Sorelle Monastero di Bose "Fu generato"

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Matteo 1, 1-17

Nel tempo dell’attesa che può ridestare e purificare il nostro desiderio, guardiamo al Natale del Signore riascoltando la prima pagina del vangelo secondo Matteo.
Questo si apre con una serie di nomi, taluni apparentemente impronunciabili, che dischiudono storie lontane, che tuttavia sono lì a interpellarci, a chiederci di entrare in comunicazione con la nostra storia, perché ogni vicenda possa trovarsi iscritta nella storia della salvezza.

Con l’incarnazione di Gesù di Nazaret il tempo trova compimento: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo figlio, nato da donna» (Galati 4, 4). L’Avvento (che significa “venuta”) invita a vivere l’attesa del compimento delle promesse, a rinnovare l’attesa del Regno che viene rendendoci vigilanti.

«Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Matteo 1, 1). In Gesù, il Figlio, si ricapitola la storia, ciascuno è riconosciuto della «stirpe di Dio». La genealogia ricopre la funzione di riassumere, in forma estremamente condensata, tutta la storia di salvezza del popolo d’Israele da Abramo a Gesù passando per la discendenza regale di Davide.

Anche nel vangelo secondo Luca (che come Matteo riporta nei primi capitoli i «vangeli dell’infanzia») troviamo una genealogia che tuttavia risale da Gesù fino ad Adamo per arrivare a Dio (cfr. Luca 3, 23-38): l’universalismo lucano sottolinea che è proprio nella sua umanità che Gesù è Figlio di Dio.

Matteo sceglie l’espressione greca bìblos ghenéseos, calco di quella ebraica sefer toledot, “libro delle generazioni”, quindi anche “storia”: dal fare memoria di quanti lo hanno preceduto, e atteso, prende inizio la storia di Gesù che verrà raccontata nel vangelo, storia che è vangelo, buona notizia.

«Libro della genesi di Gesù Messia figlio di Davide, figlio di Abramo» (Matteo 1, 1). Gesù è riconosciuto come figlio di Abramo, al pari di ogni ebreo, erede delle promesse fatte ai padri. Ed è figlio di Davide, del quale è specificata la qualifica di «re» (Matteo 1, 6): l’apostolo Paolo allude alla «stirpe di Davide secondo la carne» (Romani 1, 3), i profeti pensavano al Messia come «germoglio di Davide» (Isaia 11, 1; Geremia 23, 5), e l’ultima pagina dell’Apocalisse fa dire a Gesù: «Io sono la radice e la discendenza di Davide, la stella radiosa del mattino» (Apocalisse 22, 16).

La genealogia è suddivisa in tre periodi di quattordici generazioni ciascuno: da Abramo a Davide, ossia l’ascesa del regno davidico; da Davide all’esilio babilonese, la caduta del regno; dall’esilio in Babilonia fino alla restaurazione messianica. Se si considera che quattordici sono i giorni di mezza fase lunare, si può riconoscere la prima fase ascendente, seguita da quella calante (esilio), e infine la fase crescente della pienezza messianica.

È curioso notare che in mezzo a tanti nomi maschili compaiano delle donne, normalmente lasciate ai margini della storia: Tamar, che con un inganno era riuscita a ottenere una discendenza da Giuda (cfr. Genesi 38); Rachab, la prostituta di Gerico che aveva offerto ospitalità agli esploratori (cfr. Giosuè 2); Rut, la moabita, che aveva sedotto Booz (cfr. Rut 3); Bersabea, la moglie di Uria l’Ittita, di cui si era invaghito il re Davide (fino a consumare l’adulterio e a far uccidere Uria, cfr. 2 Samuele 11); infine Maria, la giovane di Nazaret.

Nella storia di salvezza non compare dunque solo la stirpe reale bensì l’impasto multiforme della vita, tumultuosa, fragile e “sbagliata” come quella che sempre abbiamo davanti. L’evangelista non teme di riportare tra gli antenati di Gesù anche i segni del peccato, del volto umano sfigurato: le prime quattro donne attraverso unioni “irregolari” hanno comunque contribuito alla discendenza messianica. Vita piena non è vita “perfetta”.

Con Maria si evidenzia in massimo grado l’intervento divino: non leggiamo più, come nella lunga serie precedente che qualcuno «generò», ma: «Maria, dalla quale fu generato Gesù» (Matteo 1, 16), generato da Dio.

Dio conduce la storia verso il compimento. Nei modi che non conosciamo, trae il bene anche dalle nostre pieghe oscurate. Facciamogli spazio in noi!


a cura delle sorelle di Bose
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