Pedro Arrupe, servo di Dio e degli ultimi

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Paola Lazzarini
Gli Stati generali 23 novembre 2018

Non erano ancora esaurite l’emozione e la gioia per la canonizzazione di monsignor Oscar Arnulfo Romero, che una nuova notizia relativa a un altro processo di beatificazione ci ha raggiunti: Padre Pedro Arrupe, ventottesimo successore di Ignazio di Loyola alla guida dei gesuiti, è stato proclamato Servo di Dio e il suo cammino verso gli altari è quindi iniziato, anche se ufficialmente la causa verrà avviata nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma il 5 febbraio 2019.

Pedro Arrupe, basco come Ignazio, è stato preposito generale della Compagnia di Gesù negli anni del post concilio ed è noto per aver posto nel cuore stesso della missione dei gesuiti quell’opzione preferenziale per i poveri che la caratterizza ancora oggi. La preferenza per i poveri, per i rifugiati è diventata con lui un criterio di discernimento, prima ancora che una azione concreta, un criterio che ha toccato e tocca tutti i campi della missione gesuitica: che sia nel sociale, nella cultura o nell’educazione.
Padre Pedro era diventato gesuita lasciando incompiuti i propri studi di medicina ed era partito, poco più che trentenne, per il Giappone, sulle orme di Francesco Saverio. Lì aveva trovato un paese dalla profonda spiritualità, che imparò a conoscere con grande rispetto, apprendendo e valorizzandone la tradizione, integrandola nella pratica della preghiera ignaziana. Quando dall’Enola Gay si sganciò la bomba atomica, Arrupe si trovava a sette kilometri da Hiroshima, impegnato come maestro dei novizi gesuiti. Le sue competenze mediche, unite al dono provvidenziale di alcuni sacchi di acido borico da parte di un contadino, gli permisero di medicare e in molti casi guarire le piaghe di centinaia di sopravvissuti alla deflagrazione. Il noviziato dei gesuiti divenne un ospedale da campo e le sue porte si aprirono anche alle suore e novizie della congregazione delle Ausiliatrici del Purgatorio, che nello scoppio erano rimaste senza casa. Di quei giorni e mesi parlò nel 1955 in un’intervista a Gabriel Garcia Marquez, allora corrispondente per El Espectador, con queste parole: “L’esplosione della prima bomba atomica si può considerare un evento al di sopra della storia. Non è un ricordo, è un’esperienza perpetua che non cessa con il tic-tac dell’orologio. Hiroshima non ha rapporto con il tempo: appartiene all’eternità”.
Quando divenne Padre Generale della Compagnia nel 1965 il Concilio si era appena concluso, le sue indicazioni dovevano diventare carne e sangue della Chiesa e con lui davvero “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” sono diventate le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, ma soprattutto la missione dei gesuiti in tutto il mondo. Il punto di svolta del suo generalato fu la 32’ Congregazione Generale nella quale si affermava che «la missione della Compagnia di Gesù oggi è il servizio della fede, di cui la promozione della giustizia costituisce un’esigenza assoluta in quanto fa parte di quella riconciliazione tra gli uomini, richiesta dalla loro riconciliazione con Dio». Parole forti negli anni del fiorire della teologia della liberazione. Parole imprescindibili di fronte a un mondo sempre più apertamente ingiusto.
Come ad ogni amico di Gesù non gli furono risparmiate le sofferenze, la più grande delle quali gli venne dall’incomprensione del suo superiore, il vero capo della Compagnia di Gesù, ovvero il Papa nella persona di Papa Giovanni Paolo II. In una udienza del 21 settembre 1979 al gruppo dei collaboratori più stretti di Arrupe il Papa disse che “anche la compagnia era stata colpita dalla crisi di cui soffriva la vita religiosa e che ciò aveva disorientato il popolo cristiano, preoccupando la Chiesa, la gerarchia e lo stesso pontefice”. La sfiducia del Pontefice divenne una ragione di preoccupazione e dolore costante per Arrupe, che pensò anche di rassegnare le dimissioni, ma venne rincuorato dal sostegno dei suoi provinciali, che nell’aprile del 1980, con voto segreto, gli confermarono la loro fiducia a larghissima maggioranza.
