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Sorelle Monastero di Bose "Contagiati dalla luce"

Giovanni 1, 29-34

Tra i vangeli con cui si apre l’anno ascoltiamo la testimonianza resa a Gesù da Giovanni il Precursore, colui che discerne e proclama la presenza del Cristo che deve crescere mentre lui diminuire (cfr. Giovanni 3, 30), decentrandosi per diventare con tutto se stesso segno che rimanda a lui. L’iconografia ce lo ricorda spesso nel porre in evidenza l’indice di Giovanni puntato verso di lui.

Non ci si dà la fede da se stessi, è necessaria la testimonianza umana, e Giovanni sembra dare inizio a questo movimento di traditio nel riconoscere Gesù, che si rivela come colui che battezza nello Spirito santo. Giovanni ripete di non conoscere colui che era prima di lui, eppure sa riconoscere i segni del suo venire, sa preparare la strada adempiendo al suo compito, con quel che gli è dato da vivere, riconoscendolo come proveniente dal Padre.

Nei versetti precedenti al nostro brano si legge una testimonianza in negativo: viene chiesto a Giovanni della sua identità ed egli risponde con verità e franchezza quel che non è: non è il Cristo né Elia né il profeta. Dice di sé di essere «voce di uno che grida nel deserto: rendete diritta la via del Signore» (Giovanni 1, 23).

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Giovanni 1, 1): il Verbo, la Parola fatta carne che il mistero del Natale ci ha fatto contemplare è la luce vera venuta nel mondo per illuminare ogni uomo (cfr. Giovanni 1, 9). E a «rendere testimonianza alla luce» venne un uomo, scrive l’evangelista, il cui nome era Giovanni, venuto come «testimone a dare testimonianza alla luce» (Giovanni 1, 7).

Questo il compito del Precursore, e con lui di ogni credente: lasciar risplendere la presenza del Figlio, il veniente, colui che è già in mezzo a noi.

«Vedendo Gesù venire verso di lui»: Gesù viene, e Giovanni vede che Gesù viene. Occorre saper vedere e riconoscere questo suo venire, di cui diventare testimoni.

«Io non lo conoscevo»: c’è un approssimarsi, un approfondirsi della relazione. È necessario del tempo, come per ogni relazione, che richiede attesa perché ci si possa accogliere, incontrare, conoscere. Occorre tempo «perché il desiderio, purificato dall’ascolto, diventi occhio capace di vedere ciò che è già donato» (Silvano Fausti). Giovanni attende Gesù senza conoscerlo, eppure può conoscerlo proprio perché lo attende.

Lo riconosce per sé e lo indica ad altri, fa segno, è segno della presenza di Gesù, il maestro. L’identità di Gesù si precisa sulla bocca del Precursore: è «l’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo». Il verbo può indicare il prendere sulle spalle, quindi il condividere, ma anche proprio il togliere via, il liberare: l’incontro con il Signore può rendere capaci di vincere il peccato, la radice di tutti i mali, la forza che origina i comportamenti che allontanano dalla luce, la tenebra che inficia la capacità di vedere e distinguere.

La voce del Padre lo rende capace di vedere e contemplare il rimanere dello Spirito su Gesù, in Gesù. Lo Spirito discende dall’alto e rimane su di lui: saranno i primi discepoli, «il giorno dopo» a rimanere-dimorare con Gesù (cfr. Giovanni 1, 39).

«E io ho visto e testimoniato»: la visione esteriore diviene conoscenza intima, possibilità di approfondimento dello sguardo interiore, e questo plasma l’esistenza intera.

In tutto il nostro racconto Gesù non proferisce parola. È colui che viene verso Giovanni, per il quale diviene oggetto di contemplazione, rivelazione del rapporto tra il Padre e il Figlio attraverso lo Spirito. Di questa contemplazione Giovanni ci rende partecipi grazie al suo testimoniare, al suo essere segno della presenza del Signore.

Chiediamo allora al Signore di renderci attenti a riconoscere la sua presenza, ad attenderlo nelle nostre vite tanto da lasciarci da lui incontrare, e poterlo in questo modo conoscere e riconoscere. Così, ricolmi della sua luce, contagiati dalla testimonianza di Giovanni, potremo anche noi, personalmente e comunitariamente, indicare il Signore Gesù, diventare segno stupito e gioioso della sua presenza.

a cura delle sorelle di Bose

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