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Brunetto Salvarani "Un solo Libro, due eredi"

Un solo Libro, due eredi

Il testo costituisce la prefazione di Brunetto Salvarani al volume da lui curato che raccoglie gli interventi in occasione del Convegno tenutosi a dieci anni dalla morte del biblista reggiano don Pietro Lombardini, I Cristiani e le Scritture di Israele, EDB, Bologna 2018, 128 pp., 11 euro.


«Questi incontri hanno contribuito ad alimentare in me la consapevolezza del rapporto profondo e decisivo tra ebraismo e cristianesimo. Gli incontri che ho fatto sono tutti sull’Antico Testamento. Non so quanto, all’inizio, fosse consapevole in me la scelta di limitare i miei interventi nell’ambito veterotestamentario. (…) L’unità della Scrittura, l’impossibilità di comprendere il Nuovo Testamento senza l’Antico Testamento, cioè senza un ‘va e vieni’ reciproco e non soltanto in senso unilaterale, l’esperienza di come il Nuovo Testamento stesso venga a mancare di profondità e di umanità, se non è continuamente preceduto dal racconto veterotestamentario della storia dell’umanità e del cammino d’Israele»[1].

Così, durante un incontro tenutosi presso la Comunità dehoniana di Modena nel 1993, don Pietro Lombardini – presbitero della diocesi di Reggio Emilia che, fuori dalla retorica, considero una delle intelligenze più vive e originali del cattolicesimo postconciliare nazionale – spiegava il suo originale approccio alla Bibbia. Difficile dire meglio, in ogni caso, di come fece lui quella volta, per descrivere l’esperienza vissuta di tanti – fra i quali anche chi scrive – che a un certo punto della loro vicenda di lettura delle Scritture hanno percepito che qualcosa non andava. Che occorreva un bagno nel Giordano – mi si perdoni l’espressione – che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti; ma sentivamo che era necessario.

Anni dopo, del resto, sarà la Pontificia Commissione Biblica a fornirci un corposo materiale di riferimento al riguardo: il riferimento è al documento del 2001 intitolato Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana[2], che vanta fra l’altro una notevole prefazione firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Riprendendo ancora dalle considerazioni di don Pietro: «Mi trovavo davanti a un solo Libro e due eredi dello stesso: l’erede ebraico e l’erede cristiano. Problema complesso, perché ritenersi gli eredi legittimi non significa essere eredi buoni. Qui per me, esistenzialmente, vi è stato l’insorgere di un paradosso che dura tuttora e che intendo mantenere aperto: imparare a riconoscere l’altro che è in me rispettandolo come altro, diverso, senza sopprimerlo, accogliendolo e riconoscendolo come fratello, come partner di una stessa elezione e di una stessa alleanza, anche se vissuta per due strade diverse. Anche con una valenza pedagogica: imparare a definirmi, ad esempio, per un’appartenenza a Cristo, senza per questo voler affermare una scontata superiorità spirituale o morale su Israele»[3].

In effetti, riflettere sulle Scritture ebraiche – che gli ebrei chiamano TaNaK[4] – è importante, anche nella prospettiva del dialogo cristiano-ebraico, per più di un motivo. In primo luogo perché la nascente comunità cristiana, sin dai suoi inizi, decise di farle proprie, leggendole per lo più in chiave tipologica, e adottando a criterio interpretativo fondamentale la messianicità di Gesù, letto come figlio di Dio.

Poi, perché per il cristiano il Primo Testamento è una testimonianza del Dio che si rivela, esattamente come il Nuovo Testamento: per la sua fede, i due Testamenti costituiscono un’unità che si completa a vicenda. Come sottolinea Clemens Thoma, chi rinunciasse o anche solo disprezzasse il Primo, «rinnegherebbe il proprio cristianesimo o non ne conserverebbe più molto»[5]; mentre Franz Mussner sostiene a buon diritto che «il cristiano che prende sul serio la Bibbia deve prendere atto della elezione di Israele quale popolo peculiare di JHWH; se non lo fa, elude a priori il discorso su Israele»[6].

Per molti motivi, perciò, è necessario non stancarsi di ragionare attorno a questo tema cruciale, come fanno i contributi contenuti in questo libretto, adottando un punto di vista, ritengo, piuttosto originale[7]. Del resto, in quanto libro umano (che racconta di Dio), la Bibbia ha sempre bisogno di essere interpretata. Anzi, si potrebbe dire, essa vive nelle e delle sue interpretazioni.

