Rosanna Virgili "Il fine della Legge è la vita per tutti"

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Sui passi dell’Esodo
a cura di 
6 Luglio 2020

La Legge è fatta di precetti e divieti che sono indispensabili alla vita comune prima ancora che alla vita religiosa di Israele. Gli ebrei dei tempi biblici venivano ammirati dai popoli, loro contemporanei, perché avevano i dieci comandamenti che rendevano possibile e feconda la loro civiltà politica la quale si mostrava, così, tra le più alte e progredite. Ma nell’esperienza di fede la Legge non era altro che un dono di Dio per il suo popolo, che Egli amava e cui aveva promesso successo e perenne felicità. La Legge era la via da seguire, la strada buona che avrebbe portato Israele a conservare e promuovere sempre di più la qualità della sua vita. Tutti erano debitori di fedeltà alla Legge di Dio, il re per primo, anzi, proprio il primo cittadino era tenuto a osservarla personalmente in maniera esemplare e a vegliare sui suoi sottoposti affinché non deviassero da essa «né a destra né a sinistra».

Sempre per bocca di Mosè, il Signore raccomanderà: «Io pongo dinanzi a te la vita e il bene, la morte e il male perciò ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore, tuo Dio, ti benedica nella terra in cui stai per entrare» (Dt 30,15-16). Viene spiegato il fine della Legge: non la condanna o la morte per alcuno ma la vita per tutti. Dovremmo ricordarcelo ancora oggi noi, cittadini delle moderne democrazie che, nonostante gli innegabili progressi fatti nel campo del diritto, non riusciamo a far sì che la giustizia si affermi, che ogni persona al mondo goda della condizione di cui parla Mosè: che non venga oppressa o uccisa, che non gli venga rubata la sua parte, che non sia vittima della falsità e dell’ipocrisia.

Se grande era l’importanza di avere una Legge così “democratica”, cui tutti dovevano ubbidire e di cui tutti potevano, quindi, godere, non altrettanto grande era l’intelligenza e la virtù di Israele. Dopo aver solennemente giurato che avrebbero atteso fedelmente a ogni parola uscita dalla bocca di Dio, gli ebrei, nel giro di due o tre settimane, si dimenticarono del Patto stretto con Lui sul Sinai e persino della Sua Persona e lo rimpiazzarono con un idolo d’oro.

Quanto di più odioso potessero fare agli occhi suoi, di un Dio che mai si può ridurre in un oggetto da strumentalizzare. Quando si accorse del loro inganno Egli si indignò terribilmente e disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Ho osservato questo popolo ed ecco, è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori». Ma Mosè Gli rispose in un modo affatto sorprendente. Ci saremmo aspettati che dicesse: «Hai ragione, Signore, sono falsi e corrotti, distruggili!» invece le parole del primo e più grande profeta di Israele furono di tutt’altro tenore: «Perché Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo? Convertiti, Signore, abbandona il proposito di fargli del male». E il Signore si pentì!
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