Francesco Cosentino "L’amicizia dei giovani con Gesù, cuore di Christus vivit"

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don Francesco Cosentino
L’amicizia dei giovani con Gesù, cuore di Christus vivit
Vita Pastorale
Gennaio 2020

Le parole del famoso scrittore colombiano Gabriel García Márquez, Premio Nobel per la letteratura, possono introdurci al significato profondo dell’amicizia: “Un vero amico è chi ti prende la mano e ti tocca il cuore”.
Due azioni descrivono e qualificano l’amico: ti prende per mano, cioè ti accompagna, si mette accanto, e condivide con te il cammino senza lasciarti solo, come presenza incondizionata e gratuita; ti tocca il cuore, cioè apre quelle porte del mistero della vita e della felicità come nessun altro sa fare, entrandoti dentro, permettendoti di venire alla luce e, soprattutto, facendoti fare l’esperienza di sentirti amato. A volte, le parole “laiche” riescono a ad aprire finestre di significato così pregnanti, da essere per nulla lontane dal Vangelo. Gesù afferma: “Vi ho chiamato amici” (Gv 9,15). Dio non ci vuole servi né intende mettere tra Lui e noi delle distanze di sicurezza, ma ci prende per mano per accompagnare e condividere la nostra vita; ma, ancor più, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per gli amici” (Gv 9,13), perché Dio è l’amico che tocca il cuore, lo apre alla vita, ne cura le ferite, lo sospinge alla pienezza della vita e della gioia. Un Dio che muore d’amore per noi, per mostrarci la sua amicizia: questo è il cuore della professione di fede cristiana.

Cristo, l’amico che ti prende per mano e ti tocca il cuore
È della bellezza di questa amicizia, che Papa Francesco intende parlare in particolare ai giovani. Essa rappresenta il cuore dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Christus Vivit. Non c’è nulla in questo documento pontificio, che rimandi a paternalismi o moralismi da cui purtroppo non è esente neanche il linguaggio ecclesiale; al contrario, il Papa celebra con linguaggio fresco la festa della speranza inaugurata da Cristo e piantata al centro della vita umana: Egli vive, è la nostra speranza, e desidera che ogni giovane sia vivo: “Lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare” (CV, n. 1). In sostanza, Cristo è un amico che ti prende per mano e ti tocca il cuore. Al centro dell’Esortazione, Papa Francesco presenta Gesù come il grande Amico che conduce al fondo della giovinezza. Da una parte, l’amicizia è un dono attraverso cui Dio ci fa maturare, ci apre all’incontro con l’altro, ci fa uscire dall’isolamento e ci fa fare la consolante esperienza dell’essere amati; dall’altra, ciò è possibile – analisi davvero provocatoria in questo nostro tempo frammentato e “liquido” – solo quando “l’amicizia non è una relazione fugace e passeggera” (CV, n.152), ma un rapporto d’affetto che crea un’intimità stabile, salda e fedele. Ora, proprio questa è la caratteristica principale di Dio: il suo amore è fedele, la sua alleanza non viene meno neanche dinanzi ai nostri ripetuti fallimenti e, se anche noi lo rinneghiamo, Egli ci considera sempre e per sempre figli amati. Ecco il motivo per cui, afferma il Papa, Gesù stesso si presenta come amico della nostra vita. Si tratta di un’amicizia indissolubile: “Egli non ci abbandona mai, anche se a volte sembra stare in silenzio. Quando abbiamo bisogno di Lui, si lascia trovare da noi…Perché Egli non rompe mai un’alleanza” (CV, n. 154).

La cosa fondamentale
Nella parte dell’Esortazione dedicata alla pastorale dei giovani e alla vocazione, ci viene rivolto un invito, che ritengo debba attrezzare la nostra azione comunitaria in quella necessaria direzione missionaria ed evangelizzatrice di cui ci parla Papa Francesco dall’inizio del pontificato: “la cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia” (CV, n. 250). Va da sé, che il criterio principale attorno a cui dovrebbe ruotare ogni azione pastorale e in particolare la trasmissione della fede ai giovani è quello di farli entrare nella storia d’amore che Dio vuole intrecciare con ciascuno di noi (cfr. CV, n. 252). Bisogna ammettere che il lavoro da fare è tanto e implica una reale conversione dell’azione pastorale. Siamo ancora in presenza di comunità ecclesiali che forse danno eccessivamente per scontato la provenienza “cristiana” dei ragazzi e dei giovani, mentre essi arrivano da famiglie immerse nella frenesia, talvolta segnate da diverse ferite e per lo più indifferenti alla fede e alla pratica religiosa; occorre allora che le comunità cristiane tornino a pensare un’azione propedeutica, cioè che introducano i giovani all’amicizia con Cristo.

Che fare?
Rispetto a molti giovani che sono lontani dalla fede, la sfida della nuova evangelizzazione è ardua. Non servono approssimazioni ed escamotage “giovanili” per risvegliare la loro attenzione, ma occorre mettere in moto quel movimento “in uscita”, che anzitutto ce li fa cercare, ci situa in mezzo a loro, crea buone e sane relazioni umane, senza atteggiamenti di superiorità morale e di giudizio. A livello più specificatamente pastorale, le sfide potrebbero essere almeno due. La prima è aiutare i giovani a scoprire il gusto e la bellezza della preghiera, con iniziative pensate per loro sia nel linguaggio che nel contenuto, dal momento che – afferma Papa Francesco – “Con l’amico parliamo, condividiamo le cose più segrete…La preghiera ci permette di raccontargli tutto ciò che accade e di crescere in un’unione sempre più intima con Lui” (CV, n. 155). La seconda sfida è quella di lavorare per mettere in contatto i giovani – con le loro domande, le loro speranze e i loro dubbi – con la Parola di Dio, e in particolare col Vangelo. Hanno bisogno di interrogarsi, e di scoprire il fascino della figura di Gesù, perché spesso sono attratti dallo spessore della sua umanità, dalla sua libertà interiore, della sua radicalità nelle scelte, e soprattutto dal suo coraggio di rischiare per amore. Se non permettiamo ai giovani di fare, nelle nostre Chiese, l’esperienza singolare della scoperta di Gesù, la fede continuerà ad apparire loro come una serie di norme morali e di parole astratte. Al contrario, quando i giovani sono aiutati a entrare nel Vangelo, si aprono allo stupore e riescono a sentire e vedere molto di più rispetto a quanto immaginiamo. Lo afferma con esemplare lucidità Enzo Bianchi, le cui parole prendo in prestito al termine di questa riflessione: “Questo è uno dei nodi fondamentali della crisi attuale del cristianesimo. Mi ha sempre impressionato un detto di un padre della Chiesa del IV secolo, che parlando ai preti li interrogava: “Voi vi chiedete come mai i giovani crescendo si allontanino dalla Chiesa? Ma è naturale: è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno vista, prima o poi si stancano, rinunciano, e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la caccia fino in fondo”. Ecco, il problema è far vedere la volpe ai giovani, far loro conoscere Gesù Cristo. Poi il resto, compreso l’agire etico, viene da sé” (E. Bianchi, Ricominciare nell’anima, nella Chiesa, nel mondo, Marietti 1991, p. 53).
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