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Enzo Bianchi "Serve una chiesa senza frontiere"

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Novembre 2020

Siamo tutti convinti di essere passati attraverso una crisi che ci ha profondamente scossi e ha cambiato molti tratti del nostro vivere personale e sociale. Anzi, a dire il vero questa crisi non è ancora passata, non è alle nostre spalle, perché una certa ripresa della pandemia ci riporta a constatare ancora una volta le nostre fragilità e a vivere paure e angosce che credevamo vinte. Ma la cosa peggiore sarebbe il rischio di sprecare la crisi, di non saper trarre lezione da essa. Ecco perché oggi si richiede un'operazione seria e audace di lettura di ciò che abbiamo vissuto e una ricerca, fatta con discernimento comunitario, dell'insegnamento da trarne per il nostro futuro. Questo a tutti i livelli, ma voglio qui soprattutto mettere in evidenza ciò che riguarda la Chiesa. Le Chiese come comunità di cristiani non solo non devono pensare di ripartire come se nulla fosse accaduto, ma sono chiamate a domandarsi quale mondo vogliono abitare e quali comunità vogliono costruire, mediante le consapevolezze acquisite durante questo tempo di crisi. 

Se c'è un invito che farei ai cristiani è quello di ritrovarsi a "pensare insieme" e a "cercare insieme", sempre ascoltando il Vangelo e l'umanità in cui sono immersi. In questi decenni del post-concilio è innegabile che le Chiese si sono dedicate alla diaconia e alla carità tra gli umani come forse mai prima nella storia, ma non c'è stato parallelamente uno spazio adeguato per la fatica del pensare la fede, del conoscere la narrazione di Dio in Gesù, per una ricerca affinché la liturgia fosse davvero eloquenza della fede. Di conseguenza la fede si è indebolita, la convinzione si è estenuata e l'adesione a Gesù Cristo, unico Salvatore delle nostre vite, si è sfilacciata. E così nella Chiesa ancora una volta il fuoco è stato ricoperto dalla cenere. Si sentono soprattutto il crepitio delle chiacchiere, le allusioni calunniose, le lotte tra "bande" che scandalizzano cristiani e non credenti, i quali restano abbagliati dai fulmini delle cattiverie e dei comportamenti delittuosi. Viene voglia di invocare accoratamente, come il salmista, ali per fuggire al di là del deserto, lontano dalle contese e dalle rivalità (cf. Sal 55,7) che ammorbano la vita ecclesiale. 

Quante volte in questi ultimi anni sento i cristiani lamentarsi per una solitudine nella Chiesa e per una stanchezza nel dover costantemente verificare l'esistenza di lotte clandestine e di diffidenze tra fazioni piene di rancore. Oggi non spero più in una riforma della Chiesa che venga dall'alto ma sono sempre più convinto che piccole comunità, piccoli greggi, cristiani in diaspora, dovrebbero cercare di riunirsi al di là delle confessioni. A quale scopo? Per pensare insieme ed esercitarsi a costruire un laboratorio, un luogo per accogliere le domande, per ripensare come essere Chiesa, per trovare altri modi di ritualità e altre parole nella liturgia, vivendo uno spirito di accoglienza reciproca e di ospitalità verso tutti, credenti o non credenti, in quanto fratelli e sorelle in umanità. 

La Chiesa non deve avere frontiere, così come Gesù durante il suo ministero terreno non delineò mai frontiere. Gli uomini e le donne del nostro tempo non fanno domande su Dio né sono particolarmente interessati alla religione ma cercano ascolto, accoglienza, cuore e spirito largo (makrothymía). A volte, più semplicemente, si attendono solo che venga compresa la loro sofferenza. Il nemico da combattere, all'orizzonte da decenni, è il nichilismo che ammorba l'aria e tenta giovani e anziani, spingendoli a chiedersi: «Che senso ha? Perché è necessario agire? A quale scopo?». La fragilità che angoscia può indurre a questi pensieri ma può anche avvicinarci gli uni agli altri per guardarci in volto e sentirci bisognosi reciprocamente, tutti in ricerca, insieme!
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