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Rosanna Virgili "Il futuro negli occhi dei profeti"

"Il futuro negli occhi dei profeti"

Itinerari sui testi profetici che ci aiutino a riconoscere i segni dei tempi



Sulla linea del tempo

La parola profetica ha una caratteristica: quella di essere, essa stessa, un “segno” del tempo. La profezia è una sillaba, una visione, una metafora collocata nel tempo e “cifra” del tempo; che di esso è figlia e madre allo stesso…tempo! Riguardo alla profezia biblica si potrebbe dire che con la sua parola si costruisce il tempo. Senza la profezia, infatti, non esisterebbero i kairoi biblici delle amicizie, delle alleanze, delle misericordie, delle catastrofi e delle rinascite, cioè della storia tutta di Dio con il suo popolo. E quando essa dovesse tacere, sarebbe davvero la fine del tempo! (cf Am 8,11-12). Nella Parola dei profeti, come su un filo dorato, si svolge, si forma e si tras-forma la relazione di Dio con Israele, così come quella di Gesù con la sua Chiesa. A dispetto di quanti pensano, infatti, che la profezia biblica finisca con la venuta di Gesù, essa si consegna a quelli che accolgono la fede cristiana: “Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa, in primo luogo come Apostoli, in secondo luogo come profeti” (1Cor 12,28). Paolo considera la profezia il più grande dono di Grazia: “Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia” (1Cor 14,1).
Se così stanno le cose è strano che molti cristiani oggi si chiedano: dove sono i profeti? o, addirittura: ci sono ancora i profeti? Come se si trattasse di personaggi rari ed infusi più di una sorta di virtù divinatoria che di Spirito Santo. Si riconosce e si accetta più facilmente la profezia in uomini e donne del passato che in quelli attualmente viventi. Eppure se non ci fossero i profeti, neppure la vita ci sarebbe, perché la profezia è fede nella vita, impegno affinché nel tempo e dal tempo si possa scavare un plusvalore da investire sul domani. Fuori dall’orizzonte profetico ogni evento sarebbe morto meccanismo ripiegato sul passato e non germoglio che apre a nuove primavere.

Il passato…

La Bibbia ebraica ha una struttura tripartita: all’inizio c’è la Legge (Torah), in mezzo ci sono i profeti (i Nebiim) e infine gli Scritti (i Ketubim). Tale geometria evoca il ruolo della Parola profetica: essa unisce i due poli di Tanak ed anima la relazione dell’insieme dei testi sacri agli ebrei. Il suo primo rapporto è con la Legge, vale a dire con quanto è accaduto nel passato. Mosè è il più grande dei profeti e costituisce il fondamento – non solo il modello – per tutta la profezia a lui posteriore. Egli fu chiamato a cambiare la storia degli ebrei che abitavano in Egitto ed anche la geografia, l’economia, la politica, sino la religione. Rivelò, infatti, un Nome nuovo per il loro Dio. Fu un uomo grande, ascoltato, seguito, ma anche contestato e perseguitato dai suoi familiari più stretti. Persino Dio sembra che lo punisse, lasciandolo morire nelle steppe di Moab, proprio ai confini di quella terra che sulla bocca di Mosè era divenuta una promessa. Un profeta fallito? Forse, agli occhi profani dei suoi contemporanei. Ma il suo successo è nell’oggi, dove Mosè diventa - per i profeti cosiddetti “storici” - la base della fede, la cattedra da cui imparare, l’esempio cui conformarsi, od anche, in certi aspetti, difformarsi, ma con cui inevitabilmente confrontarsi. Ecco l’importanza del passato per i profeti: essi non si auto-generano, non nascono da sé stessi, ma da
un corpo “straniero” che è quello di chi li ha preceduti. Straniero, ma prezioso per l’essenza stessa della profezia: essa non si auto-fonda, ma è piuttosto gola, voce, modulazione di amore e libertà che è innestata nella Trascendenza. Se così non fosse, quel “passato” da fondativo diventerebbe fondamentalista. E la profezia si ridurrebbe a scheletro senza carne, a cenere senza fiamma.

..nel presente..

