Brunetto Salvarani "Quella leggera ammaccatura nell’anima"

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Il nostro mondo è malato di uomini e gli uomini possono salvarlo 
teologo, saggista, critico letterario 
Gennaio-Febbraio 2021 

«Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato. 

Non ci siamo fermati davanti a guerre e ingiustizie planetarie. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». Roma, 27 marzo 2020. È il corpo di un vecchio Papa solo e un po’ claudicante, ancor più che la sua parola (pure schiettamente evangelica), nel contesto di una piazza San Pietro quasi spettrale, vuota di gente ed emblematicamente piovosa, a rappresentare in mondovisione lo smarrimento planetario di quelle settimane, certo, ma anche e soprattutto la convinzione pasquale che la morte, nonostante tutto, non sarà destinata ad avere l’ultima parola sulla vita. 
Ecco l’icona della pandemia che rimarrà impressa nell’opinione pubblica, ed ecco il messaggio che Francesco intende - ancora - lanciarci: impossibile vivere sani in un mondo malato. Non è la prima volta, né sarà l’ultima: basterebbe riprendere in mano la sua seconda enciclica, Laudato si’ (2015), o la terza, recentissima, Fratelli tutti (2020), per coglierne l’afflato vasto e la visione lunga. Ai suoi occhi, quelli del primo vescovo di Roma proveniente dal Sud del pianeta (che fino a qualche anno fa definivamo terzo mondo), la considerazione è lampante, indiscutibile, figlia della storia ferita del suo continente. 

Che fare? 

Finalmente, forse ce ne stiamo accorgendo anche noi, che abitiamo il primo mondo, spinti dall’evidenza dei ripetuti disastri ambientali che ci stanno flagellando, oltre che dalla coraggiosa predicazione laica dell’intrepida Greta Thunberg, e, infine, dagli esiti catastrofici di una pandemia che non solo sta recidendo bruscamente innumerevoli vite umane abbandonate a una solitudine infinita proprio nel tempo del loro venir meno, ma ci sta anche consegnando - ben al di là dell’esito di una pur drammatica emergenza sanitaria - a un’incertezza angosciante per il futuro, individuale e collettivo. Che fare, dunque, secondo l’antico e cruciale interrogativo? Senza la pretesa di rispondere, ma di fornire appena qualche spunto di riflessione, scelgo di imboccare una strada soltanto apparentemente secondaria, per mostrare quanto possa l’arte - e in questo caso, un’arte a sua volta soltanto apparentemente minore - affinare la sensibilità collettiva al riguardo: perché c’è bisogno di educazione, di formazione, di creatività, di una maggiore consapevolezza diffusa… 
Una consapevolezza che ha costantemente testimoniato nel suo lavoro Joaquìn Salvador Lavado, universalmente noto come Quino, fumettista connazionale di papa Francesco, celebre per aver creato il personaggio della bambina terribile Mafalda. Della quale abbiamo ancora bisogno, tanto più oggi, per capire dove siamo arrivati con il nostro presunto progresso. È stata Mafalda fra le prime, infatti, ad avvertirci, diversi decenni fa - con l’arma umile ma coinvolgente di una striscia cartacea - che siamo chiamati a prenderci cura del mondo. La ragazzina ribelle di Quino si mostra infatti, sempre, quanto mai inquieta sulla sorte della salute del nostro pianeta. Fin dai suoi esordi, andando a dormire, dedica una speciale buona notte al mondo, con la promessa di rivedersi la mattina dopo, salvo, dopo breve pausa, avvisare preoccupata il mondo stesso: «Ma sta attento! Molti irresponsabili restano svegli, sai!». Così preoccupata che, in un’altra striscia, mentre sta pensando a quale sia la direzione giusta da adottare, arriva a concludere, tutta sola: «Ma da che parte bisogna cominciare a spingere per mandare avanti questo mondo?». 

Mafalda e gli altri 

Il mondo è malato, e con esso le relazioni tra le persone e con la terra. Per questo dobbiamo prendercene cura. Sono i piccoli compagni di Mafalda, anticipando i movimenti di protesta giovanili guidati da Greta contro il cambiamento climatico, a segnalarci che il mondo è infermo e depresso. Dalla penna magica di Quino esce, tra le tante, anche la seguente storia. Siamo a scuola e la maestra sta interrogando Manuelito, che risponde bene alla prima domanda: «La terra ha la forma di uno…?». «Sferoide», dice Manuelito. Ma la maestra incalza: «Giusto! E il nostro pianeta presenta una leggera ammaccatura. Dov’è?». Replica indecisa, e tuttavia sincera, dell’alunno: «Nell’anima?». Cosa con cui concorda Mafalda qualche striscia più tardi, quando, avendo udito dire dalla radio: «Abbiamo trasmesso le ultime notizie internazionali», volgendosi al suo amico mappamondo, conclude perplessa: «Con tanti dispiaceri non fa che dimagrire». 
La scorgiamo, poi, a casa, seduta ad altezza mappamondo, guardarlo e riguardarlo fino a quando non conclude con un quesito: «L’avrà brevettata Dio questa idea del manicomio rotondo?». Dal suo punto di osservazione e da quello dei suoi compagnucci, per rimediare alle sofferenze e ingiustizie diffuse, la ricetta - a dire il vero - è semplice. Lo sostiene la piccola Libertà (perché la libertà ai tempi della dittatura in Argentina, quando Quino comincia a disegnare, è ancora piccola) che in dialogo con la stessa Mafalda osserva: «Per me quello che non va è che pochi abbiano molto, molti abbiano poco e alcuni non abbiano niente». Ecco il problema, che sempre secondo la bimba può essere risolto, parole sue, «se questi alcuni che non hanno niente avessero qualcosa del poco che hanno i molti che hanno poco… e se i molti che hanno poco avessero un poco del molto che hanno i pochi che hanno molto, ci sarebbero meno pasticci». 
Fino a concludere, sconsolata: «Ma nessuno fa molto, per non dire niente, per migliorare un poco una cosa così semplice…». Sic! 

È tempo di conversione 

Così, l’attualità della creatura di Quino, se ancora ne dubitassimo, ci è confermata da questi giorni cattivi, mentre attraversiamo una catastrofe globale che potrà diventare lezione di vita solo se, direbbe Mafalda, scegliamo di prenderci cura del mondo, degli altri e, così, anche di noi stessi. Ora, è curioso, ma per nulla strano, che il cardinale Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, fosse un lettore attento di Quino. Ne abbiamo una prova andando a ritrovare in rete un suo intervento video alla Caritas argentina, in cui cita una delle amiche di Mafalda, Susanita, riflettendo sul bisogno di cambiare stile di vita e di convertirsi ai poveri. 
Sì, l’impressione è che l’emergenza prodottasi stia mostrando sempre più l’urgente necessità di reperire uomini e donne disponibili a convertirsi, a cambiare mentalità e atteggiamento nelle relazioni, con gli altri e con la terra. Abbiamo di fronte una stagione inedita, un mondo che - in ogni caso - sarà diverso da prima. Ma in che modo sarà diverso, se ancor più malato o meglio in salute, dipende in buona parte da noi: vero, Mafalda?
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