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Lisa Cremaschi "Era cosa bella e buona"

Lisa Cremaschi
 
Marzo - Aprile 2020 

"E Dio vide che ciò che aveva fatto era cosa bella/buona" (Gen 1,4.ecc.). 
Il termine ebraico tov e il greco kalós indicano contemporaneamente ciò che è bello e buono. Il mondo moderno ha disgiunto la bellezza dalla bontà; non necessariamente ciò che è bello è anche buono. Ritornando al libro della Genesi, due capitoli più tardi, al c. 3, la donna vide che l’albero era bello/buono da mangiare e desiderabile ai suoi occhi (cf. Gen 3,6). È possibile armonizzare queste due forme di bellezza? Qual è la bellezza quale Dio la contempla, la bellezza che Dio vuole vedere in noi e tra di noi? E quale invece la bellezza che seduce, stordisce fino a impossessarsi di chi la vede trasformando il bello/buono in un bello/buono soltanto per sé, egoistico... E ancora, dove e come troviamo la bellezza? Abbiamo il diritto in un mondo così brutto, in un mondo di violenze, in un mondo attraversato da barbarie, di sfruttamento del creato, di relazioni personali disastrate, di cercare il bello, di goderne? E noi cristiani quale bellezza perseguiamo? Le nostre chiese, le nostre liturgie, le nostre vite lasciano trasparire qualcosa della bellezza di Dio? 
Dove e come ciascuno di noi, nel suo piccolo, trova e coltiva spazi di bellezza? Come reagiamo alla domanda angosciata che nel romanzo di Dostoevskij, L'idiota (1)', l’adolescente lppolit, un ragazzo molto malato, rivolge al principe Myskin: "È vero, principe, che voi avete detto che la bellezza salverà il mondo?". Quali reazioni suscitano in noi queste parole? 
L'essere umano, secondo l'antropologia dei padri della chiesa d’oriente, aspira naturalmente alla bellezza; ogni sprazzo di bellezza è riflesso di Colui che l’ha creata e che è la Bellezza ultima, Dio stesso. 
Se da un lato la tradizione patristica applica a Gesù la profezia del servo sofferente di 1s 52,2 (LXX): "L'abbiamo visto senza splendore né bellezza", d’altro lato legge in chiave cristologica il salmo 44,3:"Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo” e l’esclamazione della sposa del Cantico: “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!" (Ct 1,16), e contempla la bellezza di Gesù, la luce che emana da lui e che si riversa su chi lo segue. La vita del cristiano è una vita bella, buona e bella, anche quando, dietro a Gesù attraversa la passione e la morte. Già ora, in questo mondo, il credente riflette sul suo volto la gloria del Cristo risorto, già ora, nello sfiguramento del mondo il cristiano è chiamato ad accogliere nella sua persona la Trasfigurazione operata da Dio; in altri termini a lasciarsi “lavorare" dal Bello (da quello vero!) fino a trasformare la propria esistenza in una vita bella. 
Ripetutamente troviamo nella tradizione patristica parole di rimprovero nei con- fronti di chi riduce la fede cristiana a un certo numero di opere da compiere, di pratiche ascetiche o liturgiche senza che vi sia conversione, metánoia, cioè mutamento del noûs, del “pensare profondo", di quei pensieri ultimi che governano l’esistere, che guidano le scelte, che orientano la vita. 
Molti, ricorda un monaco del V secolo, lo Pseudo-Macario, riducono la loro fede ad atti religiosi(2), “sono scrupolosi nelle cose esteriori“(3), fanno discorsi spirituali “senza aver gustato ciò che dicono"(4), “rivestono le sembianze di monaci o di cristiani"(5), ma in realtà differiscono dal mondo solo in apparenza perché non si sono piegati sul proprio cuore “per vedere i mali che li tengono prigionieri’"(6).
La via filocalica, cioè di amore per il bello, inizia con il rientrare in se stessi, con un movimento verso il centro della persona, verso il cuore inteso in senso biblico, come centro dell’essere, delle scelte, della vita. Adamo ed Eva, sedotti dalla bellezza e dalla bontà del frutto e spinti da un desiderio egoistico (la philautía), pensano soltanto a prendere, ad accaparrare invece di ricevere e accogliere il dono; si sono appropriati di un cibo al di fuori di una dimensione di rendimento di grazie; ora, di questo cibo tutti abbiamo mangiato e tutti dobbiamo re-imparare un atteggiamento contemplativo, eucaristico sulle cose e sul mondo, che apre alla condivisione con tutti gli esseri umani, riconosciuti figli e figlie dell’unico Padre. 

1 F. Dostoevskij, L’idiota llI,6. 
2 Pseudo-Macario, Omelia 33,1, in Spirito e fuoco. Omelie spirituali (collezione II), a cura di L. Cremaschi, Bose 1995, p. 337. 
3 Pseudo-Macario, Omelia 15,48, p. 211. 
4 Ibid. 17,12, p. 231. 
5lbid.38,1, p.357. 
6 Ibid. 15,48, p. 211.

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