Occhi e cuore di donne sulle «Lettere» di Paolo

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da Il Sole 24 Ore – 5 luglio 2020 

Era il 1915, agli esordi della Prima guerra mondiale, e l’ormai popolare scrittore polacco, naturalizzato inglese anche nel nome e cognome, Joseph Conrad, pubblicava uno dei molti suoi molti romanzi, intitolato Victory. Egli faceva esplicitamente riferimento a un paragrafo, simile a una marcia trionfale, che San Paolo aveva incastonato nel c. 15 della sua Prima Lettera ai Corinzi, ai versetti 51-57.
Al suono della tromba angelica i morti risorgevano, il corpo diveniva incorruttibile e immortale e, citando il profeta Osea, l’Apostolo lanciava la sua sfida: «Dov’è, o Morte, la tua vittoria? Dov’è, o Morte, il tuo pungiglione?… Sia grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!».

In realtà, il romanzo di Conrad sfociava in un ribaltamento radicale dell’asserto paolino perché il mondo precipitava in un caos di sangue, di fuoco, di suicidi e l’ultima parola era Nothing! Abbiamo voluto evocare quest’opera poco nota dell’autore di Cuore di tenebra e di Lord Jim, alla soglia della solennità degli apostoli Pietro e Paolo che si celebra domani, in un clima certo non molto festoso. Paolo, infatti, non è solo una presenza fondamentale nel Nuovo Testamento, ma nella stessa storia e nella cultura dell’Occidente. Solo per citare un dato, la Riforma di Lutero si è compiuta sotto il vessillo dell’Apostolo, in particolare del suo capolavoro, la Lettera ai Romani.

E poiché siamo non lontani dal 2021, centenario della morte di Dante, ricordiamo che egli per il poeta era «vas d’elezïone» (Inferno II, 28), anzi «il gran vasello / de lo Spirito Santo» (Paradiso XXI, 127-128), pronto a impugnare «una spada lucida e aguda» (Purgatorio XXIX,140), quella della sua parola tagliente e penetrante. Infatti, oltre alla trama della sua biografia missionaria tracciata dal discepolo san Luca negli Atti degli Apostoli, sono le tredici lettere a lui attribuite a segnare l’imponenza della sua figura nella storia della cristianità. Un corpus epistolare che occupa 2.003 dei 5.621 versetti dell’intero Nuovo Testamento. Un vero e proprio Vangelo di Paolo posto accanto a quello di Gesù Cristo, composto dai quattro evangelisti.

Un Vangelo incessantemente commentato, considerato stella polare della teologia cristiana, anzi, fiamma, torrente, esercizio di atleta, di soldato e di navigatore, per usare le metafore che gli aveva assegnato un grande Padre della Chiesa come Giovanni Crisostomo. Un personaggio non privo, però, di detrattori feroci come Nietzsche che aveva coniato per lui l’offensiva definizione di «disangelista», ossia di annunciatore di una cattiva novella, al contrario degli «evangelisti». Né Paolo sarebbe stato felice di essere classificato da Gramsci come «il Lenin del cristianesimo», mentre Ernest Renan nel suo Saint Paul (1869) lo riteneva la sorgente di tutti «i principali difetti della teologia cristiana…, dal sottile Agostino all’arido Tommaso d’Aquino, dal tetro calvinista al bisbetico giansenista», a differenza di Gesù, porto di approdo e di «riposo di tutte le anime» nobili.

Sta di fatto, però, che si continua a leggere e a commentare le sue Lettere con approcci ed esiti diversi, a partire dalle stesse origini del cristianesimo, come si attesta già nel Nuovo Testamento, ove un autore anonimo, che si riveste dell’autorità di san Pietro, osserva che «il nostro carissimo fratello Paolo ha scritto secondo la sapienza che gli è stata data in tutte le sue lettere. In esse vi sono alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano» (2Pietro 3,15-16). Ebbene, un commentario paolino, piuttosto originale, è da poco apparso e merita di essere segnalato. Alle sue spalle c’è un antefatto. Nel 2015 quattro donne bibliste decisero di tradurre e commentare insieme i Vangeli. Due di loro, Rosalba Manes e Rosanna Virgili, hanno scelto di continuare quell’esperimento dedicandosi ora alle Lettere di Paolo, aggregando una nuova collega, Emanuela Buccioni.

