Rosanna Virgili "Benedetta memoria che rigenera speranza"

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Dio ha dato alla speranza un fratello potente: la memoria. È una frase di Michelangelo.
E grazie a quel “fratello” venerdì 27 marzo 2020 la speranza ha trovato voce nella piazza San Pietro dove il cielo plumbeo si fondeva col pavimento grigio del selciato, originando un blu quasi chimico, distopico, apocalittico. Le braccia del colonnato, splendide simmetrie, superbe forme, private dell’abbraccio delle folle. Come fosse il cielo sopra il Golgota, le braccia tese del crocifisso colmate di abbandono. La verità era tradotta in arte, tradiva un’insostenibile bellezza. Suo malgrado? Immanuel Kant, l’avesse vista, ne avrebbe fatto un esempio del sublime. La via estetica a Dio. L’unica capace di dare agli umani l’anima delle cose, ben oltre la concretezza logica dei numeri, anche quelli della pandemia che, poco prima in tivù, erano stati elencati. E non per nulla il filosofo di Könisberg citava la tempesta come l’esempio più vivo del sublime, quella che si scatena sul mare e fa tremare il cuore degli umani.

Una memoria che si lega al Vangelo che veniva proclamato a San Pietro, dove gli apostoli si trovano sulla barca in balìa delle onde e, spaventati, svegliano il Figlio di Dio che dorme. Dio si rivela nella tempesta, via del sublime. La terza Critica del padre dell’illuminismo tedesco, si incontra con la tradizione evangelica del primo secolo dopo Cristo su un terreno imprevisto: la tempesta di vuoto, terribile e stupendo, della piazza San Pietro, nel vespro del venerdì della quarta settimana di Quaresima. Tremendum et fascinans, ferita sacra.

Il fuoco nel deserto. Mosè era un pastore e conviveva con la solitudine. Finché, un giorno su un monte di Madian, non si accese una fiamma. Allora Mosè vi salì, vi camminò intorno, vi girò di qua e di là, per ascoltare la voce che usciva dal cespuglio. Essa gli disse di quanto grande fosse il luogo in cui lui si trovava, abbatté le pareti e demolì i confini. Gli parlò di fratelli schiavi, la cui stirpe rischiava lo sterminio; di ebrei malati di lebbra, ghettizzati nei loro paesi, che avevano bisogno di un medico. La voce dal roveto «che bruciava senza consumarsi», costrinse il genero di Ietro a rinunciare al suo privato benessere, per ritrovarsi in mezzo al mondo, doverne prendere su di sé la pena e la cura. Anche Mosè pensava: «di vivere sano in un mondo malato », si era ritagliato un illusorio angoletto di pace. Ma adesso non gli sarà più possibile continuare a farlo.

Benedetta memoria nella Preghiera di venerdì scorso: le prime immagini di Francesco che risale la piazza verso la basilica con passo affannato, che avremmo immaginato appoggiato a un bastone, evocavano il ricordo di Mosè che risaliva il Sinai, vecchio anche lui – aveva ottant’anni, qualche anno meno di Francesco. Il passo insicuro, lo sguardo smarrito, illuminato solo dai bracieri e accompagnato dal cerimoniere – come il fratello Aronne... – la voce commossa su quel sagrato vuoto e, paradossalmente, gremito di un popolo invisibile e immenso. Come quel milione e più di ebrei che stava alle falde del Sinai, separato soltanto da una fascia di nebbia. Mentre Mosè si intratteneva – inquieto e gravato – col fuoco di Dio.

Parole dal Silenzio Fiammate di Parole che risuonano dal passo del Vangelo e manifestano il terrore dei vivi dinanzi alla morte. Dalla paura al grido, alla preghiera: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». E anche un’implicita, malcelata querela: «Signore, dormi?».

Un altro gesto di fraterna memoria arriva dalle Scritture antiche. Dal profeta Elia che rifece il cammino di Mosè e salì anch’egli sull’Oreb, nella speranza di “origliare” ancora qualcosa dal monte di Dio. «Sono rimasto solo» egli disse. Si alzò il vento, fu la tempesta, scosse il terremoto, ma Dio non era né nel vento né nel terremoto e neppure nel fuoco… ma nel «sussurro di un silenzio assoluto ». «Rabbrividente» traduceva padre Turoldo. Lo stesso che abbiamo sentito nell’aria, nel lieve strofinìo della pioggia, nell’eco meticcio di campane e di sirene, davanti al Santissimo esposto in un’infinita basilica deserta, in quella sera di Roma e del mondo. Francesco sull’Oreb, la Chiesa sull’Oreb, insieme a lui. Con l’anima tesa al sospiro dei passi di Dio.

Nuda e scoperta Vuota di tutto ciò che gli umani possano fabbricare per credere di avere Dio dalla loro parte, spoglia di idolatrie e ideologie o altro dispositivo di propaganda, la Chiesa rimane la gola di un grido, fortissimo e puro, quello dei discepoli che invocano: «Signore salvaci!».

La vera confessione di fede, la recita del Credo. Mai liturgia d’Amore e conversione fu più autentica. Denuncia le scelte sciagurate, ha la sapienza di riconoscere limiti e follie, così da giungere ad ammettere che «nessuno può salvarsi da solo». Stupenda castità, dove la fede si fa mite diacona di vita e la Chiesa di Roma è «nuda e scoperta» proprio come San Pietro nella sera di venerdì 27 marzo, come il profeta Ezechiele descrive la Gerusalemme vergine sposa di Dio. Condizione di grazia perché l’Amato, l’Amico, l’Alleato vi getti ancora il suo mantello a proteggerla. Perché, appunto, «nessuno si salverà da solo». In tutta la terra.

Un messaggio prezioso, potente, vitale che ha parlato al cuore e alla mente di tanti: cristiani, credenti e non credenti. Vicini e lontani. Economisti, storici, biologi, scienziati e politici. E, come è accaduto con Kant, altri incroci, altre sorprendenti consonanze riecheggiano dai giornali e dal web.

«Se scegliamo la solidarietà globale, sarà una vittoria non solo contro il coronavirus, ma contro tutte le future epidemie e crisi che potrebbero assalire l’umanità nel Ventunesimo secolo», ha scritto il grande storico israeliano, Yubal Noah Harari. Il vuoto della Piazza è pronto a un nuovo abbraccio dove i muri che sino a ieri dividevano l’umanità saranno forse abbattuti. Un brivido di speranza che attraversa la terra.
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