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Massimo Recalcati "La nuova materia è la riscoperta dell’Altro"

Robinson, La Repubblica, 20 febbraio 2021 

La nostra ultima estate è stata una corsa verso la vita. Potremmo farne una scena per inquadrare la forza della giovinezza: la vita dei figli non è fatta per stare al chiuso ma per vivere all'aperto. Nella nostra ultima estate le catene del distanziamento sociale si sono rotte e la vita è tornata ad affermarsi nella sua irresistibile ottusità. Nella giovinezza, infatti, la vita è vissuta come qualcosa che appartiene solo alla vita. Non c'è pensiero della morte, della fine, della malattia. Tutto della vita appartiene alla vita: le strade, il mare, le montagne, le città, il cielo. Ed è proprio questa appartenenza che ha spinto nella nostra ultima estate, soprattutto le nuove generazioni, a lasciare cadere le misure di precauzione sanitaria e a gettarsi di nuovo a corpo perduto nel gorgo della vita. Abbiamo però poi dovuto sperimentare nella seconda ondata il ritorno del male, l'angoscia della recidiva, la persistenza del buio che non si è ancora dissolto. Retromarcia, nuove chiusure, arretramenti, distanziamenti. 

Presenza tra i giovani di sintomi inquietanti: depressione, agiti autolesivi, autoreclusione, aggressività, somatizzazioni, sviluppo di dipendenze. Il disagio giovanile è inevitabile proprio perché la giovinezza esige l'aperto e non il chiuso. Con l'aggravante che la presenza delle varianti insinua nuovi dubbi su quando la vita potrà ritrovare il suo corso normale. Da una parte, dunque, c'è la spinta della vita a volersi affermare senza riconoscere i limiti, a voler appartenere alla vita e dall'altra c'è la necessità di preservare i limiti di fronte al ritorno insistente della malattia. È in questa stretta oscillazione che la vita dei nostri figli, come la nostra del resto, è costretta a vivere. Ma questa oscillazione che la pandemia esaspera non è forse una costante della vita umana? Non ci può essere vita che rifiuti i limiti o limiti che rifiutino la vita. Quando parlo di oscillazione significa che entrambi i poli - affermazione della vita e presenza dei limiti che vincolano la vita - sono irriducibili. 

Proviamo a guardare più da vicino questa oscillazione. C'è stata esperienza della distanza che ha accentuato quella della prossimità. Molti giovani attraverso la tecnologia hanno praticato una specie di forma ipermoderna di stilnovismo: la distanza ha tenuto per molti acceso il desiderio anziché spegnerlo. È un insegnamento prezioso da tenere presente: la caduta del desiderio non sorge tanto dal distanziamento ma da una eccessiva prossimità. Esistono relazioni familiari cimiteriali che hanno messo a morte il desiderio per eccesso di prossimità. Non sempre la vicinanza è, dunque, sinonimo di autentica prossimità e non sempre la distanza esclude la vicinanza. Nondimeno, nella giovinezza il corpo avanza il suo legittimo diritto a godere. È questa una definizione non inappropriata della giovinezza in quanto tale: il corpo avanza il suo diritto al godimento oltrepassando il recinto della famiglia, spingendosi nel mondo, esigendo l'incontro con altri corpi. Non c'è nessuna età della vita che come quella della giovinezza esige con così forza l'esperienza dell'aperto. 

Lo stilnovismo che canta l'inaccessibilità della Dama e la sua eterea venerazione a distanza non può ovviamente accontentare in toto il corpo erotico dell'adolescente. Ecco allora l'assalto alle discoteche, l'assembramento, le risse, la calca nelle spiagge e nei luoghi di vacanza della scorsa estate e i comportamenti non sempre accorti che essi tendono ad assumere. La vita del corpo pulsionale non riconosce il limite ma prova ad aggirarlo costantemente. Cicala contro formica; l'energia vitale dei corpi esige la dilatazione degli spazi, l'orizzonte, il mare. Non sopporta la contrazione, la ristrettezza, l'amministrazione grigia, l'accumulo del risparmio. Essa impone un'economia del dispendio, come direbbe Bataille, che contesta ogni equilibrata economia dell'utile. In questo, se si vuole, consiste la coincidenza della giovinezza con la forza. Nell'ultimo romanzo di Paolo Giordano titolato Divorare il cielo essa è tradotta con efficacia nell'immagine della fuga in piena notte di una moltitudine di cavalli destinati al macello. È questo il carattere pulsionalmente eretico ed erotico della giovinezza: fuggire dalla morte per andare verso la vita. Ma in questo tempo di pandemia la forza dei cavalli appare necessariamente imbrigliata nella segmentazione sanitaria degli spazi privati e pubblici. 
Alcuni hanno evocato addirittura un nuovo regime di controllo, una forma di totalitarismo sanitario. 
Diversamente quello che accade è per i nostri figli una grande prova. La formazione non è una scala che si tratta di salire dal gradino più basso a quello più alto. Essa assomiglia piuttosto ad un percorso ad ostacoli, di natura labirintica, non rettilineo, sfasato, accidentato, spiraliforme. In questo processo ogni superamento di una soglia implica una prova simbolica. 

La prova è quella esperienza che confronta il soggetto non con un limite esterno, ma con il proprio limite interno. La prova è tale se l'agonismo non è rivolto verso il simile, ma innanzitutto verso le proprie paure, verso le nostre parti più buie. In questo senso essa è un tempo essenziale in ogni formazione. La caratteristica prima della prova individuale e collettiva imposta dal Covid consiste in un nuovo modo di guardare il mondo. Non solo dal lato dell'Ego ma anche da quello dell'Altro. 
Sembra una formula retorica ma non lo è: il magistero del Covid esige uno sguardo binoculare, come direbbe Bion. Non possiamo guardare al nostro Ego senza guardare simultaneamente all'Altro. La forza piena di vita dei cavalli che galoppano nella notte lasciando alle spalle l'orrore del macello deve accordarsi necessariamente ad una forma. È questa la prova più alta che attende i nostri figli: formazione significa dare una forma alla forza della vita. Questa forma però non è solo singolare ma anche plurale. È una lezione difficile da cogliere per figli che sono cresciuti dentro un mondo che ha escluso l'Altro e ha fatto esistere in modo idolatrico solo il nostro Ego. Il magistero del Covid ha mostrato invece che l'Altro non è solo il mio limite ma anche la mia possibilità di salvezza. 
Spieghiamo questo ai nostri figli. Spieghiamo che a volte l'esperienza del limite imposto non è solo una esperienza di repressione della libertà ma la sua massima espressione. 

Portare la mascherina, rispettare il distanziamento, vaccinarsi non sono solo gesti dell'Ego per difendere se stesso ma acquistano anche il valore di una solidarietà nuova alla quale non eravamo più abituati. Posso portare qualcosa come la mascherina che limita il mio corpo come se fosse un dono e non solo un fastidio. Posso vaccinarmi non solo perché voglio mettere in sicurezza la mia vita ma anche perché in questo modo metto in sicurezza la vita degli altri. In gioco è un grande cambio di sguardo: la moltitudine dei cavalli nella loro forza selvaggia non istituisce una comunità, la moltitudine che noi siamo ha invece il compito di fare della comunità la sua meta fondamentale.

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