È ovvio che la base fondamentale di questa lettura risponde ai canoni esegetici codificati, alle metodologie storico-critiche e letterarie, che non sono di «genere». Tuttavia è evidente che il soggetto che legge un testo, persino a livello di traduzione, apporta il suo filtro interpretativo, la finezza o meno del suo sguardo, un po’ come accade nella stessa esecuzione di una partitura musicale. E questo appare nel volume citato già a partire dall’introduzione generale che si spoglia dell’apparato un po’ pedante del modello accademico, dei suoi schemi e delle argomentazioni il cui rigore talora sconfina in rigidità. In verità, nel palinsesto del testo si intravede la conoscenza della strumentazione scientifica classica e recente, ma l’uso è più creativo e fecondo, il linguaggio è più fresco e incisivo e l’autenticità dell’Apostolo emerge meglio in tutte le sue sfaccettature.

Anche in quelle faticose da digerire per una donna: è il caso dei suoi asserti considerati antifemministi, come il velo imposto alle fedeli o il loro stare zitte nelle assemblee, perché ci sono i «mariti che capiscono, parlano e spiegano» anche a loro. E ancora, la sottomissione ai propri mariti perché «come la Chiesa si pone in ascolto ai piedi di Cristo, così le mogli verso i mariti, in tutto» (Efesini 5,24). In realtà il tessuto contestuale di tali e altre affermazioni paoline è più complesso, come lo era quello storico sociale di allora, mentre lo stesso dato testuale può rivelare pieghe nascoste di impronta diversa. Si legga, allora, il commento a quei passi e l’excursus finale della Virgili proprio su «Paolo e le donne» (tra l’altro, stando all’attestazione della Lettera ai Romani, c. 16, di quella comunità l’Apostolo ritiene di far salire sulla ribalta per nome sette donne e solo cinque maschi).

Naturalmente non si esaurisce in questo che può sembrare un puntiglio la lettura paolina del volume, anche perché ben più vasto è l’orizzonte che si dispiega nel pensiero dell’Apostolo, senza perderne il filo conduttore. Non ci sono concessioni alla parafrasi o all’accomodamento, anche se in qualche caso si opta per l’interpretazione più congeniale (è il caso, ad esempio, dello schiavo che si fa cristiano: si legga 1Corinzi 7,21). Non è questo il luogo per un vaglio dei commenti specifici, soprattutto quando si devono affrontare passi paolini cristallizzati nell’ermeneutica dei secoli successivi, dimenticando che spesso Paolo propone un processo dinamico di ricerca nell’immensità del mistero teologico e cristologico. Tra l’altro, egli non esita a opporsi alle sbavature di un misticismo eccessivo, come quello della glossolalia, ossia dei linguaggi carismatici fluidi e vaghi: «In assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole col dono delle lingue» (1Corinzi 14,19).

A questo commentario – che consigliamo a tutti coloro che desiderano incontrare una figura capitale di riferimento per la conoscenza del cristianesimo – associamo solo attraverso una segnalazione uno strumento più strettamente scientifico che riguarda in modo indiretto Paolo. Come si è detto, Luca, oltre al suo Vangelo, il più lungo dei quattro, ha lasciato anche un ritratto della Chiesa delle origini nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli. Uno dei maggiori specialisti di questi scritti, Daniel Marguerat dell’università di Losanna, ne offre una mappa molto accurata che segue il percorso lucano nelle sue varie articolazioni tematiche per approdare al profilo di «Paolo secondo Luca», affrontando anche un interrogativo che riflette una comune attesa delusa: perché Luca non ha raccontato la morte di Paolo, fermandosi solo ai suoi blandi arresti domiciliari a Roma? Le risposte ipotetiche, che lasciamo al lettore, sono certamente sorprendenti.

  • A cura di Rosanna Virgili (con la collaborazione di Emanuela Buccioni e Rosalba Manes), Le Lettere di Paolo, Ancora, Milano, pagg. 1.148, € 55
  • Daniel Marguerat, Lo storico di Dio. Luca e gli Atti degli apostoli, Claudiana, Torino, pagg. 419, € 44 A cura di É. Parmentier, P. Daviau e L. Savoy, La Bibbia delle donne, Piemme, Milano, pagg. 296, € 18,50
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