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R. Virgili "Faraone e gli ebrei, la paura e il potere"

Sui passi dell’Esodo
a cura di 
22 settembre 2019

«I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti e il paese ne fu pieno». Così viene descritta la fortuna di Israele in Egitto. Come potremmo dire oggi dei tanti europei che sono in America, cresciuti in maniera esponenziale tra i politici, i cineasti, gli scienziati, oltre che tra gli ottimi ristoratori made in Italy, così il libro dell’Esodo racconta dei figli di Giacobbe emigrati secoli prima dalla terra di Canaan. E come dalla Sicilia partivano con le valigie di cartone, così gli ebrei erano scesi in Egitto con le loro misere mandrie capaci di garantire solo il vitto del viaggio. La loro sorte fu benedetta sia dall’accoglienza del Paese che li ospitava, sia dall’impegno che misero in ogni attività, collaborando al benessere generale di quel Paese straniero che, pian piano, diventava anche il loro.

Dopo tanto tempo certamente gli ebrei non conoscevano nemmeno più la lingua dei padri come accade, attualmente, ai pronipoti degli italiani a New York o a Buenos Aires o a Caracas. Ma in Egitto successe qualcosa di molto grave a causa della paura che sconvolse le classi dominanti capeggiate dal Faraone stesso. Quest’ultimo era il primo a non aver “conosciuto” Giuseppe, nel senso che, verosimilmente, non ricordava più come e perché gli ebrei fossero finiti nella sua terra. Vedendo che gli egiziani di origine ebrea fossero ormai più numerosi di quelli di origine autoctona, sentì la necessità di fare qualcosa per arginarli. Fu una questione di potere: la paura non derivò dal fatto che le risorse dell’Egitto si fossero ridotte – anzi l’Egitto era nell’abbondanza! – per cui occorreva dire: “Prima gli egiziani” e poi gli antichi stranieri lì residenti, ma dalla spartizione della ricchezza e del potere.

Il Faraone temette un’ulteriore crescita numerica degli ebrei, oltre all’occupazione di importanti roccaforti politiche e finanziarie. Decise di spegnerne il vigore innanzitutto togliendo loro l’occasione per pensare, riflettere, riunirsi in assemblea, costringendoli ai lavori forzati. Dovendo lavorare anche di notte, gli ebrei avrebbero perduto la coscienza di sé che era un tutt’uno con la libertà. Sarebbero stati ridotti a della mera forza-lavoro, privati di umanità e di anima. Ma questa prima mossa non fu risolutiva, anzi, sortì l’effetto contrario: gli ebrei crebbero e non diminuirono. Allora per il Faraone essi divennero un autentico incubo e tutta la Valle del Nilo ne fu angosciata. Fu decisa la “soluzione finale”: la morte di tutti i figli maschi.

Così avveniva lo sterminio di un popolo; i figli maschi erano la “memoria” dei padri, i portatori del nome, il predicato della loro stessa identità. La morte dei figli sarebbe stata una coltre d’oblio sull’Israele egiziano; mentre le figlie avrebbero alienato il loro corpo per dare discendenza al “seme” degli oriundi. Una storia terribile e di atroce, ininterrotta, attualità. Ci fa pensare a come, in ogni secolo e angolo del mondo, si siano inventate razze o popoli superiori e inferiori solo per una questione di potere degli uni sugli altri. Ma come dal cielo Qualcuno scenderà nelle suburre delle metropoli egiziane per riscattare un popolo ridotto in schiavitù, così speriamo e crediamo che succederà anche per tutti gli impotenti di oggi.

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