La profezia di Mosè è una continua fonte di luce che, dal passato, illumina il presente. Quanti paragoni possono tracciare Osea, Geremia, od Ezechiele con l’uomo del Sinai! Quanti suggerimenti, quante idee possono ricavare da quell’antica, ma autentica esperienza umana e divina, nonostante i tempi e le situazioni siano molto diverse, talvolta polari. Mosè guida il cammino verso l’entrata nel Paese; Geremia ne predica l’uscita verso l’esilio; Mosè costruisce l’Arca dell’Alleanza che consacrerà il Tempio di Gerusalemme; Ezechiele descrive l’uscita dalla Gloria da quello stesso Tempio, prima della sua distruzione. Qualcuno potrebbe commentare: a che serve la memoria del passato quando si deve affrontare un presente diametralmente opposto? Serve, perché il profeta attiva l’intelligenza sul presente, ricco di un’esperienza fatta nel passato. E di una fede aperta, ferita, ma che resiste di fronte a un Volto di Dio che nessuno può guardare senza morire. Geremia sa che la sua profezia sarà inedita, perché dovrà intercettare un “presente” difficile, estremamente ambiguo e che non c’è mai stato prima, ma le parole che pronuncerà hanno bisogno di un vocabolario: il retaggio provvidenziale della memoria. Non c’è parola – attuale – senza un alfabeto. Altrimenti la profezia sarebbe palingenesi. Ma i profeti non sono l’Origine, essi esprimono, piuttosto, la Fedeltà. Al popolo e a Dio. Alla storia e alla fede. Una responsabilità che non permette loro di esimersi dal rischio: di sbagliare, di commettere omissioni, di non avere un congruo coraggio, di continuare a fare “come si è sempre fatto”, o a dire ciò che si è sempre detto.. ingannando l’urgenza assoluta della conversione.

…dal futuro.

Due sono i principali toni della parola profetica: l’invettiva e la consolazione. Essa si cristallizza nelle forme dei due più frequenti tipi oracolari: la condanna e la salvezza. Opera, innanzitutto, di discernimento: se Israele fa il male avrà la morte, se fa il bene avrà la vita. La profezia sottrae la storia al caso ed anche all’arbitrio: la fedeltà sarà fonte di benedizione. Forte è il messaggio morale; grande la risorsa etica per la fortuna del popolo di Dio che mostra, così, quanto l’amore verso il prossimo, sia integrante al rapporto squisitamente religioso, all’amore verso Dio e viceversa. Il ruolo dei profeti è quello di denunciare le defezioni, di correggere gli abusi, di indicare la via della “giustizia e del diritto” per maturare un futuro condiviso. Sì, il futuro non è il capriccio di una dea bendata, quanto di ineluttabile accada sotto la spinta arcana del corso delle cose, ma è frutto dell’impegno e della carità che il credente coltiva ogni giorno, attento a ogni dettaglio. Il senso della Comunità è decisivo: la persona fa parte di una famiglia “politica” dove tutti sono figli. Nel Nuovo Testamento la Comunità avrà un inprinting universale, un pedigree meticcio. Quel che conta è il bene comune e un futuro che si costruisce insieme. La più forte parola profetica è, infatti, quella della consolazione, della compassione, del perdono: una parola che raccoglie i brandelli dell’umanità per costruire un corpo ulteriore, edificare una nuova città. Nella parola del perdono la profezia è squarcio di speranza, giuntura d’amore in mezzo alle rovine. Passione ed arte del ricominciare. Per i cristiani la Profezia è il Corpo stesso del Signore morto e Risorto. Compimento e fondamento.

Riconoscere i segni

Il futuro è uno sguardo che accende di energia il presente, conducendolo a trasformare la visione in realtà. Paradossalmente, nell’ottica profetica, è sì il passato/presente che genera il futuro, ma anche, e soprattutto, il futuro che trasforma il presente, rivelando il passato. Di grande importanza per ogni attualità risulta, dunque, la profezia. Indispensabili sono le sue parole, unico motore di processi nel tempo e frutto di discernimento, di intelligenza e sapienza, doni supremi dello Spirito del Signore Risorto. “Chi profetizza parla agli uomini per la loro edificazione, esortazione e conforto” (1Cor 14,3). Grembo lucido e fiducioso di futuro, le sue pareti sono carità: “Chi parla con il dono delle lingue edifica sé stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. Vorrei vedervi tutti parlare col dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia. In realtà colui che profetizza è più grande di colui che parla col dono delle lingue, a meno che le interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione” (1Cor 14,4-5). Ecco la discriminante della parola profetica: la parola esce dall’autoreferenzialità, dall’autocelebrazione, dall’autoconservazione che la rende muta, smarrita, carnale e divisiva, insignificante, indifferente all’edificazione dell’“assemblea” universale, per farsi lingua intuitiva, costruttiva, relazionale, creativa, affettuosa. Grammatica d’Amore, dove il “già” è sempre pregnante di un “non ancora”. Dialogante, sinodale, spirituale.

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