Le incomprensioni però restavano ed erano rivolte anche al vicario di Arrupe, l’americano Vincent O’Keefe, ma la situazione rimase sospesa fino a quando una trombosi cerebrale lo colpì e iniziò per lui e la Compagnia tutta un lungo calvario, era il 7 agosto 1981.
Ricordo che, quando più di 10 anni fa, lessi la sua biografia (“Pedro Arrupe, un uomo per gli altri” di Gianni La Bella) mi sconvolse l’immagine di quest’uomo che parlava sette lingue ridotto al silenzio, nell’impossibilità di pronunciare una frase di senso compiuto. Mi straziò e per giorni non riuscii a smettere di pensarci.
E il culmine della sua sofferenza venne quando Papa Woityla, approfittando della situazione, invece di nominare il suo assistente a reggere la Compagnia in attesa della Congregazione Generale per l’elezione del nuovo preposito, commissariò di fatto l’Ordine con una lettera che gli venne portata e letta dal Cardinal Casaroli. Così descrive ciò che accadde quel 6 ottobre 1981 il gesuita Manuel Alcalà: “Rafael Bandera, unico testimone del fatto, mi raccontò che, dopo l’iniziale gioia suscitata in Arrupe dall’interesse del cardinale per la sua salute, il suo sorriso si spense quando questi lesse la lettera del papa che portava con sé, finché non scoppiò a piangere. Questo il testo ‘(…)dopo avere riflettuto e pregato lungamente, sono giunto alla determinazione di affidare tale compito a un mio delegato che mi rappresenti più da vicino nella Compagnia (…) A tal fine, nomino mio delegato per la Compagnia di Gesù il p. Paolo Dezza, in considerazione della sua lunga esperienza di vita e governo nella Compagnia e, allo stesso tempo, dispongo che sia aiutato dal padre Joseph Pittau, che ho conosciuto in Giappone come diligente preposito di quella provincia religiosa (..)’. Quando uscì dall’abitazione del malato, Casaroli dovette riconoscere a O’Keefe che non era molto sicuro che Arrupe avesse compreso il contenuto della lettera. Il Vicario, dopo aver salutato il cardinale, tornò nella stanza del malato e lo trovò che piangeva mentre chiedeva di essere portato nella cappella dell’infermeria. Egli aveva chiaramente compreso il significato della lettera”.
Il governo della Compagnia era stato sottratto a un uomo malato e impossibilitato a parlare, senza tenere conto delle sue indicazioni né di quelle della maggioranza della Compagnia stessa, fino alla nuova Congregazione Generale che fu indetta nel 1983, quando venne eletto Padre Peter Hans Kolvenbach. Il giorno delle sue dimissioni (3 settembre 1983) venne letto il suo messaggio di commiato “Durante questi 18 anni non ho desiderato null’altro che servire il Signore e la Chiesa con tutto il cuore”.
Arrupe visse ancora dieci anni, servendo la Chiesa e la Compagnia nel silenzio, nella malattia e nella dipendenza dagli altri. Non sapremo mai davvero cosa è avvenuto in quei dieci lunghi anni di inazione di un uomo d’azione, quel che possiamo dire oggi è che così si è compiuto il suo cammino di santificazione e che in lui sono diventate corpo e sangue le parole di Ignazio “Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo tu me lo hai dato; a te, Signore, lo ridono. Tutto è tuo, disponine a tuo pieno piacimento, dammi solo il tuo amore e la tua grazia che questa mi basta”.

Per tutti noi, che siamo stati in vario modo toccati dal suo cammino, era già santo e la sua tomba alla Chiesa del Gesù a Roma è uno dei luoghi ai quali andare e tornare spesso per trovare ristoro, ma pensarlo sugli altari è comunque una grande gioia e speriamo che sarà proprio Papa Francesco a vederla compiersi.
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