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Si può credere solo nel senso dell'incredibile

VP Plus quindicinale online

di Silvano Petrosino

Parto da due passaggi del Vangelo di Matteo. Gesù parla della misericordia e ne parla nella forma del rimprovero: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13).
Nel secondo brano Gesù, rivolgendosi ai farisei, afferma: «Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,6-7).
Si tratta di due rimproveri: non avete capito, non capite, dovreste ritornare a leggere. Come è noto non si fa altro, non si dovrebbe far altro: non si smette mai di imparare a leggere e di imparare a scrivere. Gesù insiste: «non avete capito». Rispetto a una simile «incomprensione» Gesù si configura precisamente come colui che ha compreso fino in fondo la parola di Dio, o meglio come colui che ha compreso il senso stesso del logos biblico. Gesù rimprovera i suoi interlocutori, ed evidentemente anche noi, di non aver compreso questo «senso»; rispetto a una simile incomprensione, Egli si propone come Colui che invece lo ha compreso.

Ma che cosa in verità noi facciamo sempre fatica a comprendere, che cosa non comprendiamo? In effetti tutti noi comprendiamo il «significato» della parola misericordia; a tale riguardo basta consultare un dizionario della lingua italiana e magari, se si vuole approfondire un po' l'argomento, anche un dizionario teologico. Da questo punto di vista, ad esempio, non si può pensare che i farisei, uomini pii e devoti, non comprendessero il «significato» della parola misericordia; eppure Gesù insiste: in verità voi non avete capito, e non avete capito proprio perché vi fermate al «significato» senza aprirvi al «senso». Il significato non è il senso; il significato è la strada che conduce al senso senza poterlo tuttavia mai esaurire.

È l'identica scena che si ripete con i discepoli di Emmaus a proposito della resurrezione di Gesù (Lc 24,13-35). Siamo un po' tutti come questi discepoli: abbiamo ascoltato delle parole, abbiamo partecipato a dei riti, abbiamo più volte affermato di credere, eppure procediamo «col volto triste» (v. 17) e continuiamo a ripeterci che «sono già passati tre giorni» (v. 21) e non è successo niente, come dimostra il fatto che la vita, che la nostra vita, continua a procedere monotonamente con tutti suoi orrori e le sue ingiustizie.

E allora Gesù che cosa fa? Fa quello che il Dio biblico ha sempre fatto: Egli, che si è rivelato nella storia, che ha scelto di manifestarsi non nell'istante di una illuminazione o nel bagliore fulminante di una mistica visione ma nel tempo lento e aggrovigliato della storia, inizia a raccontare delle storie: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v. 27). Per cogliere il senso di una storia bisogna avere il tempo e la pazienza di seguire il racconto delle storie.

La resurrezione di Gesù non è un atto magico che all'improvviso, «cadendo dal cielo», entra in scena, entra nella scena umana, al fine di risolvere come d'incanto, miracolosamente, i nostri infiniti problemi. Probabilmente è proprio queste l'idea che aveva il ricco epulone (Lc 16,19-31): «Allora, padre [Abramo], ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento» (vv. 27-28): chi non crederebbe alla parola di uno che viene dal mondo dei morti, alla parola di un risorto? Ma «Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”» (v. 31).

Anche la resurrezione di Gesù esige e sollecita ogni volta la comprensione del suo senso, un senso che non finisce di sfidarci con un incredibile che tuttavia è degno di fede. In effetti, così come la «corruzione» della carne non attende certo l’istante della morte per cominciare a finire e per iniziare a dissolversi, analogamente questa Sua resurrezione non ha certo atteso l’istante della resurrezione per cominciare a risorgere poiché essa, in un certo senso e forse nel suo senso più rigoroso, aveva già iniziato a farlo all’interno del presente stesso del Suo modo d’essere, del Suo modo di nominare e dominare, o più in generale ancora: all’interno del Suo specifico modo di abitare la vita e di prendersi cura dell’esistenza intera.

È questo modo di abitare il «qui» (da risorto) a rendere degno di fede il «là» (della Sua definitiva resurrezione); risuona così ancora una volta il rimprovero di Gesù: voi non cogliete il senso tra il «qui» e il «là», voi vi fermate al significato del «qui» e del «là» e non riuscite a seguire il senso che lega il primo al secondo. In un periodo come questo in cui, anche in ambienti cattolici, ritornano a risuonare inquietanti parole come «sovranità», «identità», «respingimenti», ecc., forse converrebbe ritornare a leggere nella speranza di riuscire prima o poi anche a comprendere: «Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,7).


Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Contro la cultura".

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