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Enzo Bianchi "Le parabole? Chissà come suonavano agli orecchi di chi s’imbatteva in Gesù"

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La Stampa - Tuttolibri 
10 ottobre 2020 

“Nessun uomo ha mai parlato così”, si è potuto dire di Gesù di Nazaret. E tra le sue parole eccellono senz’altro quelle geniali e poetiche creazioni che sono le parabole, tra i testi più noti del rabbi galileo. 

Io stesso ho dedicato diversi studi a queste fiction narrative, reinterpretandole a più riprese. Per questo mi ha intrigato la lettura di un saggio di Amy-Jill Levine – docente ebrea di Nuovo Testamento e studi giudaici presso diversi istituti statunitensi – dedicato proprio ad alcune parabole. L’autrice, che tra l’altro si era già dedicata alla questione delle difficoltà ecclesiali a comprendere l’ebraicità di Gesù (The Misundertood Jew. The Church and the Scandal of the Jewish Jesus, 2006), concentra la sua attenzione su undici tra le più note parabole: il padre e i due figli, il samaritano, il fariseo e il pubblicano, gli operai nella vigna, l’uomo ricco e il povero Lazzaro, ecc. 

Gesù ricorreva alle parabole per portare i suoi ascoltatori da un modo di ragionare a un altro, dal diffuso e omologante “così pensano e fan tutti” a un altro modo di pensare e di fare, quello di Dio. Con queste narrazioni intendeva togliere dal cuore dei suoi destinatari dei pregiudizi radicati, invitandoli a trasformare la loro esistenza. Le parabole apparvero dirompenti, perché contraddicevano l’insegnamento tradizionale, modificando i concetti di giustizia di Dio e degli umani. Chi sosteneva tali concetti, prediligeva la religione, giudicandola più decisiva della fede, e utilizzava i precetti in modo legalistico, con la funzione di condannare gli altri. Gesù, invece, tramite questi racconti intendeva fornire una narrazione “altra” di suo Padre, il Dio che nessuno ha mai visto né può vedere, ma che egli raccontava. Voleva traghettare gli ascoltatori dalla religione alla fede, dalla legge alla grazia, dal giogo pesante dei precetti al giogo leggero e soave del suo comandamento nuovo. 

Proprio per questo gli uomini religiosi non sopportavano Gesù e si sentivano da lui contestati, perché le sue parabole apparivano efficaci nel far mutare ai destinatari l’immagine di Dio che avevano: immagine forgiata da tradizioni antiche ma umane, da consuetudini a esercitare il potere, e non da una conoscenza autentica delle sante Scritture. In quest’ottica, l’opera di Levine ha il merito di ricollocare chi legge le parabole nel contesto dell’epoca in cui Gesù le pronunciò, immaginando come avrebbe potuto reagire l’uditorio giudaico. E tutto ciò per agire sulla nostra interpretazione, qui e ora. 

Scrive al riguardo l’autrice nell’introduzione: “Molto spesso le parabole ci provocano, invitandoci a rivalutare ciò che abbiamo sempre saputo, e lo fanno dando un nuovo orientamento al nostro modo di vedere le cose. Più studio le parabole, più mi sento provocata da esse. Non è necessario credere in Gesù, Signore e Salvatore, per comprendere quante cose straordinarie avesse da dire. Vorrei proporre al lettore di mettersi all’ascolto in modo nuovo e più fine, di immaginare come suonassero le parabole agli orecchi di persone che non avevano idea che Gesù sarebbe stato crocifisso dai Romani e proclamato Figlio di Dio da milioni di persone. Che cosa voleva dire loro quel narratore ebreo? E perché, duemila anni dopo, questi argomenti non solo continuano a essere importanti, ma forse sono più urgenti che mai?”. 

L’ampio e argomentato commento delle parabole di Gesù è condotto da Levine con uno stile pungente e, soprattutto, con numerosi richiami al contesto biblico è rabbinico di questi racconti, nonché alle loro interpretazioni tradizionali. Un indubbio merito della studiosa statunitense consiste nel sottolineare che c’è sempre un’interpretazione ulteriore (il settantunesimo senso di cui parlava l’indimenticabile Paolo De Benedetti!), che non dobbiamo fossilizzarci su letture a noi care, magari a tinte moraleggianti, finendo così per neutralizzare la potenza esistenziale e umanissima dei racconti di Gesù. Sì, corriamo sempre il rischio di “addomesticare” ogni cosa a nostra misura (forse lo hanno fatto pure gli evangelisti, inconsapevolmente…), e questo vale anche per l’insegnamento di Gesù. 

Ben venga dunque la lettura di questo testo, che ci scomoda, in parte ci disturba e ci costringe dolcemente a ricevere “lezioni buone anche se dure da digerire, che impariamo divertendoci”. Non possiamo dunque che condividere il congedo di Levine, invito all’infinita lettura delle parabole: “Ogni volta che le leggo, so che qualcosa mi sfugge ancora, e devo ricominciare a leggerle. Sono perle della saggezza ebraica e brillano di una luce che non può rimanere nascosta”.
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