C’è una significativa tradizione ebraica che sostiene che al centro dell’intera Torà (il Pentateuco cristiano) stia l’espressione darosh darash, vale a dire «cercare, cercò», che troviamo in Levitico 10,16[8]. Il verbo ebraico darash significa appunto cercare, ma anche studiare, sollecitare, investigare. Da qui l’importanza enorme che Israele ha sempre riservato allo studio, nella consapevolezza che l’interpretazione della Scrittura non è mai unica e assoluta, ma sempre plurale. Perché la pluralità delle sue interpretazioni, se di fatto manifesta una delle caratteristiche fondamentali dell’intelligenza ebraica e una delle eredità più preziose del fariseismo e del rabbinismo classico, va vista in primo luogo come ricchezza inesauribile del parlare divino, in cui ogni parola può legittimamente essere intesa secondo le diverse potenzialità umane.

Due sono i passi biblici in genere citati a sostegno di tale modo di intendere i sensi biblici: «Abbajè dice: Siccome la Scrittura dice “Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite; è questa la potenza di Dio” (Sal 62,12), se ne deve dedurre che un solo passo scritturistico dà luogo a dei sensi molteplici»[9]. E poi: «È stato insegnato nella scuola di rabbì Jishmael: Non è forse la mia parola come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia? (Ger 23,29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue»[10].

A dieci anni dalla morte prematura di don Pietro Lombardini (2007), un convegno, svoltosi a Modena presso la Fondazione San Carlo (11 novembre 2017), ne ha fatto memoria, soffermandosi appunto sul rapporto complesso fra i cristiani e le Scritture di Israele. L’ha organizzato la Fondazione Pietro Lombardini, nata nel 2016 allo scopo di promuovere gli studi biblici, la conoscenza del mondo ebraico, la relazione tra ebraismo e cristianesimo, la ricerca e il dialogo di carattere interreligioso.

Sono intervenuti nell’occasione Adriana Destro e Mauro Pesce, dell’Università di Bologna, su Le prime comunità cristiane. Uno sguardo antropologico e storico; poi Elena Lea Bartolini De Angeli, della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (Milano) su La lettura ebraica; infine, don Erio Castellucci, teologo e arcivescovo di Modena, su La lettura cristiana.

Non posso che ringraziare di cuore i relatori, che, in vista di questa pubblicazione, hanno largamente rivisto e ampliato le loro relazioni, fino a offrirci una panoramica stimolante e articolata dei tanti problemi ancora sussistenti relativi al tema affrontato. E a poter concordare con un passaggio strategico del documento sopra ricordato: «I cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile, che si trova in continuità con le sacre Scritture ebraiche dall’epoca del secondo Tempio ed è analoga alla lettura cristiana, che si è sviluppata parallelamente ad essa. Ciascuna delle due letture è correlata con la rispettiva visione di fede di cui essa è un prodotto e un’espressione, risultando di conseguenza irriducibili l’una all’altra»[11].


[1] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, a cura di D. Gianotti, EDB, Bologna 2011, 12.

[2] Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 24 maggio 2001, LEV Città del Vaticano 2001.

[3] P. Lombardini, Cuore di Dio cuore dell’uomo, 12-13.

[4] Il termine, in realtà, è un acrostico, uno di quei giochi linguistici così amati dalla tradizione ebraica, in cui compaiono le lettere iniziali di ciascuna delle tre parti di cui esso è composto: Torà (Legge), Neviim (Profeti) e Ketuvim (Scritti).

[5] C. Thoma, Teologia cristiana dell’ebraismo, Marietti, Casale Monferrato (Al) 1983, 16.

[6] F. Mussner, Il popolo della promessa. Per il dialogo cristiano-ebraico, Città Nuova, Roma 1982, 21.

[7] Mi permetto di rimandare, in proposito, al mio De Judaeis. Piccola teologia cristiana di Israele, Gabrielli editore, San Pietro in Cariano (VR) 2015.

[8] Talmud Babilonese, Qiddushin 30a.

[9] Talmud Babilonese, Sanhedrin 34a.

[10] Talmud Babilonese, Shabbat 88b.

[11] Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, n. 22.

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