Jean Louis Ska "Gesù e la Samaritana"

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Jean Louis Ska

Piano di lavoro 2018/19

3 - Gesù e la Samaritana
Giovanni 4,1-42


1. Per leggere e comprendere

Possiamo certamente vedere una nitida progressione nel modo di scoprire la vera identità di Gesù Cristo in questo racconto. All’inizio, la Samaritana si accorge che Gesù è un “Giudeo” (4,8), poi si chiede, meravigliata dalla sua proposta di darle “acqua viva”, se non fosse più grande di Giacobbe (4,12). Dopo la rivelazione sulla sua vita matrimoniale, ella vede in lui “un profeta” (4,19) perché conosce i segreti della sua vita. Segue una conversazione sul culto vero, dopo di ché Gesù afferma di essere il Messia (4,25-26; cf. 4,29). Infine, Gesù è ricevuto per due giorni dai Samaritani che riconoscono in lui “il salvatore del mondo” (4,42). Gesù è, pertanto, successivamente, un Giudeo, forse più grande di Giacobbe, un profeta, il messia e il salvatore del mondo.
La rivelazione progressiva, tuttavia, è solidamente radicata in un racconto che, di primo acchito, sembra piuttosto sconnesso. La conversazione verte prima sull’acqua (4,5-15), poi sulla vita matrimoniale della Samaritana (4,16-19) per passare a una spiegazione del culto in spirito e verità (4,20-26). In questo momento giungono i discepoli con i quali Gesù parla di cibo e di mietitura (4,27-38).
Il racconto si conclude con un riassunto della permanenza di Gesù nella città di Sicar e la confessione di fede finale dei Samaritani (4,39-42).
Qual è il nesso fra le scene del racconto?

Il retroterra veterotestamentario - 
l’incontro presso il pozzo

“Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo” (Gv 4,6).
Sembra essere una introduzione di una banalità desolante. Ora, non è affatto il caso.
Ogni lettore che ha qualche dimestichezza con l’Antico Testamento ricorderà immediatamente altri racconti che iniziano tutti in questo modo per poi svilupparsi in un modo identico: un uomo si trova in terra straniera, giunge a un pozzo, viene una fanciulla o vengono più fanciulle per attingere acqua o abbeverare greggi, l’uomo chiede acqua alla donna o l’uomo attinge acqua per la o le donne, segue una breve conversazione fra i protagonisti della scena, la fanciulla corre o le fanciulle corrono a casa per raccontare il loro incontro, l’uomo è invitato a un pasto e tutto si conclude con un matrimonio fra l’uomo e la donna incontrata o una delle donne incontrate presso il pozzo.
Ve ne sono tre casi principali nell’Antico Testamento. Il primo, in Gn 24,1-67, ove il servitore di Abramo va a cercare una moglie per Isacco, e questa moglie sarà Rebecca; il secondo in Gn 29,1-14, ove Giacobbe incontra Rachele presso un pozzo nella campagna; il terzo in Es 2,15-22, che narra l’incontro di Mosè con le sette figlie di Reuel, il sacerdote di Madian. Ovviamente, il racconto di Giovanni 4 si conclude in modo diverso. Non c’è dubbio, Gesù non sposa la Samaritana. Perciò una domanda sorge spontaneamente a questo stadio: perché, allora, il vangelo di Giovanni inizia un racconto che dovrebbe finire con un matrimonio se manca la conclusione normale di tale storia?
Un dettaglio, che sembra del tutto insignificante, ci mette sulla pista giusta: lo stesso versetto 6 aggiunge, in effetti, che era “la sesta ora”, vale a dire mezzogiorno. Orbene, a mezzogiorno nessuno va al pozzo. Il servitore di Abramo, ad esempio, si ferma presso il pozzo “nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere” (Gn 24,11). È soprattutto il lavoro delle donne di attingere acqua e ci vanno la sera, dopo la giornata di lavoro, quando fa più fresco. A mezzogiorno, quindi, nessuna donna va al pozzo, tranne che nel vangelo di Giovanni. La Samaritana, quindi, va al pozzo quando è sicura di non incontrare nessun’altra donna. Doveva avere le sue ragioni di agire in questo modo e sapremo presto quali potessero essere queste ragioni.
Gesù, quindi, si siede presso il pozzo in un’ora inconsueta e, di conseguenza, per un incontro inconsueto. Il racconto, se inizia in questo modo, non può neanche finire nel solito modo. Esso ci fornirà altre informazioni che permetteranno di capire meglio il suo significato.
Che vi sia un matrimonio in ballo nel nostro racconto, tuttavia, appare chiaramente in 4,16, quando Gesù dice alla Samaritana: “Va’ a cercare tuo marito e torna qui”. Come vedremo, il passaggio dalla conversazione a proposito dell’acqua viva alla domanda sul marito si chiarisce subito quando si conosce lo schema abituale dei racconti di questo tipo nell’Antico Testamento.

