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Daniel Attinger "Opere che fanno vedere Dio"

 

24 febbraio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,13-19 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.


Per Gesù, due immagini caratterizzano quelli che credono in lui: il sale e la luce. Gesù infatti non dice: “Siate sale o luce”, ma: “Lo siete”. Cosa vuol dire con ciò?

A parte la sua capacità di conservazione – che è comunque un’indicazione preziosa sul ruolo che i cristiani svolgono nel mondo – il sale dà gusto, ma a due condizioni: ne basta un pizzico ed esso si deve dissolvere in ciò che condisce. Come disse un mio maestro: “Gesù ha detto: ‘Siete il sale della terra’, non: ‘Trasformate la terra in saliera!’”. Così pure per la luce, lo sappiamo: tutte le tenebre non possono soffocare la luce di una sola candela, mentre la piccola luce di una sola candela squarcia tutte le tenebre.

Ma come avviene questo? Lo strano di questo processo è che, mentre ci si aspetta di dover fare qualcosa (trasformando quindi l’indicativo “siete” nell’imperativo “siate!”), Gesù spiega invece ciò che egli fa. È dunque lui che fa di noi quel sale che condisce la terra e quella luce che illumina il mondo.

E come lo fa? Lo dicono i versetti successivi: “Non sono venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”. Il compimento è ciò verso cui tende ogni legge. 

Ogni legge, lo sappiamo, anche quella di Dio, è imperfetta; ha due difetti costitutivi. 

Da un lato, è data per contrastare una situazione di male che si è verificata, è cioè un rimedio che, prima di guarire, rivela una sofferenza, una ferita o un male, quindi una sconfitta della vita. Ciò vale anche per la legge di Dio: l’ha data proprio per arginare il peccato e le costanti ribellioni del suo popolo. Come direbbe Paolo (cf. Rm 7,9-13), la legge mette in evidenza il peccato ed è quindi in qualche modo frutto del peccato, ma ne diventa anche lo strumento: “Il peccato, colta l’occasione, mi ha sedotto mediante il comandamento e mediante esso mi ha ucciso” (Rm 7,11).

Dall’altro lato, la legge, ogni legge, è scritta, definita e imposta da chi ha il potere e quindi, anche quando pretende di difendere i deboli, i fragili e chi è senza potere, mira in realtà primariamente a difendere colui che, essendo al potere, ha formulato la legge. La difesa dei deboli resta così in attesa.

Dare compimento alla legge è far sì che si realizzi ciò che la legge desidera idealmente. Questo desiderio è la morte del peccato. È proprio ciò che Gesù è venuto a fare: combattere e vincere il peccato, e l’ha vinto, ma con la propria morte. Ne è prova la sua resurrezione: con la sua morte ha vinto la morte e perciò è per sempre il Vivente.

In fin dei conti, proprio a causa di ciò che il Cristo ha fatto, gli uomini e le donne del mondo, vedendo le belle azioni che i cristiani potrebbero compiere, non renderanno gloria ai cristiani che si saranno comportati così, bensì al Padre nostro che sta nei cieli.

Ecco un programma non facile da vivere perché chi è luce rischia sempre di credersi “sole” la cui fonte di luce è in se stesso, mentre è solo una “luna” che riflette la luce dell’Altro, del “Sole di giustizia”.

fratel Daniel

Fonte: Monastero di Bose

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