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Piero Stefani "L’oste di Caravaggio"

Piero Stefani
27 aprile 2020


Ci sono due quadri di Caravaggio dedicati alla cena di Emmaus, il più celebre è ora esposto nella londinese National Gallery, l’altro è a Brera.
In entrambi, accanto a Gesù e ai due discepoli, è rappresentata la figura di un oste. Il momento raffigurato è quello nel quale i discepoli riconoscono Gesù allo spezzar del pane. Fu allora che il Risorto si sottrasse alla vista (Lc 24, 30-31). Quando restava celato Gesù camminava affianco ai discepoli, quando è riconosciuto, scompare ai loro occhi. La fede non è possesso, non è visione; è una presenza che sospinge a salire nella notte verso Gerusalemme. I due discepoli si erano fermati perché già scendeva la sera, ma, dopo, ripartono quando fuori, ma non dentro, si era fatto ancora più buio. La figura dell’oste sta a indicare lo sguardo di chi non scorge alcun mutamento. Il suo viso non esprime stupore. Tutto nel mondo procede come sempre (cfr. 2Pt 3,4). Nella realtà terrena quanto conta sono le solite cose: mangiare, bere, guadagnare. Nel Vangelo di Luca non c’è alcun oste; Caravaggio, introducendolo, dischiude una nuova comprensione dell’episodio. Il mondo è pieno di osti. Anzi tante volte lo siamo noi stessi. Apparteniamo a quella categoria sia perché «uomini di poca fede», sia perché obbligati a esserlo dalla logica del mondo.

Cosa ci dice nel nostro oggi la figura dell’oste? Le misure governative prese per limitare la diffusione del contagio sono state assunte nella logica dell’ «etsi Deus non daretur». Il «fattore Dio» non c’entrava nulla in relazione all’insorgere, al diffondersi e ai tentativi di debellare il virus. Non poteva essere diversamente. Il fenomeno storicamente inedito è stato quello che, in nome del benessere collettivo, le Chiese hanno modificato radicalmente il proprio modo di rendere culto a Dio. Per molte settimane lo hanno fatto all’insegna di un’accettazione convinta. Soltanto i settori tradizionalisti hanno evocato la logica della costrizione martiriale. Richiamandosi a Caravaggio, si potrebbe affermare che la presenza dell’oste ha inciso sui modi in cui si spezza il pane. L’«etsi Deus non daretur» è diventato una specie di cornice destinata a circoscrivere la maniera in cui nelle chiese si proclama: «Deus est».

In sede ecclesiale la riflessione prioritaria avrebbe dovuto concentrarsi sull’incidenza avuta dall’accoglimento di misure che tutelano l’utile collettivo proprio perché prescindono da Dio. La presenza di questo oggettivo paradosso avrebbe potuto diventare luogo alto di riflessione teologica. Di ciò non vi è stata la minima traccia. L’accettazione non sufficientemente meditata di ieri si è quindi fatalmente rovesciata nella risentita reazione di oggi.

Quando ritorneremo a spezzare il pane in assemblea continuerà a esserci, accanto a noi ma anche dentro di noi, la figura dell’oste. Essa ci chiederà sempre un conto che dovremmo essere disposti a pagare di buon grado. Allora ci sarà più che mai domandato che la Cena del Signore diventi un’autentica celebrazione del Risorto che si sottrae alla vista proprio quando è riconosciuto. Non è bene difendere l’eucaristia nella sua veste di semplice sacramento energetico che alimenta una capacità di bene già presente nell’umano senza essere privilegio dei credenti (cfr. dichiarazione della CEI del 26 aprile).

Fonte: Acli Bergamo

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