Abbiamo già identificato un elemento importante, vale a dire la scena di incontro presso il pozzo. Alcuni elementi di questa scena si ritrovano facilmente nel racconto di Giovanni, altri invece sono più difficili a individuare. Così come nei racconti dell’Antico Testamento, Gesù si trova in una terra straniera. Arriva una donna, Gesù le chiede da bere esattamente come il servitore di Abramo chiese da bere a Rebecca (Gv 4,7; Gn 4,17) oppure anche come Elia quando incontra per la prima volta la vedova di Sarepta (1Re 17,10). È un modo di iniziare una conversazione e, soprattutto, di sondare le disposizioni dell’interlocutrice (1). La donna rifiuta, un elemento inaspettato e assente dai racconti veterotestamentari. Gesù, allora, propone acqua alla donna (Gv 4,10) alla stregua di Giacobbe e di Mosè che attingono acqua per le donne in Gn 29,10 ed Es 2,17. Segue una conversazione fra Gesù e la donna come negli altri racconti, poi la donna lascia il suo orcio o la sua anfora per tornare dai suoi (Gv 4,28) così come Rebecca o Rachele corrono a casa (Gn 24,28; 29,12) mentre le figlie di Reuel, secondo il loro padre, sono tornate più presto del solito (Es 2,18).
A questo punto dei racconti dell’Antico Testamento, l’uomo è invitato a un pasto (Gn 24,33; Es 2,20; cf. Gn 29,13). In Giovanni 4, dopo la partenza della Samaritana, Gesù discute con i discepoli che sono tornati dalla città con qualche cibo e si parla proprio di cibo, poi di mietitura (Gv 4,31-38). Il racconto, tuttavia, non parla esplicitamente di pasto di Gesù con i Samaritani.
Torneremo su questo argomento più tardi perché ha la sua importanza. Come dicono gli specialisti – o come nota Sherlock Holmes – è proprio quello che non entra nello schema che fornisce indicazioni preziose.
Infine, Gesù è invitato dai Samaritani e ci rimane due giorni (Gv 4,40-42). Il servitore di Abramo era rimasto una notte in casa di Labano e Betuel (Gn 24,54), Giacobbe si ferma per un mese da suo futuro suocero Labano (Gn 29,14) ove rimarrà in realtà venti anni, e Mosè si stabilisce da suo suocero Reuel fino all’episodio del roveto ardente (Es 2,21). Come abbiamo visto, tuttavia, il racconto di Giovanni 4 termina con una professione di fede: (“noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” Gv 4,42) invece di un matrimonio.
Abbiamo, in conclusione, un racconto che contiene praticamente tutti gli elementi di un incontro presso un pozzo tranne che quello finale, il matrimonio. Possiamo anche elencare alcuni elementi insoliti che ci invitano a cercare altrove la risposta alle nostre domande. Ne abbiamo già notati alcuni. Penso all’ora inconsueta dell’incontro, la sesta ora (mezzogiorno) (Gv 4,6). Occorre aggiungere la conversazione sulla situazione matrimoniale della Samaritana (Gv 4,16-19), la discussione sul culto (Gv 4,19-24), la conversazione di Gesù con i discepoli sul cibo e la mietitura (Gv 4,27-38) e, ovviamente, il “matrimonio mancato”. Come spiegare questi elementi? È l’oggetto del nostro capoverso seguente.

Matrimonio da concludere o matrimonio da risanare?

