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Sorelle Monastero di Bose "Un umano mancare"

Luca 12, 13-21

Dopo aver esortato in molti modi i suoi a non temere neppure quelli che li vogliono uccidere, perché non possono togliere loro la vita, Gesù, rispondendo a una domanda, li esorta invece a fare attenzione e a guardarsi bene dalla cupidigia, perché la vita non dipende dai beni.
Un uomo della folla gli dice: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Gesù risponde: «Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». Gesù non è venuto per far valere i diritti di chi ha già un’eredità, l’unica eredità che gli sta a cuore è quella che annuncia ai miti della terra: «Beati voi perché erediterete la terra» (cfr. Matteo 5, 5).

Gesù risponde dicendo che non è venuto per stare sopra di noi ma in mezzo a noi, dando un esempio vincolante per ogni autorità nel piccolo gregge e mettendo in luce l’illusione che c’è dietro la domanda: la vita non dipende dai beni che abbiamo. E così ci insegna a interrogare i nostri desideri per discernere quelli fasulli, che ci illudono soltanto di aumentare la nostra vita.

Qui Gesù rivela, per chi voglia seguirlo, un’impietosità del Vangelo per i discepoli e le discepole: mai il Vangelo difende un qualche diritto di chi segue Gesù, e questa è la condizione della libertà. Anzi, tutto il Vangelo è un ribadire, confermando e approfondendo le dieci parole di Dio a Mosé, che la volontà di Dio coincide sempre, per il credente, con il diritto dell’altro e non con il suo. «A chi ti chiede di fare un miglio, tu fanne due con lui; a chi ti toglie del tuo, non richiederlo» (cfr. Matteo 5, 41). Il Vangelo non conferisce alcun diritto a chi segue Gesù, neppure di essere aiutato a fare il bene; come quando Marta disse a Gesù: «Di’ a mia sorella che mi aiuti» (cfr. Luca 10, 40), e il Signore non l’ha esaudita. Il Vangelo ci chiama a responsabilità verso gli altri e il mondo, e dunque alla resistenza contro l’ingiustizia fatta ad altri, non a noi soltanto. Poiché, e questo è il non detto, il discepolo di Gesù ha già ricevuto tutto nella sua parola, tutta la sua porzione di eredità, e non manca di nulla.

Gesù esorta a tenersi lontani da ogni cupidigia, dall’idolatria del possedere. La nostra vita non dipende da ciò che possediamo. Dipende piuttosto dal rapporto con ciò che ci manca. Il mancare, che è congenito alla condizione umana, non si risolve possedendo, perché sempre ci mancherà un essenziale. Ed è proprio l’illusione di ottundere la mancanza che ci spinge al possesso. Poco dopo Gesù dirà: «Chi di voi, per quanto s’affanni, può accrescere la propria vita?» (cfr. Luca 12, 25) svelando che la brama di possedere è una brama, un affanno deviato. Non potendo ciò che vorremmo, ci illudiamo di risarcirci con il possedere dei beni. Ma la ricchezza non si occuperà affatto di noi, anzi, ci fa schiavi della sua necessità congenita di accrescersi sempre di più.

Il nostro umano mancare, con il relativo affanno, se lo comprendiamo alla luce sapiente e onesta delle parole e della vita di Gesù, può mollare la presa possessiva e angosciosa su persone e cose, e invece di preoccuparsi di avere e di averi — come l’uomo stolto della parabola — occuparsi di condividere ciò che si è e si ha. Altrove Gesù dice che la giustizia è l’amore dei poveri, ci chiede di vendere i nostri beni e darli a lui. Qui Gesù dice un’altra cosa: che la verità umana stessa rende inutile e nocivo il darsi da fare per possedere.

Infatti, la preoccupazione per ciò che abbiamo in più del nostro bisogno e per la sua conservazione va ad aggiungersi a quella per ciò che continua a mancarci. Proprio come per quell’uomo stolto di cui Gesù ci parla: la preoccupazione di distruggere i vecchi magazzini e la necessità di costruirne di nuovi non gli concede di parlare oggi, e ogni giorno, alla sua anima invitandola alla gioia. Il possedere ci fa procrastinare tutto l’essenziale della vita e della comunione con gli altri, come quel povero ricco stolto che gli altri non li nomina neppure, perché beni e non persone riempiono il suo orizzonte e il suo specchio.

a cura delle sorelle di Bose

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