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Il ramo di issopo che unisce due Pasque




Sui passi dell’Esodo
a cura di 

Mancano sette giorni alla Pasqua e la conversione della morte di Gesù nella sua Risurrezione è tutta da accadere, anzi, comincia con la memoria liturgica dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, osannato da voci festanti, unite in un coro di gioia.

Il nuovo Re dei Giudei entra solennemente nella città di David di cui è l’ultimo, definitivo discendente, il “Messia davidico” appunto. Ma alle Palme, ieri, 28 marzo, abbiamo ascoltato anche il racconto della passione e morte di Gesù – quello che si conosce come “Passio” – e ci siamo trovati dinanzi a un rovesciamento della condizione del tradizionale Messia di Israele: mentre David e tutti i suoi figli, al loro tempo, avevano regnato sul popolo di Dio, assisi su di un trono, Gesù, il figlio di Maria, il figlio del falegname di Nazareth, il rampollo di Iesse, “governerà” dal “trono” di una croce! Anch’egli “innalzato” ma su un macabro patibolo, destinato alla condanna degli schiavi e dei peggiori criminali dell’Impero. Innalzato alla miseria, ai bassifondi dell’umanità. Alla vergogna e all’orrore dell’ingiustizia e della violenza che – su un innocente – viene perpetrata da uomini, leggi, tradizioni e tribunali.

Tutti i Vangeli scolpiscono in un quadro letterario colmo di dettagli, le vicende finali della vita terrena di Gesù, sino alla morte. Tra i quattro, quello di Giovanni fa memoria dell’Esodo, della prima, fondativa Pasqua degli ebrei, celebrata la notte in cui furono salvati dalla spada dell’angelo che passava a falcidiare le case dell’Egitto, colpendo i primogeniti: «Dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero in carcere, e tutti i primogeniti del bestiame» (v. 29). E la raffinatezza semiotica e poetica del quarto evangelista crea un sigillo di senso e “sacramento” tra i fatti di quella notte antica, intarsiata all’inizio del tempo d’Israele, vigilia della prima primavera, e quelli di Gesù crocifisso. «Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la Pasqua. Prendete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spalmerete l’architrave ed entrambi gli stipiti con il sangue del catino…il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella casa per colpire» (vv. 23-24).

Nel racconto del morire di Gesù, ritroviamo quel ramo d’issopo: «Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse. “Ho sete”. Vi era là un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a un ramo d’issopo e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto”. E chinato il capo consegnò lo spirito» (Gv 19, 28-30). Una pianta piccolissima, un rampicante che «sbuca dal muro» (cf 1 Re 5, 13), è l’anello che unisce la prima Pasqua all’ultima. L’aceto amaro di cui essa è imbevuta, passando per la bocca di Gesù, si trasforma in bevanda dolce d’Amore e libertà, fiume di vita eterna.

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