Partiamo dalla prima osservazione: l’incontro ha luogo a mezzogiorno, un’ora poco propizia per andare ad attingere acqua al pozzo. Ciò significa chiaramente che la Samaritana non vuole andare al pozzo la sera con le altre donne del villaggio. Quali sono le sue ragioni? Lo sapremo presto, quando Gesù le dice che ha avuto cinque mariti e che vive con un sesto uomo che non è suo marito (Gv 4,18). In parole povere, è una donna “chiacchierata”. Ora, il luogo per eccellenza delle chiacchere e dei pettegoli è proprio il pozzo ove si radunano tutte le donne di un villaggio o di una città, ogni sera, per attingere acqua – e notizie. La Samaritana vuol evitare di essere al centro dell’attenzione perché sa benissimo che è di lei che si parla e sparla molto spesso. Sarebbe subito l’oggetto dello scherno generale. Tuttavia, sempre di matrimonio si parla perché il pozzo è uno dei luoghi tradizionali ove, in genere, i ragazzi vanno a corteggiare le fanciulle e inizia un cammino che conduce al matrimonio. Per la Samaritana, però, non può essere così per la semplice ragione che è già sposata e non è nubile come, ad esempio, Rebecca (Gn 24,16), Rachele (Genesi 29) o Sippora (Esodo 2). Il legame fra la conversazione sull’acqua e quello sul matrimonio è ben chiaro, penso, poiché, come abbiamo visto, la conclusione normale di un tale racconto è il matrimonio. Da lì la domanda di Gesù: “Va a cercare tuo marito” (Gv 4,16), domanda che ha lo scopo di chiarire la situazione prima di procedere più avanti.
La situazione matrimoniale della Samaritana è abbastanza complicata, per dire poco. Aggiungiamo un dettaglio interessante: siamo in Samaria, nei pressi di Sicar, vicini all’antica città di Sichem, un luogo importante dell’antico regno del Nord, chiamato anche regno di Samaria o di Israele. Esiste un testo famoso che parla proprio di matrimonio, di infedeltà, di vero e di falso marito, tutto ciò a proposito del regno di Israele: si tratta del secondo capitolo del profeta Osea 2,4-25 (2).
L’elemento principale che permette di capire meglio il racconto giovanneo è proprio la parola “marito” che può essere tradotta in ebraico con due parole, o “baal” o l’equivalente della parola “uomo”, vale a dire ’ish. La Samaritana ha molti mariti, vale a dire molti “baal”, però non è stata fedele al suo primo e vero “marito” (’ish), esattamente come il popolo d’Israele secondo Osea (2). Da lì si capisce meglio il passaggio fra la conversazione sul marito – sei già stata maritata e quindi occorre chiarire la tua situazione – e la discussione sul vero culto, perché si tratta di sapere chi è il vero Dio e chi è il vero “marito”. Come dice l’oracolo del profeta Osea: “E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone” (Os 2,18). La profezia si adempie nel racconto di Giovanni 4. Inoltre, il dio Baal era il dio della pioggia (il dio che fornisce acqua), della fertilità dei campi e della fecondità delle greggi. In poche parole, il dio della prosperità economica e commerciale.
La conversazione sul cibo e sulla messe entra anche in questo quadro. Per Osea, il castigo della moglie infedele è proprio la siccità e l’infertilità dei campi (Os 2,5.11). La conversione descritta alla fine dell’oracolo segna il ritorno della fertilità dei campi (Os 2,24). Nel racconto di Giovanni, la descrizione dei campi bianchi per la messe coincide con l’arrivo dei Samaritani incuriositi da quanto la Samaritana ha raccontato del suo incontro presso il pozzo. Notiamo, en passant, che la Samaritana che voleva evitare i suoi concittadini è venuta spontaneamente a raccontare tutto ciò che Gesù le ha detto: “mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29.39). Un vero capovolgimento di situazione e di atteggiamento! Lei riferisce ora apertamente quello che voleva nascondere.
La confessione finale dei Samaritani: “sappiamo che è il salvatore del mondo” è la vera conclusione perché, in questo modo, la Samaria ritrova il suo vero Dio e il suo vero marito.
L’incontro presso il pozzo che inizia a mezzogiorno ha come scopo, non di inscenare un incontro fra un giovane celibe e una fanciulla nubile, bensì di invitare una donna infedele (e un popolo infedele) a ritrovare il suo vero Dio e il suo vero marito.
Gesù si siede presso il pozzo a mezzogiorno per un motivo che, spero, è diventato più chiaro: il racconto non intende descrivere la conclusione di un matrimonio, bensì la storia di una fedeltà ritrovata: la Samaritana era già sposata così come il popolo del Nord era già legato con il suo Dio nell’alleanza. La Samaritana, in effetti, impersona e illustra la storia del suo popolo, il popolo del regno del Nord.

