Conoscere il nome di Dio, il grande valore del libro

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Sui passi dell’Esodo
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Il libro dell’Esodo che appare nel canone della Chiesa cattolica prende il nome dalla tradizione greca della famosa Bibbia dei Settanta che lo titolarono, appunto, “Èxodos”. Ma il testo originario era scritto in ebraico e suonava molto diversamente: “Shemòt” che vuol dire: “i nomi”.

Il titolo completo sarebbe: “Questi sono i nomi”. Sorgono, allora, spontanee due domande: a quali nomi si riferisce il libro scritto in ebraico e perché, nella traduzione, i greci l’hanno fatto diventare “uscita”? Alla prima si risponde facilmente ricordando l’uso attestato nella tradizione ebraica di titolare un rotolo con la prima parola dello stesso; e questo è, infatti, l’inizio: «Questi sono i nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto; essi vi giunsero ognuno con la sua famiglia: Ruben, Simeone, Levi e Giuda, Issacar, Zabulon e Beniamino, Dan e Neftali, Gad ed Aser». L’interesse del libro è quello di seguire e narrare la storia dei figli di Giacobbe da quando furono scesi in Egitto alla loro uscita dalla terra di Faraone; ed ecco la ragione della traduzione fatta per il merito dello stesso.

Ma un altro Nome sorregge la trama della partenza degli ebrei dall’Egitto: quello di Dio.  «Allora il Signore disse a Mosè: “Va’ dal faraone, perché io ho reso irremovibile il suo cuore e il cuore dei suoi ministri, per operare questi miei prodigi in mezzo a loro e perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e di tuo nipote come io ho trattato gli Egiziani e i segni che ho compiuti in mezzo a loro e così saprete che io sono il Signore!” » (Es 10, 1-2). L’intera, straordinaria vicenda dell’Esodo assume, dunque, un valore principale: quello di far conoscere e ri-conoscere il nome di Dio! Nella stupenda e tremenda uscita dalla schiavitù, Israele dovrà cogliere qualcosa di ulteriore alla propria sofferenza, alle enormi difficoltà e ai terribili rischi che dovrà correre durante un vagare di quarant’anni nel deserto. Nell’esperienza dell’impossibile liberazione, un popolo condannato a sparire troverà la voce, le mani e le parole di Qualcuno che vuole la vita per esso. Conoscerà un Dio diverso dagli idoli del potere arbitrario dei dominatori della terra, conoscerà un Dio che «libera gli oppressi e abbatte con tutta la sua potenza la superbia di chi si pensa invincibile come un dio, essendo, invece, semplicemente un uomo» (Emanuela Prinzivalli).

Ecco, allora, il Nome del Dio dell’Esodo: «Sono Yhwh che vi ho fatti uscire dall’Egitto; tale è il mio nome in eterno, così sarò invocato di generazione in generazione» (3, 15). Il popolo di Israele (ri) nasce quando Dio si prende cura di lui e lo libera dalla schiavitù, gli regala la libertà, quindi un’identità e un diritto di fruire degli spazi e dei beni del mondo. «E possiamo intuire – conclude Emanuela Prinzivalli nel libro “Exodos” (Il Mulino) – il processo di profonda identificazione che con gli ebrei schiavi e poi liberati vivevano gli schiavi della Virginia quando, a distanza di millenni, scandivano, cantando il negro spiritual, il versetto di Esodo 5, 1: “Go down, Moses, way down in Egypt’s land. Tell ol’ Pharaoh, Let my people go”».

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