la riuscita di una vita è il successo. E non solo il successo viene perseguito, ma appare dovuto, ciò che salva una vita. 
Altrimenti ci si sente falliti, scarti della società. 
Questa mi sembra una malattia spirituale del nostro tempo e molti sono convinti che il successo vada ricercato, inseguito, e sia il desiderio da inoculare nelle nuove generazioni. Non a caso Pier Paolo Pasolini scriveva: “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati”. 
Anche i cristiani, spinti e abituati a cercare l’approvazione degli altri per i loro comportamenti buoni, caritatevoli e conformi al Vangelo, inseguono una sorta di riuscita, di successo nel mondo, e quindi sono diventati incapaci di intravvedere la possibilità della debolezza e del fallimento. Il dramma che vivono è determinato da un fallimento dell’evangelizzazione. E i loro pianti non sono diversi da quelli del profeta Geremia sulla città santa di Gerusalemme. Eppure si dichiarano discepoli di un profeta (questo almeno lo era!) che ha conosciuto come esito della sua vita un impietoso fallimento dopo alcuni anni di predicazione e azione benefica tra la gente. Tradito e abbandonato è stato giudicato nocivo al bene del suo popolo e bestemmiatore dall’autorità religiosa e condannato a morte dal potere imperiale romano. Che fine! 
Dunque il fallimento va inscritto nell’itinerario della vicenda cristiana così come in quello della vicenda umana. Caduta, fallimento non possono essere rimossi perché sono inscritti nell’infirmitas delle vite umane, nella fragilità che ci porta a fallire. Può venire l’ora della caduta e, come diceva un abba del deserto, “nel fallimento si va a fondo, si tocca il fondo, ma sul fondo si scoprono le fondamenta!”. 
La caduta, il fallimento che ci colgono a volte sono leggibili e motivabili, altre volte restano oscuri ed enigmatici: soprattutto le crisi interiori, esistenziali, quando cadiamo nella “nientità” e non ritroviamo più il senso delle cose e della vita. Allora regna il buio, la tenebra, e anche Dio è percepito come muto e assente dal credente. 
Bernardo di Chiaravalle, dopo una vita piena di successi, visse una crisi terribile: lasciò il monastero, si ritirò in un bosco in solitudine e giunse a riconoscere “di aver rasentato l’inferno cadendo e cadendo”. Ma dopo quella crisi scriverà: “ O optanda infirmitas! O desiderabile debolezza!”. 
Non voglio concludere questi pensieri con la ciliegina della speranza ma semplicemente ridestare la consapevolezza che anche il fallimento fa parte della vita e non va rimosso, perciò va proclamata: “Beata debolezza”!

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