2. Per meditare e attualizzare

Infedeltà e fedeltà

Il racconto della Samaritana descrive un ritorno alle origini, al “primo e vero amore”, se si può parlare così. La conversazione chiarisce una storia travagliata per ritrovare i valori e i legami fondamentali per il popolo di Samaria. Si tratta di distinguere il vero Dio dai “falsi dèi”, di capire quel è il Dio che assicura la fecondità di una vita e la vera felicità di un popolo. Il dio Baal è un “dio economico”, si potrebbe dire. Il Dio d’Israele è un Dio che ha un progetto di società, un progetto “politico” nel senso proprio della parola, vale a dire che invita a costruire insieme una “città” ove si vive liberi, felici, e solidali.

• Quali sono i valori fondamentali di oggi? Quali sono i valori che abbiamo dimenticato e che siamo invitati a ricuperare? Quali sono le vere fondamenta di una società equa e solidale nei nostri giorni? Da chi o da che cosa facciamo dipendere la nostra felicità?
• Che cosa abbiamo tradito o siamo tentati di tradire? Quali sono le tentazioni più forti e più pericolose di oggi? Quali sono i nostri “falsi dèi” e i nostri “falsi mariti”? Quali sono i
segni che permettono di distinguere il vero Dio dai falsi dèi? Come ritrovare il sentiero che conduce al “vero Dio” e “vero marito”?

Il culto in spirito e verità

Ritrovare il vero Dio significa anche sapere come onorarlo. Vale la pena, in questo contesto, riflettere sulla parola di Gesù alla Samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4,21-23).
La questione del luogo legittimo dove adorare Dio era un “pomo della discordia” fra Giudei e Samaritani. Rivendicare un tempio proprio era, certo, una forma di antico “campanilismo” ma anche un modo di affermare un’identità diversa. Gesù indica una via per superare i particolarismi, quella di un culto che non è più legato a luoghi specifici, bensì a un atteggiamento di fondo: il culto in spirito e verità. “Lo spirito soffia dove vuole”, come dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,8), vuol dire che è presente ove si ascolta la sua voce, e poco importa il luogo o il momento. In Gv 14,6, Gesù si identifica con la “verità”: “Io sono la via, la verità e la vita”.
Questa verità è una via, ed è anche la vera vita. In poche parole, la verità si scopre a poco a poco quando si segue Gesù di Nazaret sulle vie del vangelo.
Se riflettiamo sul nostro modo di vivere il vangelo oggi possiamo osservare che la questione di territorio – di luogo – ha una grande importanza. Sin dal Concilio di Trento, in particolare, ogni cristiano è registrato in una parrocchia e appartiene a una diocesi, vale a dire unità territoriali. Tutto ciò ha la sua utilità e la sua giustificazione. E non è certo l’unico elemento dell’identità cristiana.

• Alla luce del vangelo di Giovanni, potremmo chiederci qual è il vero fondamento dell’identità cristiana. È davvero legato al “territorio”? Oppure occorre sfumare questo aspetto?
• Quali sono i veri criteri che permettono di definire un vero culto secondo il vangelo? Dove e come si rende un “culto in spirito e verità” al vero Dio?

“Tu sei il salvatore del mondo” (Gv 4,42)

Notiamo che Gesù non cerca di convertire i Samaritani al Giudaismo ortodosso di Gerusalemme. Indica piuttosto una via che permette di superare la divisione e gli antagonismi.

• Possiamo sognare, forse, qualche cosa di simile oggi per riconciliare le diverse confessioni cristiane?
• Possiamo sognare una forma di fede che potrebbe unire anche gli altri credenti in un solo Dio? E unire le diverse religioni e tutte le persone di buona volontà? Oppure sono chimere?

1 Se mi posso permettere questo parallelo molto moderno, il “dammi da bere” presso il pozzo equivale al “sei accompagnata?” ed espressioni simili dei giovani odierni.

2 Cf. la meditazione del piano di lavoro 2016-2017.

Le sette meditazioni proposte da padre Jean Louis Ska:
  1. Le nozze di Cana: chi è lo sposo?
  2. Una abbagliante tenebra
  3. Gesù e la Samaritana
  4. La miseria e la misericordia
  5. Il cieco nato
  6. L’entrata di Gesù a Gerusalemme
  7. L’apparizione a Maria di Magdala
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